15 anni da Tak Bai nel meridione thai senza giustizia

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Oggi 25 ottobre sono 15 anni da Tak Bai, anniversario del massacro nel profondo meridione thailandese, quando 78 persone rimasero soffocate sui camion dell’esercito per essere state accatastate con la pancia in giù e le braccia legate alle spalle.

15 anni da Tak Bai nel meridione thai ma la giustizia non c'è
Tak Bai, Narathiwat 25 ottobre 2004.BANGKOK POST.

Fu il massacro che riaccese l’insorgenza malay musulmana contro lo stato thailandese, che prosegue fino ad oggi, accusato della colonizzazione del Sultanato di Pattani agli inizi del 900, e che è l’emblema dell’impunità dello stato e delle sue forze di sicurezza.

Ad oggi si parla di 7000 persone uccise a Tak Bai e di decine di migliaia di feriti, in maggioranza civili e musulmani, oltre alle tantissime vedove ed ai tantissimi orfani. In quei giorni questo massacro fu poco conosciuto all’estero.

Mai nessuno fu portato davanti ad un giudice per rispondere, né il governo di allora che era guidato dal reietto della monarchia thailandese, Thaksin Shinawatra, fu mai chiamato a rispondere per ciò.

A queste 78 persone si devono aggiungere altre sette persone uccise dalle forze di sicurezza nella manifestazione davanti ad una stazione di polizia che chiedeva il rilascio di vari detenuti.

Nel racconto descritto dall’agenzia AFP, una persona che assistette agli accadimenti di allora racconta di come i manifestanti furono costretti a strisciare per terra con le mani legate alle spalle con le armi puntante loro contro.

Yaena Salaemae ha organizzato una marcia di preghiera e dice ad AFP: “Furono costretti a strisciare con le mani legate alle spalle. Non dimenticherò mai quel giorno”

Un sopravvissuto Hajeeding Maiseng che partecipò alle proteste rimanendoci ferito dice: “Non riesco ancora a lavorare come devo nella mia piantagione di caucciù”

Samsiyah Auseng vuole che giustizia sia fatta per il fratello Abdulhadi che morì in questo massacro.

“Lo trattarono come se non fosse una persona” dice la ragazza che ricorda di aver ricevuto il risarcimento per la sua morte, ma mai nessuno fu chiamato a rispondere.

Tak Bai è diventato il sinonimo di mancanza di responsabilità che continua finora in una regione dove sono in vigore legge marziale e legislazione dell’emergenza sostenuto da un apparato militare e poliziesco che non ha paragoni col resto del paese.

Tak Bai è il racconto che l’insorgenza usa per arruolare giovani tra le sue fila ed additare lo stato thai come responsabile della situazione del profondo meridione thailandese in cui non si può avere alcuna fiducia.

“Dopo 15 anni di conflitto, nessun responsabile del governo è stato mai accusato” dice Pornpen Khongkachonkiet di Cross Culturale Foundation. “Quello ha provato che impunità nello stato giudiziario thailandese è la più grande tragedia”

Il ciclo dell’impunità e della sfiducia reciproca sono poi alla radice del fallimento di qualunque approccio pacifico alla pace iniziato formalmente nel febbraio 2013 che porti la fine ad una violenza diventata quasi endemica e allo stillicidio di morti di civili.

In un editoriale Non fate morire la giustizia a Tak Bai, del BangkokPost si legge:

… I metodi impiegati dalla polizia e dal personale dell’esercito per disperdere la folla non erano solo inappropriati ma anche brutali. Furono sparati proiettili veri contro i manifestanti uccidendone sette. Poi ai rangers e ai militari di leva, inesperti alla dispersione della folla, fu ordinato di arrestarli, detenerli e portarli tutti e 1292 manifestanti in un campo militare di Pattani. I detenuti vennero caricati a forza sui camion, ammassati l’un sull’altro con cinque fila per tutto il viaggio che durò varie ore. 78 furono ritrovati morti sui camion.

Un comitato di accertamento dei fatti istituito dal governo di Thaksin Shinawatra scoprì che i comandanti non presiedettero le operazioni con le morti ed i feriti conseguenti. Molti detenuti persero degli arti. Il rapporto citava tre ufficiali per non aver monitorato e seguito il trasporto.

Nonostante le scuse successive del governo Surayud Chulanont e il risarcimento dato a vittime e famiglie, nessuno fu chiamato a rispondere per gli atti brutali contro i manifestanti.

Un’indagine della polizia sulla dispersione concluse che non si riuscì ad individuare i responsabili delle sette morti. L’accusa decise poi di non perseguire il caso.

Nel trasporto mortale dei manifestanti l’accusa cercò un’inchiesta del tribunale di Songkla nel 2012 e la corte disse che 78 uomini erano morti per soffocamento e parve giustificare la necessità dietro l’azione della polizia e militari. La polizia terminò il caso e poi l’accusa decise di non portare avanti il caso.

Queste decisioni sono la negazione della giustizia per le vittime e le famiglie. L’accusa avrebbe potuto permettere che facesse il suo corso il processo dovuto. L’inchiesta determinò la causa della morte. Ma non impediva all’accusa di aprire un caso penale contro la polizia e i militari responsabili per le morti. C’erano prove che avrebbero potuto aiutare a fare giustizia per queste persone. E si devono includere le conclusioni della missione di accertamento dei fatti che indicava nella negligenza degli ufficiali che non seguirono il trasporto dei manifestanti.

Senza un processo la giustizia non sarà mai fatta per le vittime e le loro famiglie. Si aggiunga che questo non voler perseguire i responsabili della tragedia continuerà ad alimentare la cultura corrente dell’impunità nel profondo meridione dove 7000 vite si sono perse da quando li accese l’insorgenza ai primi del 2004.

Il massacro di Tak Bai è solo una parte di molti casi di abusi contro la gente musulmana del posto commessi dalla sicurezza nel Meridione. Altri casi sono gli omicidi ingiustificati, le presunte scomparse forzate e la tortura. La riluttanza dello stato a fare giustizia alle vittime degli abusi alimenta l’insorgenza nella regione.

I giudici devono continuare a perseguire i responsabili del massacro di Tak Bai prima dell’ottobre 2024 quando scadono i termini di archiviazione.

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