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CAMBOGIA: Bantey Chmar: un’altra Angkor in Cambogia

Posted on 05 gennaio 2012

E’ ancora avvolto dal mistero e dal fogliame della giungla, uno dei monumenti più grandi della Cambogia, mentre piano piano si sveglia dopo secoli di isolato sonno dopo aver attratto un gruppo di archeologico e qualche gruppo di turisti.
“Ci vuole un po’ per scoprire questo tempio, e dappertutto ci sono cose che attraggono.” dice John Sanday, il capo del gruppo, mentre si muove attraverso l’intrecciato sottobosco, oltre le torri spettacolari ed i bassorilievi fino nelle stanze oscure del tormentato monastero di Batey Chmar.
Cosa portò Jayavarman VII, considerato il più grande dei Re dell’impero Khmer, ad ergere questo grande tempio buddista a 170 chilometri dalla capitale ad Angkor ed in uno dei posti più isolati e aridi della Cambogia, resta uno dei tanti quesiti senza risposta.

Nel suo periodo d’oro del XII secolo, l’impero khmer si estendeva su gran parte del Sudest Asiatico continentale ed i suoi governanti si impegnarono a costruire a costruire quello che sono alcuni dei più grandi monumenti religiosi al mondo.
Bantey Chmar che è stata chiamata la “seconda Angkor” e le si avvicina in grandezza, è più fissata nel tempo della sua ben trattata e esaltata superstar, ed ha evitato finora le piaghe del turismo di massa che Angkor vive ormai da qualche anno.
Nel 2011, mentre una media di 7000 turisti al giorno visitava Angkor, che è una delle destinazioni principali dell’Asia posizionata vicino alla cittadina nordoccidentale di Siem Reap, solo due turisti al giorno hanno visitato Bantey Chmar che non ha visto i bus turistici le guide chiassose a disturbare la tranquillità del tempio o la vita tradizionale del villaggio circostante.
Abbandonata per secoli, poi tagliata fuori dal mondo dal sanguinario regime dei Khmer Rossi e dalla guerra civile, il santuario ha visto i primi turisti verso il 2007, quando le ultime miniere furono chiuse e era stato fermato negli anni 90 l’assalto ai tempi privi di difese. Un anno dopo Global Heritage Fund cominciò a lavorare al sito sotto la supervisione del ministero della cultura ed ora spende 200 mila dollari all’anno per il progetto.

Sanday, che è un anziano architetto inglese, ha messo su un gruppo di 60 esperti e lavoratori, alcuni dei quali avevano già lavorato con lui al restauro di Preah Khan ad Angkor, mentre altri sono stati assunti dalla comunità circostante e considerati da Sanday i migliori con cui ha lavorato in Asia, benché avessero solo il grado minimo di istruzione.
A sfidarli ci sono centinaia di migliaia di blocchi di pietra dei templi e delle gallerie diroccate, disperse a caso dentro i 12 chilometri quadrati del sito archeologico. Le torri sembrano vacillanti, le radici di alberi grandiosi penetrano le mura, la vegetazione soffoca un vasto fossato ch circonda il tempio. Tre quarti dei bassorilievi, raramente trovati in altri templi di Angkor, sono caduti o sono stati saccheggiati, tra il quali il più degno di nota sono otto pannelli che descrivono un essere illuminato che simboleggia la compassione buddista, Avalokiteshvara
I ladri hanno tagliato quattro pannelli con i picconi, vendendoli nel mercato nero nella vicina Thailandia. Un paio sono stati recuperati ed altri sono ancora nel tempio, benché solo due sono ancora al posto.
“Sono quasi due anni che stiamo infondendo tanta energia in questa galleria” dice Sanday vicino ad un altro bassorilievo che descrive una figura, che si suppone sia Jayavarman VII stesso, mentre guida le truppe alla battaglia. Guardandolo nel dettaglio, la pietra antica rinasce con gli elefanti di guerra lanciati alla battaglia, con i soldati che affondano le lance nei loro nemici e nei coccodrilli che divorano i morti.
La natura ed il tempo si sono dimostrati i colpevoli: la volta che proteggeva il rilievo lungo 30 metri cadde ed espose le mura alle piogge torrenziali del monsone, che filtrò a lavare via la muratura e allentare le fondazioni. La pressione esercitata dal peso di su a distrutto le sezioni del muro o li ha costretti a piegarsi.
“Dovrà cadere” dice il vecchio architetto dell’immagine del Re. Una sezione del muro è esposto pericolosamente verso l’esterno e deve essere smantellato, le fondamenta rinforzate e i blocchi di pietra numerati con meticolosità, accantonati e poi rimessi al posto.
Vicino, due maghi cambogiani del computer stanno facendo un lavoro da pionieri per il nuovo assemblaggio del tempio attraverso immagini tridimensionali, e lavorano su una delle 34 torri danneggiate di recente durante una brutta tempesta.
Quasi 700 blocchi della torre sono stati rimossi o raccolti da dove erano caduti ed ognuno sarà ripreso col video da ogni angolo. Al pari delle impronta digitali nessun blocco è uguale all’altro e il programma ancora da completare dovrebbe essere capace di sistemare nel loro allineamento originale i blocchi dopo che sono stati riparati.
“Speriamo che con un solo colpo di mouse tutte le pietre si riposizioneranno al loro posto e risolvere quello che chiamiamo il puzzle di John.” dice Sanday. Quando il blocco originario non può essere trovato o riparato, si trova come ultima risorsa un blocco di qualche altro posto oppur un blocco nuovo è rimodellato ed inserito. “La mia filosofia è di conservare e presentare i monumenti come li ho trovati alle future generazioni senza falsificare la storia. Così la gente prova a indovinare cosa ci fosse lì” dice l’anziano architetto, che aggiunge che Global Heritage Fund vuole coinvolgere la comunità. “Non possiamo proteggere Bantey Chmar, loro sono i protttori e loro devono avere delle entrate dal tempio.”
Il gruppo Community Base Tourism che il fondo sostiene sta addestrando delle guide locali e escogitando modi per ricavare entrate dal turismo, parte del quale è incanalato al migliorare le condizioni di vita nel villaggio.
Sanday e gli organizzatori del posto sperano che la posizione isolata del tempio lo salverà dall’orda del turismo di massa, per cui Sanday non è favorevole all’iscrizione del tempio nei siti dell’UNESCO, per il quale il governo cambogiano sta spingendo.
“Vengo spesso qui il pomeriggio tardi, quando gli uccelli tornano a vivere e spira una brezza” dice Sanday mentre la affievolita luce del sole, filtrata da un folto baldacchino verde, colora le pietre grige segnate dal tempo. “C’è molta quiete qui, come lo era ad Angkor. Questo è il sito reale.”

http://www.travelwireasia.com/

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