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Denunciato Rodrigo Duterte alla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’Umanità

Un avvocato filippino ha denunciato il presidente filippino Rodrigo Duterte alla Corte Penale Internazionale, insieme ad altri esponenti dell’amministrazione e della polizia, accusandoli di crimini contro l’umanità nella campagna nazionale contro la droga.

L’avvocato Jude Sabio ha scritto nella denuncia che Duterte “in modo ripetuto, continuato e senza tentennamenti” ha commesso crimini contro l’umanità e che sotto di lui l’omicidio di presunti tossicomani e altri criminali è diventata la pratica migliore di trattare la criminalità.

Jude Subio rappresenta Edgar Matobato che testimoniò nel senato filippino di fare parte della squadra di azione operante sotto gli ordini di Duterte.

Questa è la prima denuncia pubblicata presso la Corte Penale Internazionale che si basa sulla testimonianza di Matobato e del poliziotto in pensione Arturo Lascanas, sulle dichiarazioni dei gruppi dei diritti umani e delle denunce giornalistiche su tanti omicidi.

Ad essere interessati dalla denuncia per omicidio, oltre Duterte, sono undici ufficiali del governo per i quali si chiedono indagini, mandati di arresto ed un processo.

Nella testimonianza al senato filippino di Matobato i parlamentari non trovarono alcuna prova reale associata alla testimonianza che fu perciò lasciata cadere come costruita.

Dalla salita alla presidenza di Duterte si calcolano che 9000 persone siano state passate per le armi. La polizia afferma che un terzo di questi omicidi sono stati fatti in autodifesa in operazioni legittime di polizia. Molti gruppi affermano che la grande maggioranza degli altri due terzi siano stati commessi da vigilanti in combutta con la polizia o da poliziotti stessi. La polizia nega l’accusa.

Duterte ha negato sempre di essere coinvolto con squadre della morte e che i suoi ordini di uccidere i tossicomani è legata al fatto che la polizia deve operare dentro i confini della legge. Il portavoce presidenziale Abella ha detto che la polizia segue i protocolli operativi e che chi non li segue ne risponde di fronte alla legge. Il numero di 9000 persone uccise invece sono invece delle bufale, notizie false.

La risposta di Duterte a questa denuncia è che accetta di essere messo sotto accusa dalla Corte Penale Internazionale e che non si sente intimidito. La sua guerra alla droga continuerà senza sosta e brutale come sempre. (REUTERS)

Di seguito presentiamo il commento del Inquirer sulla denuncia fatta dal difensore di Edgar Matobato Jude Sabio contro Duterte alla Corte Penale Internazionale a L’Aia.

La denuncia prematura di Duterte alla Corte Penale Internazionale

La prima denuncia contro il presidente Duterte alla Corte Penale Internazionale a L’Aia è stata drammatica e inattesa; ha preso di sorpresa sia la classe politica che i giornalisti che li seguono. Ma l’attenta comunicazione presentata dall’avvocato Jude Sabio, consulente del reo confesso Edgar Matobato, all’Ufficio della Accusa del CPI forse sarà considerata, secondo le regole stesse della corte, o premature oppure oltre i limiti.

Le Filippine hanno sottoscritto il trattato di Roma che creò la CPI. Così accettiamo la giurisdizione della corte e che Sabio ha tutto il diritto di chiedere al tribunale di indagare quello che ha descritto come “un atto continuato terrificante, orribile e disastroso di esecuzioni extragiudiziali o omicidio di massa” nelle Filippine.

L’articolo 14 dello statuto di Roma stabilisce che:

corte penale internazionaleUno Stato Parte può segnalare al Procuratore una situazione nella quale uno o più crimini di competenza della Corte appaiono essere stati commessi, richiedendo al Procuratore di effettuare indagini su questa situazione al fine di determinare se una o più persone particolari debbano essere accusate di tali crimini.”

Ma lo statuto di Roma stabilisce anche, molto chiaramente, che la CPI “la Corte penale internazionale istituita ai sensi del presente Statuto è complementare alle giurisdizioni penali nazionali”, come si legge varie volte nel testo stesso.

Sono anche elencate quattro casistiche in cui un caso deve essere definito come inammissibile.

a) sullo stesso sono in corso di svolgimento indagini o provvedimenti penali condotti da uno Stato che ha su di esso giurisdizione, a meno che tale Stato non intenda iniziare le indagini ovvero non abbia la capacità di svolgerle correttamente o di intentare un procedimento;

b) lo stesso è stato oggetto di indagini condotte da uno Stato che ha su di esso giurisdizione e tale Stato ha deciso di non procedere nei confronti della persona interessata, a meno che la decisione non costituisca il risultato del rifiuto o dell’incapacità dello Stato di procedere correttamente;

c) la persona interessata é già stata giudicata per la condotta oggetto della denunzia e non e non può essere giudicata dalla Corte a norma dell’articolo 20, paragrafo 3;

d) il fatto non é di gravità sufficiente da giustificare ulteriori azioni da parte della Corte”

Questo quarto caso può essere lasciato cadere; non ci dovrebbe essere alcuna domanda che il numero di omicidi nella guerra alla droga del Presidente Duterte sia di “gravità sufficiente” da richiedere ulteriori indagini. E’ quello che la polizia filippina stessa dice quando etichetta molti omicidi come “Morti sotto Indagine”. Non c’è però prova conclusiva che il governo Filippino, sotto la presidenza Duterte, “non intenda iniziare le indagini ovvero non abbia la capacità di svolgerle correttamente o di intentare un procedimento”.

Certo, due inchieste del Senato si sono fermate essenzialmente a cestinare l testimonianza di Matobato e del suo manovratore, il poliziotto in pensione Arturo Lascanas che si è esso stesso denunciato per aver ucciso almeno 200 persone a Davao.

Certo, Duterte pare continuare a non voler considerare le regole di ingaggio precedenti della polizia, ad ignorare quanto scoperto sia dall’Ufficio Nazionale di Indagini che dal comitato del Senato, secondo cui ufficiali di polizia avevano ucciso una personalità del traffico di droga durante la sua detenzione.

Certo, a giudicare dalla sua vile decisione di permettere la sepoltura del dittatore Marcos presso il Cimitero Degli Eroi, la Corte Suprema stessa sembra pronta a leggere di più nel mandato elettorale di Duterte (con un 38% il secondo minore della nostra storia) rispetto al voto enorme che ratificò la costituzione di Marcos o, anche le tante decisioni della Corte che descrissero o dettagliarono la perfidia del regime di Marcos.

E’ un errore però pensare che chi si oppone alla guerra alla droga dell’amministrazione Duterte non abbiano in patria più alcuna opzione. I tre quarti dei votanti filippini hanno detto, in modo consistente, che vogliono che i sospettati siano arrestati, non uccisi; solo un quarto sostiene che si fidano della polizia. Il sostegno popolare a questa infelice guerra non è così saldo come si possa pensare.

La percezione cambierà le posizioni politiche; i fatti rafforzeranno l’indipendenza giudiziaria.

Philippine Daily Inquirer

 

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