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La deradicalizzazione dei programmi antiterrorismo indonesiani

Un gruppo di bambini giocava di fronte alla chiesa a Samarinda, nel Kalimantano orientale indonesiano, quando Juhanda si avvicinò al fabbricato di mattoni. L’uomo, un terrorista condannato appena uscito dalla prigione, indossava una maglietta nera con la scritta “La Jihad, un modo di vivere” ed aveva in mano una bomba molotov. L’uomo lanciò la molotov contro la costruzione ferendo i tre bambini ed uccidendo una bambina di due anni.

L’attacco, che giungeva appena tre mesi dopo che un sostenitore dell’ISIS aveva attaccato con un machete tre poliziotti a Tangerang, è l’ultimo incidente che mette in luce la preoccupazione crescente in Indonesia sulla efficacia della deradicalizzazione nei programmi antiterrorismo dell’Indonesia.

la deradicalizzazione dei programmi antiterrorismo indonesiani“Questo evento mi ha aperto gli occhi sul fatto che l’agenzia nazionale contro il terrorismo BNPT deve migliorare i suoi programmi di deradicalizzazione” disse Eva Sundari, parlamentare del PDIP, ai media locali. “Chi ha fatto l’attacco era un terrorista condannato che faceva parte di una rete di gruppi radicali coinvolti nelle bombe del 2011”

Juhanda era noto alla polizia indonesiana, condannato nel 2011 per il suo ruolo in una serie di libri in cui erano state poste bombe e che erano stati inviati a varie figure pubbliche. Queste personalità si erano espresse con forza in opposizione ai radicali islamici. Juhanda fu condannato a solo tre anni e dopo il suo rilascio sparì dalla vista.

L’uomo si spostò a Samarinda per unirsi a Jemaah Ansharut Tauhid, JAT, l’organizzazione terroristica guidata dal religioso arrestato Abu Bakar Ba’asyir. Juhanda era considerato una figura secondaria in un disegno terroristico minore. Questo incidente secondo molti esperti mostra il limite della polizia indonesiana a monitorare elementi minori. Juhanda in qualche modo è riuscito a insinuarsi attraverso le falle della sicurezza.

Lo stesso si può dire di Bahrun Naim che fu catturato a Solo con 500 proiettili e che scomparve poi in Siria al suo rilascio. Lo stesso uomo considerato una figura minore al suo arreso riuscì a mettere su l’attacco dell’ISIS a Giacarta standosene a Raqqa, la roccaforte dell’ISIS.

L’Indonesia si è affidata moltissimo al programma di deradicalizzazione sin dal 2011 con vari livelli di successo. Il programma mira a contrastare l’insegnamento della dottrina Takfiri, una derivazione dello Jihadismo Salafi che è promosso da capo dell’ISIS Abu Musab Al-Zarqawi, attraverso preghiere di massa, supporto psicologico e dialogo per contrastare l’ideologia islamica.

Da allora il programma ha mostrato un’efficacia notevole secondo Suhardi Alius, capo della BNPT indonesiana, con una percentuale del 20% di insuccesso, in cui gli arrestati e condannati per terrorismo rifiutano di rigettare il loro credo jihadista.

Oggi ci sono 222 terroristi condannati nelle prigioni indonesiane. Circa 68 di loro rifiutano di accettare gli insegnamenti di deradicalizzazione, cosa che fa temere che diffonderanno dopo il loro rilascio l’insegnamento dell’ISIS.

Uno di loro Aman Abdurrahamn, religioso estremista che si allineò con l’ISIS, fu arrestato nel 2010 per aver gestito un campo di addestramento ad Aceh. Sarà rilasciato tra due anni dopo aver scontato la sentenza di carcere in una isola prigione di Nusakambangan.

Sidney Jones, esperta di terrorismo per il Sudestasiatico e direttrice di IPAC, ha da tempo messo in guardia sui pericoli di diffusione di ideologie radicali da parte di detenuti.

“Non credo che esista un programma sistematico di de-radicalizzazione. E’ un problema” dice l’esperta.

Todd Elliot consulente presso la Concord Consulting afferma che è molto difficile misurare l’impatto nel tempo dei programmi di deradicalizzazione in carcere. “Il programma di deradicalizzazione ha avuto alcuni successi e qualche fallimento, dove è di fatti abusato da chi vuole aver sentenze più miti. E quando sono rilasciati ritornano a combattere la loro jihad. I programmi di deradicalizzazione sono una buona cosa, vedo potenzialità. Ma sarebbe fuorviante considerarli l’unica soluzione.”

L’Indonesia ha avuto buon successo nel tagliare le organizzazioni nazionali terroristiche dalla fondazione della squadra antiterroristica, finanziata dall’estero, Densus 88, avvenuta nel 2002 dopo le bombe a Bali. La prima organizzazione a cadere fu Jemaah Islamiyah. Di recente le forze di sicurezza uccisero Santoso, capo del Mujahidin Indonesia Timur che oprava attorno a Poso, Sulawesi centrali. Resta comunque la minaccia di cellule minuscole o di lupi solitari.

“Mentre non si sono visti attacchi con tanti morti, le piccole cellule sono diffuse dovunque” dice Elliot. “Imilitanti non hanno l’opportunità di addestrarsi all’estero ma è sempre costante il rischio di un attacco. E’ una situazione fluida. Gli incidenti di Cikotol, Tangeran e Samarinda ne mostrano le potenzialità. Parlerei di sostenitori isolati dell’ISIS che agiscono piuttosto che di lupi solitari.”

Ed esiste una minaccia sempre maggiore di attacchi collegati all’ISIS in Indonesia secondo Sindney Jones. Mentre l’ISIS continua a perder terreno in Siria ed Iraq, il gruppo si sforza ora di fare attacchi coordinati in paesi come l’Indonesia, dove sono preoccupanti i legali regionali ad altre organizzazioni terroristiche filippine e malesi con connessioni all’ISIS. Le organizzazioni Jihadiste che operano nel mare di Sulu, nelle Filippine meridionali, potrebbero trovare un paradiso per il ritorno dei jihadisti da tutta la regione.

“I militanti delle Filippine meridionali hanno reti integrate. Hanno strutture di potere” dice Sidney Jones che insieme ad Elliot mette in guardia dalla minaccia dei jihadisti che tornano a casa dai territori dell’ISIS.

“E’ impossibile monitorare chiunque attraversi le frontiere. Sono sicuro che esistono indonesiani nelle Filippine meridionali ora” dice Elliot. “Il fatto che ci sono gruppi in favore dell’ISIS in parti delle Filippine che riceverebbero un qualche sostegno dalla Siria potrebbe essere un fattore di trazione per i militanti islamici. Negli scorsi dieci anni, ogni volta che c’era una repressione sui militanti in Indonesia, alcuni di loro fuggivano nelle Filippine Meridionali”.

Adi Renaldi, VICE.COM

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