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Blasfemia ovvero l’uso politico della religione in Indonesia

Quando i cittadini della capitale indonesiana Giacarta votarono Basuki Tjahaja Purnama, noto come Ahok, come vicegovernatore nel 2012, parve un momento di speranza. Insieme al suo capo popolare, Joko Widodo, aveva promesso un programma forte di rinnovamento urbano per salvare la sprofondante e scricchiolante metropoli affogata dalle auto. Oltre questo, la più grande democrazia musulmana al mondo sembrava accrescere la propria reputazione in quanto a tolleranza. Basuki, conosciuto come Ahok, è di etnia cinese e cristiano: di rado, in precedenza, un indonesiano di una minoranza etnica e religiosa era giunto così in alto.

Basuki Ahok accusato di blasfemia Improvvisamente, è in dubbio la reputazione indonesiana di paese tollerante. Dopo l’elezione con tantissimi voti di Joko Widodo a presidente dell’Indonesia, Ahok ha assunto la posizione di governatore di Giacata. Solo tre mesi fa, Ahok sembrava essere ancora il candidato vincitore per le prossime elezioni di febbraio. Da allora comunque alcune grandi manifestazioni, organizzate da gruppi islamici estremi, hanno portato centinaia di migliaia di persone a Giacarta centro. In seguito a queste proteste Ahok si trova accusato dinanzi ad un tribunale per blasfemia.

Ahok è arrogante, impaziente e rozzo, ed offende le maniere cordiali di Giava. Ma è efficace: gli abitanti di Giacarta gli danno credito di aver migliorato la congestione della città, del controllo degli allagamenti e del sistema sanitario. A settembre disse ad alcuni pescatori di capire perché non lo avrebbero votato, perché erano stati ingannati da chi afferma che il Corano vieta ai musulmani di essere governati da un infedele. Gli islamici immediatamente lo accusarono di insultare il Corano. Si organizzarono manifestazioni attorno al Monumento Nazionale che furono grosse. Quella del 4 novembre con 200 mila manifestanti divenne violenta. La più recente del 2 dicembre, una preghiera e manifestazione era due volte più grande, ma terminò pacificamente dopo che Jokowi andò a parlare. Allora fu chiaro che i manifestanti avvano vinto e che Ahok sarebbe stato accusato e forse incarcerato.

E’ tutto increscioso. Ahok è stato estremamente privo di tatto. Ma se è colpevole di un reato, resta difficile capire chi è la vittima. Jokowi era riluttante nel vedere il suo vecchio braccio destro perseguito in tribunale, ma alla fine sembra aver ceduto. La polizia era anche divisa sulla necessità di perseguirlo penalmente. La maggiore organizzazione musulmana di massa, NU, si fece da parte. Il capo libresco della più grande organizzazione lamentava il fatto che era più facile portare la gente alla manifestazione che ad una libreria.

Tutto ciò ha lasciato spazio agli estremisti guidati dagli ipocriti, fanatici del FPI, Fronte dei difensori dell’Islam, che non danno fastidio ai bordelli gestiti della polizia. Attraverso i media sociali, hanno gettato vetriolo contro la popolazione indonesiana di origine cinese. I militanti del FPI hanno attizzato la periferia di Giacarta. Uno dei luoghi dove hanno avuto aiuto e soldi è Pasar Ikan, un’area soggetta ad allagamenti vicino al vecchio porto che Ahok aveva ripulito dei residenti ad aprile con pochi avvisi o risarcimenti.

Alcun delle famiglie sono da allora tornate nei suoli vicino e con l’aiuto del FPI hanno costruito la moschea. E’ cambiato solo il nome. Da al Ikhlas, sincerità, a al Jihad.

Non si vuole dire che l’Indonesia si sta precipitando in una direzione violentemente islamica. Sebbene il Califfato Islamico abbia un centinaio di aderenti tra i giovani indonesiani, le organizzazioni ed i metodi sono condannati persino dai duri del FPI. Gli obiettivi degli estremisti certo includono il cambio della costituzione per costringere i musulmani a seguire la legge islamica e per tagliare i diritti delle minoranze, ma c’è poco a dire che nelle ultime proteste c’erano queste cose.

In molti hanno partecipato alla manifestazione del 2 dicembre per il vanto di aver partecipato a tale incontro di preghiera di massa. E a Pasar Ikan chi ha partecipato alle proteste afferma che il loro problema con Ahok non sono le sue origini cinesi, né la sua blasfemia ma solo per il trattamento inumano loro riservato. Se FPI spera di trovare un terreno fertile, dovranno guardare altrove.

Eppure per due ragioni dureranno nel tempo le implicazioni della saga di Ahok.

La prima ragione, per quanto lo neghino, i rivali di Ahok nella corsa al governo di Giacarta hanno da guadagnare dai suoi guai. E quella elezione è un sostegno veloce alle prossime elezioni presidenziali nel 2019. Al momento la popolarità di Joko Widodo è fortissima. Il solo modo di attaccarlo da parte dei candidati è di legarlo al suo ex governatore. Tanto è vero che la corsa per Giacarta si è trasformata a settembre quando Agus Harimurti Yudhoyono si è dimesso da una commissione dell’esercito per correre per il governatorato. Il giovane telegenico laureato di Harvard è il figlio maggiore dell’ex presidente Susilo Bambang Yudhoyono. La famiglia ha grandi aspettative nazionali per lui.

Chi è la reale quinta colonna?

Seconda ragione, e di maggiore preoccupazione della possibilità di una strumentalizzazione politica della storia di Ahok, sono le macchinazioni da parte dei generali. Lo stesso FPI è una creazione delle forze di sicurezza, dopo la caduta della dittatura di Suharto, per contrastare il movimento di sinistra degli studenti. Oggi fa ancora comodo all’esercito sostenere il FPI come un modo per riaffermare l’influenza nazionale che perse dopo la democratizzazione alla fine degli anni 90. Molti generali, come FPI, vedono nemici dovunque compresi i cinesi indonesiani che controllano imprese di successo, alcuni delle quali vicini ad Ahok.

Nel frattempo l’ambizioso e alquanto eccentrico capo dell’esercito, Gatot Nurmantyo, vede la Cina come potenza ostile che lancia una guerra per procura mirata a corrompere la gioventù indonesiana. Accusa anche la Cina di sequestrare le eccellenze dell’economia indonesiana. E’ stato Jokowi ad incoraggiare tanti cinesi continentali ad investire in infrastrutture.

In questo contesto la crescente insinuazione che Ahok è in qualche modo la quinta colonna cinese è preoccupante. Pati dell’esercito erano dietro i sanguinosi scontri contro la minoranza cinese nel 1998, e l’esercito fu determinante nei grandi pogrom del 1965. La persecuzione di Ahok rappresenta almeno un colpo ai diritti di tutte le minoranze indonesiane, dai cristiani agli Ahmadi alle minoranze LGBT. Nel caso peggiore si fa più vicino il rischio di sanguinosi scontri come quelli du venti anni fa.

Il popolo indonesiano deve custodire gelosamente la propria reputazione così duramente conquistata di paese tollerante .

TheEconomist

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