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Positiva l’apertura di uno spazio politico nel profondo meridione thailandese

La dichiarazione del 10 aprile scorso fatta dal BRN, Fronte rivoluzionario Nazionale, ha screditato sia l’attuale dialogo di pace tra il governo thailandese ed i gruppi insorgenti nel meridione thailandese, sia tutte le parti coinvolte.

Nel fissare i propri termini per un colloquio di pace, la dichiarazione del BRN ha acceso analisi critiche da varie parti contro il dialogo di pace, come pure ha alimentato domande sulla reale rappresentanza delle aspirazioni della gente del posto. Ma il dialogo, infatti, ha ottenuto qualche obiettivo nell’aprire lo spazio politico e quindi tutti i partner del dialogo devono capitalizzare su questo momento.

Il BRN è uno dei pochi gruppi di liberazione che insieme formano l’ombrello organizzativo, MARA Patani, che gestisce il dialogo di pace col governo. Chi mantiene ancora il silenzio su di esso sono i membri del BRN dentro MARA Patani e il facilitatore del dialogo di pace, la Malesia.

Il dialogo di pace, che fu inaugurato da Yingluck Shinawatra nel 2013, non fu istituito per bene. Non è andato avanti mai in modo fluido, ma è quasi sempre inceppato in ogni passo. Senza dubbio, tutte le parti coinvolte nel processo devono ascoltare la critica per affrontare i punti deboli e i lati negativi del processo.

Comunque, non è di alcun aiuto il loro rigetto del processo perché inutile o senza conquiste. Essenzialmente questo è un processo per fare dei colloqui. Quindi non serve a nulla criticarlo perché porta persone in Kuala Lumpur che chiacchierano mentre si sorseggia qualcosa.

Il dialogo di pace ha portato dei cambiamenti nell’atmosfera politica. Il dialogo ha aperto lo spazio politico che coinvolge media, docenti e studiosi e società civili.

Lo si può notare nella aumentata visibilità e accessibilità della Parte B, termine usato nel Consenso Generale sul Processo del Dialogo di Pace, firmato il 28 febbraio 2013, che si riferisce a “chi ha differenti ideologie e pensieri dallo stato”.

Il processo ha anche avuto come risultato l’accettazione pratica da parte dello stato del termine Patani che si riferisce alla regione meridionale storica che copre le province di Pattani, Yala, Narathiwat ed alcune parti di Songkhla. Altro punto notevole è la riduzione nell’uso del termine provocatorio “banditi meridionali” dai media thailandesi.

Questi obiettivi forse non soddisfano tutti e non sono soddisfacenti rispetto alle aspirazioni che alcune persone hanno. La pazienza di chi si attende cambiamenti drastici forse si sta esaurendo. Il processo comunque ha causato un qualche cambiamento che aiuta a mantenere il momento attuale.

Nel primo giro del dialogo di pace nel 2013, la sensibilità politica era altissima mentre la fiducia era molto poca. Per esempio, ero considerato un portavoce del BRN per il solo fatto che aiutavo a tradurre una dichiarazione rilasciata dal gruppo ribelle. Ora questa questione non è più una questione sensibile. L’ultima dichiarazione del BRN è stata tradotta dal Malay in inglese e nessuno ha mai chiesto che fosse il traduttore. Dopo tutto è stato ulteriormente tradotto in Thailandese da un ricercatore thailandese, e nessuno l’ha mai chiamata portavoce del BRN.

Inoltre i media sono stati più recettivi ai messaggi del gruppo insorgente riportando le loro dichiarazioni quando le fanno.

Da quando è iniziato il dialogo di pace, i membri dei gruppi insorgenti sono diventati più visibili e accessibili ai media. Prima di esso, tranne qualche eccezione come Kasturi Mahkota del PULO-MKP, fazione radicale del PULO Organizzazione Unita di liberazione di Patani, gran parte dei membri dell’organizzazione ribelli erano per lo più invisibili e inaccessibili.
L’atmosfera è cambiata in modo significativo da quando si è creata MARA Patani. Abu Hafez Al-Hakim ha agito da portavoce di MARA Patani mentre i membri delle altre organizzazioni hanno cominciato ad essere citati dai media.
Quasi nello stesso momento che è apparsa la dichiarazione del BRN, Abdul Karim Khalid dell’Ufficio Informazione del BRN, diede una intervista esclusiva alla BBC insieme ad altri due membri che non hanno voluto essere nominati. Sebbene abbiano screditato il processo di pace, hanno tratto vantaggio dello spazio politico nei media apertosi con processo stesso.

Il nome Patani che rappresenta la regione storica meridionale (scritta differentemente da Pattani) è ancora considerato una parola problematica da parte di tanti rappresentanti dello stato, in modo particolare da chi ha forti tendenze nazionalistiche.

Un esempio lo si ha 11 marzo, quando un gruppo di studenti della Università Rajabhat di Yala che ha esposto un manifesto col messaggio “Possiamo chiamarci Popolo di Patani?” durante una manifestazione sportiva, viene invitato dal rettore a dare una spiegazione della loro azione.

D’altro canto, anche se il termine Patani non lo si è ancora usato nei documenti ufficiali, è apparso comunemente nei media ogni volta che ci si riferiva a MARA Patani.

Un’altra tendenza positiva è il cambio nel termine usato dai media Thailandesi nel rappresentare i gruppi ribelli. Nel passato i media li definivano in modo provocatorio e ingiusto banditi meridionali, particolarmente prima dell’inizio del processo. Ora persino i media meno accurati comprendono che è un termine inappropriato e si riferiscono ai gruppi insorgenti come MARA Patani o quelli che hanno opinioni differenti.

Tutte le parti devono trarre benefici dallo spazio politico apertosi con il dialogo di pace, specie chi ha mai avuto un mezzo per parlare delle proprie lagnanze, dei problemi legati all’ingiustizia e persino le loro idee politiche che includano le loro aspirazioni come popolo di Patani.
Ogni incidente violento, di cui ora importa la gravità, come le bombe ben coordinate contro gli oltre 50 pali elettrici del 7 aprile o gli attacchi simultanei sui posti di blocco della sicurezza di mercoledì, non devono essere usati come una ragione per bloccare il processo di pace. Questi incidenti scontano la mancanza di inclusività del processo. Qualunque processo di pace per quanto ben congegnato non porterà alla fine immediata della violenza in campo.

Sarebbe molto più costruttivo ed induttivo che tutte le parti coinvolte assicurassero che il dialogo di pace sia inclusivo. Rigettare o screditare semplicemente il processo definendolo inutile, una perdita di tempo e di soldi, senza suggerire un’alternativa fattibile, non porterà a nulla.

La critica, che è parte integrante di ogni processo che va avanti, deve essere presentata per amore della gente del profondo meridione, non per cattiveria o per godere delle disgrazie altrui.

HARA SHINTARO, Bangkokpost.com

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