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Le aspettative mal riposte nel governo di Aung San Suu Kyi

Il bilancio di un anno di governo di Aung San Suu Kyi parla di aspettative mal riposte, tra guerre etniche furiose e possibili crimini contro l’umanità, l’investimento estero che scende per le prospettive economiche troppo vaghe.

L’analisi è di Poppy McPherson apparsa su The Guardian

Non doveva andare a finire così.

Il copione chiedeva all’attore principale, un premio Nobel, di prendere il controllo di un paese, portare la pace dove c’era conflitto e ricchezza dove c’era povertà. Una nazione che emergeva da annidi dittatura militare doveva diventare un faro di pace e non solo per la sua popolazione sottomessa ma anche per una regione divisa e turbolenta.

Ma come molte tragedie politiche dell’ultimo anno, il copione non è stato seguito dal capo di fatto della Birmania, Aung San Suu Kyi.

Ora ad un anno da quando il più famoso prigioniero di coscienza è giunto al potere in una posizione creata per lei come consigliere di stato, non si parla di progresso.

Si parla invece di conflitti etnici crescenti che sono covati per decenni sotto la cenere e che esplodevano sporadicamente. Una nuova insorgenza Rohingya musulmana che ha spinto ad una repressione dell’esercito definita da alcuni come crimine contro l’umanità; una corsa a casi di diffamazione che hanno diffuso il panico di una minaccia alla libertà di parola; ed un quadro legale repressivo, ancora in piedi, che ha permesso ai generali di mettere tanti in prigione. Nel frattempo Aung San Suu Kyi è accusata di restare per lo più in silenzio evitando di proposito i media.

Le tantissime interviste fatte da questo giornale con diplomatici, analisti consiglieri mostrano una frustrazione rispetto ad un governo dall’alto che non ce la fa di fronte alle sfide immense. Lo stile dubbio di dirigere di Suu Kyi, la sua incapacità o mancanza di volontà di comunicare una visione e la sua riluttanza a pronunciarsi contro la persecuzione delle minoranze hanno fatto sorgere la domanda di quanto sia fuori luogo la narrativa popolare.

E sebbene qualcuno la difendi, dicendo che ci vuole tempo per correggere decenni di errori, altri vedono un fondamentale errore di comprensione della stessa donna.

“Molti che fecero la campagna per liberarla erano di parte liberale. Ora forse lei assomiglia a Margaret Thatcher” ha detto un diplomatico.

Un forte contrasto alla Suu Kyi che, nei suoi 15 anni di arresti nella villa vicino al lago, si ergeva su un tavolino malfermo a fare sermoni sui diritti umani vicino al cancello.

“Ed era elettrica” dice David Mathieson, che ha lavorato in HRW. “Era allegra, Dava informazioni. Una persona di principio. E credo ci si possa lamentare che non faccia lo stesso ora”.

Sola nel prendere le decisioni

A cinque ore di macchina da Yangoon, se ne sta la capitale distopica della Birmania circondata da montagne coperte di dense foreste. E’ qui, nella cosiddetta Residenza dei Re costruita dai generali per isolarli dagli attacchi, in un panorama di autostrade enormi vuote e hotel grandiosi che vive la sua vita al potere Aung San Suu Kyi.

La signora di 71 anni è un governante disciplinato. La sua abitudine, stabilitasi durante la prigionia, è di svegliarsi prima dell’alba e meditare nella casa che condivide con il suo cane e qualche cameriera. Fa colazione con un consigliere, spesso Kyaw Tint Swe, un ex ambasciatore che passò decenni a difendere le azioni della giunta militare.

L’aiutante Win Htein dice che Aung San Suu Kyi mangia molto poco. “Come un gatto. Non mangia carboidrati. Frutta e verdura. Niente porco o montone o carne. Solo pesce”.

Maing Ko Ni.Photo – Thaw Hein Htet / The Irrawaddy

Quello che si concede è un vasto guardaroba di longyis di seta di lusso e la visione di film la sera dei quali preferisce i musical. Di recente Win Htein le ha regalato una copia di La La Land. Per lo più lavora. C’è tanto lavoro.

Oltre ad essere consigliere di stato, posizione creata per aggirare il divieto costituzionale dei militari che le impedisce la presidenza, è anche ministro degli esteri, ministro dell’ufficio del presidente e presiede numerosi comitati. Descritta per lo più come micromanager, si legge attentamente i documenti per ore. Una fonte vicina dice che chiede di vedere una copia di ogni legge bozza prima di presentarla al parlamento. E’ norma che i ministri passano le decisioni verso di lei.

“Il problema è che nel suo governo non ci sono politici” dice l’analista birmano Myat Ko. Chi la conosce sa che ispira devozione e paura. E’ descritta come affascinante e carismatica, forte ed autoritaria. “Si sente come un capo reale” ha detto un diplomatico. “Intelligente, arguta, alquanto allegra”. Poi aggiunge : “Direi che sembra che si sia dedicata ad essere la sola a prendere decisioni per non avere la possibilità di stabilire centri rivali”.

Il consigliere di stato, che primeggia sui suoi subordinati per statura, è spesso descritta come se vivesse in una bolla, circondata da una cabala di consiglieri che sono troppo nervosi a comunicare verità dure. Un analista di Yangoon che lavora per il processo di pace ha detto che le cattive notizie spesso non la raggiungono.

Una transizione accidentata

Questa non è l’amministrazione che molti sognavano quando NLD vinse le elezioni del 2015. Le circostanze di questo spostamento sismico in Birmania sono state lontane dall’idealità per un governo coeso, efficace.

L’esercito ha mantenuto il controllo dei ministeri chiave come delle forze di sicurezza. Ma l’elezione e il trasferimento di poteri dal precedente governo appoggiato dai militari sono andati avanti bene.

“Gran parte delle transizioni finiscono male: la primavera araba ed altri esempi” dice Richard Horsey che abita a Yangoon. “Allo stesso tempo le transizioni sono sempre accidentate e credo che il paese attraversi un periodo particolarmente accidentato nella sua transizione”.

Nei primi mesi ci furono buone notizie per la nuova amministrazione. Aung San Suu Kyi liberò tantissimi prigionieri politici. Annunciò la creazione di una commissione consultiva sullo stato Rakhine, dove la minoranza musulmana Rohingya è perseguitata da decenni. Si tennero ad agosto grandi colloqui di pace con i gruppi armati. A metà settembre gli USA promisero di togliere le sanzioni.

Ma le crepe erano lì sin dall’inizio. L’annuncio del suo governo ricevette alcune critiche quando emerse che alcuni suoi nuovi ministri avevano lauree fasulle. Suu Kyi non aveva molte scelte. Le sole persone di esperienza nel governo erano del regime precedente. Ma si dice che abbia una piccola rete e che sia lenta a fidarsi della gente, una eredità degli arresti domiciliari e della persecuzione.

E’ diventato un tema l’ossessione con la lealtà di partito. I legislatori del NLD furono invitati a non parlare con i media prima delle elezioni e poi di non porre questioni forti in parlamento. Il silenzio tenuto durante la crisi nello stato Rakhine ad Ottobre e poi a novembre quando quattro gruppi etnici formarono una nuova alleanza a nord.

La pace era la priorità principale di Suu Kyi come lei stessa disse prima di assumere l’incarico. Ma il conflitto è cresciuto a livelli senza precedenti negli stati Kachin e Shan, dove migliaia di rifugiati sono spinti oltre la frontiera cinese.

Da buddista di etnia Bamar, Aung Sa Suu Kyi proviene dal gruppo etnico principale. “The Lady”, come è amorevolmente chiamata, si è costruito un seguito tra le etnie divise della Birmania con viaggi verso le frontiere sin dal 1989 indossando spesso i vestiti locali.

Ma i capi delle etnie hanno di recente messo in dubbio fino a che punto simpatizzi per le minoranze. Il suo governo ha condannato abusi di gruppi etnici armati ignorando le aggressioni dei militari. In un caso ha definito una grossa organizzazione come terroristica. Un analista ha detto che ha una strategia: “avere buone relazioni con le forze armate, Tatmadaw”.

L’immagine quasi limpida di Suu Kyi si cominciò a incrinare nel 2012 quando non si espresse dopo lo scoppio di violenze settarie che portarono alla morte di centinaia di persone, per lo più Rohingya, nello stato Rakhine. In una chiara concessione alle fazioni razziste nazionali il suo partito non accettò parlamentari musulmani per il parlamento nel 2015.

Molti considerano la sua spietatezza un espediente politico rispetto alla paura degli imprevedibili militari. Win Htein, il suo consigliere, ha citato qualcosa che le disse nel 1988: “Mi disse, si da quando decise di far politica, che avrebbe cambiato tutto. Delle critiche verso di lei non sene sarebbe importata nulla”.

Potenzialità per il genocidio

La più grossa prova morale del suo comando si pone nello stato Rakhine, un coacervo di tensioni tra la minoranza musulmana Rohingya e la maggioranza buddista. La parte settentrionale della regione è esplosa violentemente il 9 ottobre dopo che nove militari furono uccisi sul confine occidentale con il Bangladesh per mano di Rohingya armati di spade e fucili improvvisati.

Aung San Suu Kyi ebbe la notizia nel mezzo della notte. Il giorno dopo indisse un incontro austero con la polizia ed il governo. “Non era preoccupata ma neanche calma. Era arrabbiata” ricorda Win Htein.

I militari sigillarono l’angolo remoto del paese vietando l’accesso ai media ed agli aiuti umanitari. Decine di migliaia di Rohingya, che in molti considerano immigranti “bengalesi” illegali fuggirono attraverso la frontiera verso i campi dei rifugiati. Loro hanno raccontato degli omicidi e stupri di massa, negati dai militari. Una donna disse che le truppe la stuprarono, uccisero il marito e sette suoi figli. Solo uno è sopravvissuto, disse la donna a questo giornale.

Il governo di Aung San Suu Kyi ha rigettato con rabbia tali accuse come “costruite”. Furono poste sulla sua pagina ufficiale di Facebook le parole “falsi stupri”. Un rapporto di un comitato governativo citava la presenza di moschee e Bengalis per rigettare le accuse. Una risposta maldestra. Un ministro straniero la scorsa settimana ha detto che una risoluzione dell’ONU di inviare una commissione inquirente internazionale indipendente “servirebbe ad infiammare piuttosto che risolvere le questioni in questo momento”.

Un inviato dell’Asia meridionale ha detto che passarono tre mesi prima che il vice di Suu Kyi al ministero degli esteri visitasse l’ambasciata del Bangladesh. Essi offrirono di rimpatriare alcuni Rohingya senza fare riferimento agli altri centinaia di migliaia che vivono nei campi del Bangladesh, dopo essere fuggiti alle precedenti ondate di violenza.

“Posso dire che il governo non ha neanche un anno ma non abbiamo visto concrete indicazioni su come affrontare realmente la situazione nello stato Rakhine” ha detto un diplomatico. Il ministro degli esteri birmano non ha dato risposte a richieste di commento.

E poi il colpo personale. A dicembre oltre una dozzina di Premi Nobel scrissero una lettera al consiglio di sicurezza dell’ONU mettendo in guardia rispetto ad una tragedia “che assomma ad una pulizia etnica e a crimini contro l’umanità”. La lettera citava il potenziale genocidio.

Non è il cambiamento promesso

Chi la conosce crede che Aung San Suu Kyi abbia pregiudizi sebbene dicono che lei abbia paura di essere vista amica dei musulmani dai potenti buddisti radicali. “Credo che sia un po’ come i bianchi anziani in America. Non sono razzisti ma non rendono prioritaria la razza” ha detto un diplomatico.

Ma quando, dopo dieci mesi di governo, fu assassinato un importante avvocato Musulmano, Ko Ni, il suo silenzio lasciò di stucco in molti.

Ko Ni era un avvocato costituzionalista che aiutò a creare la posizione di consigliere di stato e fu ucciso il 29 gennaio mentre stava al di fuori dell’aeroporto di Yangoon con suo nipote tra le braccia. Per un mese Suu Kyi non fece alcun commento pubblico. Non chiamò neanche la famiglia.

Fu solo quando presenziò ai funerali alla fine di febbraio che fece il suo primo commento sulla questione. L’immensa autorità tenuta dai militari implica che il consigliere di stato ha poteri limitati nelle aree di conflitto. Ma persino in ambiti dentro il proprio potere, il governo sembra mancare.

L’investimento estero scenderà del 30% fino al 31 marzo secondo NAR. La fase negativa è attribuita in parte ad una visione economica vaga.

La maggioranza parlamentare NLD si impegna ad emendare e rimuovere legge di repressione come la famosa clausola 66D nella legge delle telecomunicazioni usata per arrestare tanti per articoli su Facebook critici del governo e dei militari. Ma invece i membri anziani del NLD cominciarono ad usarla con un ordine di perseguire alcuni casi contro critici che vengono dai livelli più alti del governo.

Dall’inizio 2017 ameno 38 persone sono state accusate di diffamazione online, alcuni non legati al NLD, tra i quali uno sproloquio da ubriaco su Aung San Suu Kyi ed uno che definiva il suo presidente fantoccio Htin Kyaw, un idiota.

Champa Patel, diettore di AI ha detto: “Non è il cambiamento promesso dal NLD nelle elezioni dello scorso anno”

Nel frattempo diplomatici occidentali continuano a darle il beneficio del dubbio. Pochi sostennero la creazione di una commissione di inchiesta con l’aiuto dell’ONU sulla crisi Rohingya.

“Molte persone importanti ritengono che abbiamo bisogno solo di sostenerla a guidare il paese. Non ha avuto successo” dice un analista.

Aspettative mal riposte

Gli aiutanti di Aung San Suu Kyi hanno rifiutato richieste di interviste. Win Htein, che lavora come portavoce del NLD, considera il suo silenzio come un’astuzia politica ed ha detto che le interviste dei media prendono troppo tempo. Win Htein ha la reputazione di essere chi fa la disciplina nel NLD.

Parlando a casa sua, un dormitorio stile militare per parlamentari a Naypidaw, aggiunge: “Per favore dite a chi non è contento di Aung San Suu Kyi o in noi, guardate la storia. Abbiamo lottato per oltre 30 anni. Di vera durezza. Questo momento è troppo presto. Hanno aspettative troppo alte”.

Finora, il governo ha con successo represso la corruzione e lavorato ad un clima di libertà di parola, dice Win Htein, il quale giunge che “c’è una discussione per entrambe le parti” per la clausola 66D. Ha detto che l’affermazione che Aung San Suu Kyi sia la sola a prendere le decisioni nel governo è pura spazzatura.

Governare significa un negoziato costante con le forze armate. Membri del USDP gli hanno detto che pensano di sfidare la sua posizione di consigliere di stato come anticostituzionale.

Le considerazioni di Win Htein sui Rohingya riflettono i pregiudizi comuni in Birmania. Secondo lui le lobby musulmane esagerano le difficoltà del gruppo anche se 120 mila sono stati confinati nei campi nel 2012. Secondo Win Htein “immigranti illegali entrano nel paese come un fiume da decenni ormai” e che le pratiche islamiche sono incompatibili con i credi buddisti.

Win Htein non può parlare per conto di Aung San Suu Kyi. Ma è parso pertinente chiedere se pensasse che Suu Kyi abbia simpatie personali per i Rohingya.

Si ferma e dice: “No”

Poppy McPherson, TheGuardian