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Licenza di uccidere della polizia nazionale filippina

La polizia nazionale filippina falsifica le prove per giustificare gli omicidi illegali in una guerra alla droga che ha causato oltre 7000 morti, si legge nel rapporto Licenza di uccidere di Human Rights Watch del 2 marzo.

In esso si afferma anche che il presidente Duterte ed altri personaggi dell’amministrazione hanno istigato ed incitato agli omicidi di gente povera delle città.

Questa campagna secondo HRW, che ha invitato l’ONU a dare vita ad indagini indipendenti ed internazionali al fine di determinare le responsabilità in quest’ondata di omicidi, potrebbe costituire un crimine contro l’umanità.

Un direttore di HRW, Peter Bouckaert, ha detto: “Le nostre indagini hanno trovato che la polizia uccide di norma i presunti tossicomani a sangue freddo e poi insabbia il proprio crimine ponendo armi e droga sulla scena del crimine… Il ruolo del presidente Duterte in questi omicidi lo rende in fin dei conti responsabile per le morti di migliaia di persone”.

licenza di uccidere

Carlo Gabuco per Human Rights Watch

In sostanza la polizia nazionale filippina ha portato avanti omicidi extragiudiziali affermando in modo falso di essere stata costretta per autodifesa. La falsificazione della scena del delitto è fatta con il mettere l’arma, munizioni usate, sacchetti di droga sul corpo delle vittime per farli apparire come coinvolti in spaccio di droga.

Inoltre appare chiaro dalle indagini fatte da HRW e presentate nel rapporto che i presunti killer mascherati in moto agivano a stretto contatto con la polizia facendo sorgere i dubbi che i presunti omicidi di bande rivali di trafficanti sono solo cose pretestuose.

Spesso i sospetti arrestati dalla polizia erano ritrovati morti e classificati come cadaveri recuperati o morte sotto indagine.

Nessuno è stato mai indagato, o incriminato per un qualunque crimine della guerra alla droga.

L’indagine si basa sull’intervista a 28 famiglie delle vittime e testimoni degli omicidi, oltre a giornalisti e militanti dei diritti umani. Fa riferimento ai rapporti di polizia che HRW contraddice moltissimo.

Sin dalla sua proclamazione a presidente, Duterte ha espresso molto chiaramente il sostegno a questa campagna di omicidi: “Il mio ordine è di sparare per uccidervi. Non me ne frega dei diritti umani, fate meglio a credere a me”.

A verifica del “successo” della campagna contro la droga, o per meglio dire contro i poveri, è il conteggio dei cadaveri.

Gli incidenti studiati sono 24 nel rapporto e le persone uccise 32, quasi sempre accadute nel fondo della notte, per strada o in qualche casupola di una baraccopoli che popolano Manila.

Dal racconto dei testimoni si sa che i sicari operavano in piccoli gruppi, vestiti di nero col volto mascherato in qualche modo. Si fiondavano nelle case senza identificarsi e senza alcun mandato.

Spesso i familiari venivano picchiati mentre gli altri inginocchiati supplicavano di poter vivere.

Gli omicidi accadevano quasi subito: sul posto, oppure dopo essere stati trascinati fuori e sparati per strada oppure un po’ più lontano. Talvolta il corpo era gettato da qualche parte, in un canale o nell’immondizia, talvolta con le mani legate e la testa coperta di plastica.

Sempre di lì a poco arrivava la SOCO, la scientifica della Polizia Nazionale Filippina.

Sotto l’apparenza di operazioni antidroga gli omicidi seguivano la stessa routine mortale ad indiare il disegno dell’abuso della polizia, dice Peter Bouckaert.

Se la guerra alla droga doveva servire a combattere il cartello della droga, i signori della droga, gli obiettivi sono stati in grande maggioranza povera gente, disoccupati o poveri lavoratori come portatori o guidatori di tricicli, tutti che vivevano in baraccopoli o in case abusive.

HRW fa notare che nonostante ci siano 922 di casi indagati con indagini terminate, non ci sono prove di arresti e incriminazione dei colpevoli.

Va aggiunto come i poliziotti pluridecorati accusati di aver ucciso un uomo di affari sudcoreano dentro il quartier generale della polizia nazionale filippina a Camp Crane non sono stati neanche allontanati dal servizio.

Proprio a seguito di questo omicidio, Duterte ha sospeso l’operazione della guerra alla droga e chiesto l’intervento dell’esercito nella stessa guerra, promettendo di riprenderla fino alla fine della sua presidenza.

Il rapporto Licenza di Uccidere sostiene che non esistono prove dirette evidenti che Duterte abbia pianificato o ordinato specifici omicidi extragiudiziali. Non esiste un ordine esecutivo, un qualcosa di scritto da parte dello scaltro Duterte. Esistono le sue tante dichiarazioni che potrebbero costituire atti di istigazione affinché la polizia commetta gli omicidi. Esiste il suo incitamento alla popolazione in generale a commettere della violenza in stile vigilanti che potrebbe essere un incitamento penale.

A chi è nelle posizioni ufficiali potrebbe essere imputato il reato di crimine contro l’umanità che sono reati gravi contro una popolazione civile commesse con un attacco sistematico o diffuso che possono essere perseguiti dalla Corte Internazionale di giustizia di cui le Filippine fanno parte.

Duterte in quanto presidente ha la responsabilità legale di dirigere pubblicamente le forze di sicurezza affinché pongano fine alla campagna di annientamento degli omicidi extragiudiziali. L’ufficio nazionale di indagini, NBI, e l’Ombudsman devono indagare in modo imparziale gli omicidi e ricercare i responsabili. Il parlamento deve condurre le audizioni in modo sostanziale e adottare le misure che pongano fine e prevengano gli omicidi.

Gli stessi paesi donatori delle Filippine devono intervenire e nel caso cambiare la destinazione dei finanziamenti verso programmi di riduzione del danno legati alle comunità che siano efficaci e appropriati.

Nel presentare il rapporto Licenza d Uccidere Bouckaert dice: “La guerra alla droga di Duterte potrebbe essere descritta meglio come crimini contro l’umanità che colpiscono i poveri delle città. Questi omicidi per rabbia popolare o per pressione mondiale o per inchieste internazionali termineranno e i responsabili saranno portati davanti alla giustizia”.

Alcuni resoconti tratti dal rapporto Licenza di Uccidere

Paquito Mejos è un lavoratore delle costruzioni di 53 anni che ha usato occasionalmente Shabu e che era stato incluso nelle liste di proscrizione, compilate dalle unità di governo locali, chiamate Barangay, o dalla polizia. L’uomo va dalla polizia, si consegna e due giorni dopo viene ucciso, mentre i familiari provano a fermarli con le parole.

Alcuni uomini incappucciati entrano in casa e lo vanno ad uccidere mentre dormiva.

Immediatamente dopo arriva la polizia scientifica SOCO e insieme ai sicari stila il rapporto in cui si dice che l’uomo era stato sparato perché aveva puntato la pistola contro di loro. Shabu in tasca e una pistola.

I familiari hanno controbattuto a questa affermazione: “Paquito non ha mai avuto una pistola. Non aveva shabu con lui quel giorno”

Su un’altra lista di proscrizione c’era anche Rogie Sebastian a cui il barangay chiede di arrendersi. Rogie non si preoccupa di andare perché ha smesso qualche mese prima. Tre uomini mascherati si presentano alla casa, con i giubbotti antiproiettile, e lo ammanettano in casa. I familiari sono fuori e lo sentono supplicare per la sua vita. Si sentono i colpi di pistola da fuori dove sono presenti anche altri poliziotti che non entrarono dentro. Quando uscirono i sicari dalla casa se ne andarono indisturbati in moto come erano venuti.

Tutte le altre storie sono analoghe: poveri che non riescono a pagare neanche il fitto di casa, magari con qualche furto alle spalle, uccisi a sangue freddo dopo essere stati legati e buttati. La polizia scientifica giunge sempre immediatamente dopo ed i sicari sono ancora lì.

I parenti di Edward Sentorias, padre di 3 ucciso a Manila, dicono di non avere alcuna fiducia di un’indagine della polizia: “Ho visto un poliziotto entrare con una borsa in alluminio … tira fuori la pistola e qualche sacchetto di shabu, che mette vicino al cadavere. Ritornai dove mi trovavo totalmente scioccato. Non riuscii neanche a protestare. Se andiamo a protestare che possibilità abbiamo contro le autorità?”

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