13 nuovi casi COVID19 in Indonesia: non bastano le preghiere

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Terawan Agus Putranto, il ministro molto discusso della sanità indonesiana, è sotto il tiro della comunità diplomatica internazionale per la disinformazione minimizzando la serietà della crisi del COVID19 mentre i casi aumentano.

Negli ultimi giorni il presidente Jokowi ha sostituito Putranto, un generale che nel passato aveva guidato l’ospedale militare di elite Gatot Subroto dove si ricoverano i presidenti, nella diffusione di messaggi e decisioni pubbliche per una chiara mancanza di fiducia della gente.

Mentre provano a combattere il panico generale, Jokowi e gli altri sembrano comprendere con cosa ci si sta imbattendo, come l’impatto potenziale dell’epidemia, quando la crescita prevista del PIL è il 4.7% nel primo trimestre del 2020.

Secondo fonti bancarie indonesiane, questa crescita è il riflesso della crescita dei prestiti che sono scesi significativamente nei primi due mesi, mentre l’anno scorso l’economia è cresciuta del 4,9%, la prima volta che è scesa al di sotto del 5% dal 2015.

Le autorità sanitarie indonesiane si erano affidate al fatto che cinque dei sei primi casi erano legate ad una madre e figlia infettate da una singola visitatrice giapponese che era positiva al virus dopo il suo ritorno a casa in Malesia a fine febbraio.

Lunedì il governo ha annunciato 13 nuovi casi tra cui due stranieri ed ha dato poche notizie se non riconoscere che molte delle vittime vivevano fuori da Giacarta.

Di recente il governo ha emesso una lista di sei protocolli sul come gestire la crisi, ma quando il portavoce del governo per il COVID-19 Yulianto ha invitato di diplomatici ad una informativa speciale si dice che avrebbe deluso i diplomatici.

Terawan Agus Putranto

Dopo la notizia dei primi sei casi di COVI-19 in Indonesia, la mancanza di chiarezza su varie questioni ha creato altre paure sulla preparazione dell’arcipelago ad un’epidemia del virus.

“Ha dato più domande che risposte” ha detto un diplomatico che ha indicato la difficile relazione tra OMS e Indonesia. “C’era una mancanza di chiarezza che non ha ispirato fiducia”.

Gli USA sono in prima linea nel dire al governo di fare di più nel cercare nuovi casi visto che finora sono state testate 650 persone contro le decine di migliaia negli 87 persone fuori la Cina che lottano contro questo virus mortale.

Myanmar, Laos e Brunei sono i tre paesi rimasti nel sudestasiatico che devono ancora denunciare la presenza del COVID-19. Singapore (138), Malaysia (93), Thailandia (50), Indonesia (19) e Vietnam (17) hanno il numero di casi maggiore seguiti da Philippines (6) and Cambodia (2).

Myanmar è un dubbio enorme per le sue questioni di frontiere porose con la provincia meridionale cinese dello Yunnan dove ci sono stato 4830 casi. Anche la chiusura delle frontiere come detto farebbe poca differenza.

Nel provare a calmare lo scetticismo il giornale di stato New Light of Myanmar pubblicava i dettagli dei test fatti su 68 pazienti di 14 ospedali della nazione in cui si testa un solo paziente di un ospedale sul confine cinese di Muse che gestisce il 70% del traffico transfrontaliero.

Il vicino Laos, riluttante a chiudere il confine collo Yunnan, dice che i nuovi lavoratori cinesi impiegati nella ferrovia di 414 km con la Cina sono stati posti in quarantena per 2 settimane.

A preoccupare i diplomatici stranieri a Giacarta sono alcune dichiarazioni sconsiderate dei rappresentanti pubblici che mentre volevano calmare il pubblico hanno fatto ben poco per istruire i cittadini a prendere le opportune precauzioni.

Il sindaco di Depok Muhammad Abdul Samad ha fatto strabuzzare gli occhi con l’affermazione che i musulmani non prendono in virus se fanno le preghiere cinque volte al giorno e che le abluzioni che fanno uccideranno il virus.

Mentre i dottori hanno immediatamente attaccato questa idea, il ministro cristiano della sanità Putranto aveva già dato l’approvazione con vari commenti come l’affermazione che era il potere delle preghiere a tenere lontano il virus.

Lo stesso aveva ribadito il vice presidente Ma’ruf Amin, religioso che aveva provato fino all’ultimo a fare escludere il proprio paese allora senza infezioni dal divieto dell’Arabia Saudita ai pellegrini di fare un viaggio Umrah, o piccolo Hajj alla Mecca.

Bali resta libera dal virus ma le autorità del posto sembrano giocare ai dadi permettendo a centinaia di passeggeri della nave da crociera Viking Sun di sbarcare anche se due passeggeri avevano denunciato di avere sintomi simili all’influenza.

Le autorità sanitarie dicono di aver esaminato tutti i passeggeri ed equipaggio dopo aver passato la notte sulla nave che era in quarantena durante la fermata a Semarang ed essere respinti a Surabaya nel suo passaggio sulla costa occidentale di Giava.

La Viking Sun sta facendo un viaggio di 245 giorni intorno al mondo, il più lungo per nave da crociera, toccando 53 paesi, 112 città e sei continenti prima di ritornare al porto iniziale di Londra.

Due turisti a Bali, un giapponese ed un cinese, erano positivi al virus dopo essere tornati a casa il mese scorso, come anche la donna neozelandese il cui volo si era fermato lì sulla via da Teheran a Dubai.

Le autorità avevano detto che i passeggeri erano rimasti sul volo della Emirates durante la sosta di 100 minuti per essere smentiti dalla linea aerea, mentre si capisce che metà dei passeggeri era diretta a Bali.

L’industria turistica di Bali, che ospitava da 100 mila a 150mila turisti cinesi al mese, è stata colpita duramente dall’epidemia. Stanno scomparendo circa 50 agenzie turistiche dedicate ai turisti cinesi e all’orizzonte ci sono poche speranze.

La Banca di Sviluppo Asiatico ADB si attende che l’Indonesia perderà in entrate turistiche tra 1.7 a 3.5 miliardi di dollari a seconda dello scenario di previsione, mentre sulla Thailandia l’impatto potrebbe raggiungere fino a 11.9 miliardi di dollari.

S&P Global Ratings anticipa che una ripresa a forma di U dovrebbe iniziare nella regione del Asia-Pacifico più in là nell’anno, ma fino ad allora il danno economico complessivo avrà raggiunto i 211 miliardi di dollari.

Mentre l’Indonesia è meno esposta alla catena di rifornimento globale, Bank Indonesia ha previsto che la crescita economica rallenterà al minimo di tre anni di 4.9% dal previsto 5.1% per una prevista flessione nella spesa dei consumatori.

Il ministro delle finanze Sri Mulyani Indrawati ha detto che la ricaduta al virus sarà molto più difficile da affrontare rispetto a quella del 2008 che lasciò l’arcipelago relativamente intatto.

La ragione è che la crisi sanitaria ha colpito l’economia reale colpendo non solo il turismo ma ponendo freni alla manifattura, al commercio ed investimenti quando Jokowi prova a spingere per una legge ambigua onnicomprensiva in parlamento.

La scorsa settimana il governo ha fatto conoscere un pacchetto economico di stimolo da 725 milioni di dollari per sostenere la spesa del consumatore e il turismo. Ma riempire il vuoto creato dai turisti cinesi sarà impossibile particolarmente quando s permettono solo viaggi di affari essenziali.

John MCBETH, Asiatimes

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