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La legge contro la blasfemia accresce la violenza religiosa e la giustifica

La tesi secondo cui è necessario avere una legge contro la Blasfemia, per mediare tra le parti e diminuire la violenza, è per lo meno non provata, se non è proprio l’opposto di quanto accade in realtà.

Chi segue la violenza come l’istituzione Wahid Foundation e gli studi come quelli di NVMS, Sistema Nazionale di Monitoraggio della Violenza, parlano di una costante crescita della violenza religiosa nel decennio passato.

I dati provenienti da NVSM mostrano una crescita media del 31.7% di violenza religiosa in Indonesia all’anno dal 2003 fino al 2014 persino mentre cresce nello stesso periodo l’uso della legge contro la Blasfemia.

A dare ulteriormente sostanza contro la correlazione tra uso della legge e decrescita della violenza, è il fatto che il grosso della violenza religiosa, 76.5%, è di fatto avvenuta tra il 2011 ed il 2014, dopo che la legge divenne famosa sulla base della sua rivisitazione nel 2010. La corte costituzionale allora rigettò le richieste di farla cancellare e invece sostenne la legge del 1965.

Comunque la legge contro la Blasfemia non accresce solo la violenza religiosa, ma contribuisce a trasformare la sua natura.

legge contro la blasfemiaA causa della sua definizione molto vaga e degli scopi nefasti, la legge ha permesso alla gente di assemblare i propri atti di violenza sotto una forma elusiva all’apparenza giusta.

Lo si fa in due modi: cambiando la violenza diretta in una violenza apparentemente più strutturale ed distorcendo la mediazione interreligiosa, in cui ci si attende un risultato equo per entrambe le parti, con la minaccia dell’incriminazione.

I dati dello scorso anno della fondazione Wahid sulla libertà religiosa mostrano un chiaro indicatore di questa prima trasformazione. Nel 2014 la violenza diretta, come demolizioni, espulsioni, minacce e coercizione, rappresenta il 33.5% della violenza religiosa di stato e non di stato. Nel 2016 questo numero scende al 14.6%.

D’altro canto, mentre la criminalizzazione ammonta a solo il 9.7% della violenza religiosa nel 2014, raggiunge il 16.2% della violenza religiosa lo scorso anno.

Non solo, per la prima volta, è cresciuta la criminalizzazione, ma gli atti di criminalizzazione religiosa sorpassano gli atti di violenza religiosa diretta.

Benché una diminuzione di violenza diretta significa meno feriti tra le minoranze religiose ed un buon indicatore di uno stato pacifico dei musulmani indonesiani, la criminalizzazione delle minoranze religiose comporta ramificazioni anche pericolose principalmente il costo dei loro diritti come cittadini.

La ricollocazione, per esempio, a Giava Orientale della comunità Sciita di Sampang a Madura a Sidoardjo è un esempio ancora vivo.

I politici e la polizia erano impediti nel rendere prioritaria la protezione dei diritti civili della comunità nel caso dello scontro tra loro e gli agenti radicali violenti. Di conseguenza il percorso di raggiungere la pace ha il costo dei diritti umani della comunità sciita, invece di perseguire i colpevoli.

Questa ricollocazione li separa da qualunque modo di sostentamento avevano in Sampang costringendoli a cercare qualunque precarietà pur di sopravvivere.

Negli ultimi cinque anni, la comunità Sciita di Sidoardjo è stata costretta a vivere in case governative insufficienti (70 case per 84 famiglie e in molti casi quattro famiglie condividevano una casa), a vivere la crisi idrica di una settimana oltre a difficoltà nell’acquisizione di un documento di identità.

Analogamente la burocrazia è riluttande a dare tessere di identità ai membri della minoranza Ahmadi come a Kuningan, Giava occidentale, a causa del loro status legale particolare, basato su un decreto del 2008 sulla setta Ahmadiya.

Quel decreto vieta a chiunque di fare azioni illegali contro gli Ahmadi ma anche vieta loro di propagandare il loro credo che sono ritenuti opposti agli insegnamenti dell’Islam tradizionale.

Le tessere di identità sono fondamentali per i servizi come la sanità, la patente, prestiti bancari, sostegno alimentare, tutto quello che lo stato deve fornire indipendentemente dalla propria storia.

Un altro impatto della legge sulla violenza religiosa è nel modo in cui evita una mediazione giusta tra le parti religiose in conflitto.

I cittadini hanno di fatto mostrato vari metodi di risoluzione di conflitti religiosi come la mediazione sunniti-sciiti delle organizzazioni islamiche a Pasuruan nel 2013 a Giava Orientale.

Tali metodi, piccoli, persistono. Lo scorso anno l’ulema del posto riuscì a mediare un conflitto tra studenti islamici del posto e giovani a Pamekasan. Questi protestavano la presenza di una figura religiosa controversa che si presumeva wahabi il quale odiava la versione locale della comunità musulmana.

Tali mediazioni sono per lo più evitate contro le minoranze religiosa a causa della legge. Con la minaccia di essere denunciato e arrestato, le minoranze religiose sono costrette a mediare su termini ineguali e accettare alla fine le richieste della maggioranza anche quando sentono che le concessioni non sono giuste.

In pratica questo comporta tantissimi casi in cui i “religiosi devianti” finiscono per essere costretti a “riconvertirsi” al “modo corretto”.

Un chiaro esempio è la mediazione tentata ad aprile 2015 tra il vice-reggente di Kutai Timur, Borneo Orientale, e Guru Bantil, presunto “falso profeta”.

Sebbene Guru Bantil fosse stato condannato già secondo la legge nel 2013, il rappresentante Ardiansyah Sulaiman usò ancora la legge come mezzo di mediazione, affermando che se Guru Bantil non si fosse pentito, sarebbe stato denunciato di nuovo dopo aver scontato la sentenza.

Una più comune forma di “mediazione” è quella della mediazione tra organizzazioni religiose tra MUI, FPI e Mukdin Sadimin. Mukdim guidava una setta religiosa a Cilacap, GiavaCentrale, ritenuta deviante. Gli era stato intimato di pentirsi e promettere di non diffondere più il proprio insegnamento.

Dopo un incontro accettò i termini proposti e accettò di buttare giù il suo luogo di culto. Tuttavia prima dell’incontro la casa era stata già chiusa e distrutta dal FPI che minacciò lo stesso Mukmin. Se avesse rifiutato la mediazione sarebbe stato “consegnato alle autorità responsabili”.

Perciò la legge contro la blasfemia ha reso più difficile prevenire la violenza religiosa. Poiché la coercizione è ora vista più “giusta” perché fatta dallo stato e più pacifica perché condotta sotto il velo della mediazione, le tesi contro di essa si fanno sempre meno persuasive.

Se si crede davvero nei diritti religiosi uguali per tutta la differente popolazione indonesiana, è importante controllare queti cambiamenti e definirli come giusto.

Ma più importante è controllare e chiamare le cause radicali di questi cambiamenti, la legge stessa indonesiana.

Alif Satria, CSIS, Jakartapost.com

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