2015, l’anno della rivalsa dei governi autoritari

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Il 2015 è stato l’anno della rivalsa dei governi autoritari contro le pressioni democratiche

La storia del 2015 nel sud est asiatico era l’elezione di novembre in Myanmar. Nel consegnare ad Aung San Su Kyi e al suo partito NLD una vittoria schiacciante, i cittadini birmani davano il loro assenso forte al cambiamento democratico e ad un governo migliore.

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Queste richieste negli ultimi anni sono state forti. Basti pensare alle elezioni malesi del 2008 e del 2013, alle continue vittorie elettorali per un governo non allineato con i militari in Thailandia, alle elezioni cambogiane del 2013 e quelle di Singapore del 2011, come pure al forte sostegno elettorale democratico nelle Filippine ed in Indonesia. La pressione democratica sui governi della regione è stata crescente e non sembra dover recedere nel prossimo futuro.

Il 2015 è stato l’anno della rivalsa dei governi autoritari nella regione.

Dietro i ititoli di testa su Myanmar c’è la tendenza crescente che stia rendendo piede una contrazione democratica. L’uso dell’arsenale autoritario da parte dei governi del sud est asiatico non è cosa nuova ma nel corso dell’anno i governi della regione hanno espanso l’uso delle incombenze e il controllo delle itituzioni per portare avanti le proprie posizioni.

La tendenza più ovvia è stata l’incremento dell’uso della repressione, mirata ai politici di opposizione ed al dissenso. In Malesia il capo dell’opposizione Anwar Ibrahim fu messo in galera a febbraio. In Thailandia iniziò il processo contro il primo ministro deposto Yingluck Shinawatra mentre le fu negato il viaggio in Cambogia. In Cambogia i capi di opposizione erano attaccati fisicamente. Ed il capo Sam Rainsy ha ritardato il suo rientro nel paese per la minaccia del carcere. La Malesia ha il più alto numero di politici di opposizione con pesanti capi di accusa che vanno dalla sedizione alla violazione di regolamenti di finanza bancaria.

Le minacce che i capi dell’opposizione si trovano davanti nella regione nella loro richiesta di cambiamento vanno dall’attacco fisico nella campagna elettorale alla possibile bancarotta.

L’uso della legge a fini politici va al di là dei membri di opposizione. Giornalisti e blogger restano nel mirino. Il reporter della radio filippina Jose Bernardo fu ucciso a Manila in un ristorante a novembre. Prima di lui altri 77 giornalisti sono stati uccisi dal 1992 nelle Filippine rendendo questo paese uno dei luoghi più pericolosi per i professionisti dei media.

Myanmar sta alla sommità della lista con il più alto numero di giornalisti incarcerati superando il Vietnam che quest’anno ha rilasciato alcuni blogger. Di nota il blogger Ta Phong Tan fu rilasciato dopo dieci anni di carcere, ma nel Vietnam la situazione resta seria a causa di molti incidenti in cui blogger e giornalisti sono stati picchiati in circostanze misteriose piuttosto che essere arrestati.

A Singapore il primo ministro Lee Hsien Loong ha vinto la causa di diffamazione contro il blogger Roy Ngerng che ha dovuto pagare a Lee 150 mila dollari. Lee e Najib Razak costituiscono i due capi della regione a lanciar accuse penali per critiche pubbliche.

La repressione sulla libertà di espressione si estende ai comuni cittadini dagli artisti ai professori universitari ai tassisti.

Young Chaw Sandi Tun fu condannato a sei mesi di carcere per aver insultato l’esercito birmano nel suo Facebook notando la similarità di colore tra l’uniforme del Tatmasaw e il vestito del capo dell’opposizione. In Thailandia si sono estesi i confini per i casi di lesa maestà fino ad includere gli insulti al cane del re. Thanakorn rischia fino a 15 anni per i suoi riferimenti ed entra in una lunga lista di arrestati che include studenti universitari per una commedia, un tassista per una conversazione, un romanziere ed altri.

Una madre di due figli fu condannata a 28 anni per dei commenti su Facebook mentre un impiegato di hotel a 56 anni per i suoi post di agosto, parte di una persecuzione senza fine.

Il vignettista Zunar in Malesia rischia fino a 43 anni per il suo lavoro satirico.

Questi sviluppi creano il gelo sulla discussione pubblica. Persino nella più aperta Indonesia, la discussione di quanto accaduto nel 1965 contro i comunisti è stata chiusa.

Mentre il potere è stato usato per placare le voci alternative, lo stesso governo della legge ha vissuto l’erosione. In alcuni casi non si è applicata la legge. A luglio il giudice internazionale Mark Harmon del tribunale dei Khmer Rossi in Cambogia si è dimesso dopo che il tribunale non ha voluto arrestare due ex capi dei khmer rossi per cui la corte aveva emesso i mandati.

Nonostante si abbia la tecnologia per trovare la figlia da sua madre Indira Gandhi per sette anni da un marito che abusa la religione in una vendetta personale contro la sua ex mglie, la polizia malese ha dimostrato di non voler usare il suo strumento per seguire l’ordine della corte di riportare la figlia alla madre.

In altri casi, il quadro costituzionale che protegge i diritti sono stati aggirati attraverso l’introduzione delle corti militari, come nel caso applicato thailandese e in quello richiesto dalla Malesia, e nuove misure che danno il potere ai capi di dichiarare “aree di sicurezza” senza controllo sull’autorità come accaduto con il frettoloso passaggio della Legge del Consiglio Nazionale della Sicurezza in Malesia. La legge è vista come una misura che permetterà all’impopolare Najib di restare al potere se perde un’elezione. In Myanmar ci sono leggi potenziali che si considerano che potrebbero dare ai militari l’impunità per i crimini del passato.

L’area dove le leggi sono davvero osservate continua ad essere la corruzione con un 2015 che ha visto alcuni scandali scioccanti.

In Malesia la “donazione” di 700 milioni di dollari della 1MDB nei conti personali di Najib resta mal spiegata, perché la legge non sia stata applicata in modo giusto al Premier e l’impunità sembra gli abbia permesso di restare al governo persino la la sua reputazione personale distrutta. Gli sforzi di minare la commissione contro la corruzione in Indonesia e le recenti richieste di soldi da politici al gigante minerario Freeport per poter fare affari hanno messo in mostra il problema persistente delle mazzette, della mancanza di trasparenza e abuso di potere.

Dalle preoccupazioni di corruzione nell’amministrazione filippina di Aquino agli effetti persistenti di scie di corruzione legate all’elite vietnamita, manca la guida effettiva capace di affrontare il problema più serio del governo. L’effetto finale è che i capi sono visti immischiati negli scandali rinforzando un sistema dove la carica è usata per la ricchezza personale piuttosto che il pubblico servizio.

Il controllo sulle risorse e le alleanze nepotiste restano un tratto dominante della economia politica dell regione. Quattro paesi della regione, Malesia, Singapore, Filippine e Indonesia erano nella lista dei capitalisti nepotisti del l’Economist, lista che misura il favoritismo della ricchezza verso imprenditori e interessi affiliati politicamente.

Le misure per espandere questo favoritismo sono cresciute nel 2015 con l’introduzione di tasse di consumo in Malesia e Myanmar, regolamenti che facilitavano maggiori fuochi piuttosto che rallentarli nella regione colita dalla foschia in Indonesia e tasse di servizio in aree tali come pedaggi a compagnie di amici.

Le popolazioni più vulnerabili della regione sentono i problemi economici, con monete che si deprezzano e un rallentamento della crescita nella regione intera. Queste condizioni hanno contribuito a condizioni dove l’uso delle risorse statali attraverso politiche populiste hanno rafforzato governi al potere, un fattore che ha contribuito alla vittoria elettorale di settembre del PAP a Singapore.

A subire l’impatto in modo particolare è chi vive ai margini con conseguenze serie sui diritti. La regione non è stata immune dalla crisi globale dei rifugiati che colpisce 60 milioni di persone al mondo. Restano gravi le condizioni di vita dei Rohingya in Birmania come pure di quelli nei campi nella regione. La scoperta scioccante dei campi di morte in Thailandia e Malesia con tortura, stupri e traffico di organi e di uomini deve ancora trovare un’appropriata risposta.

Una ragione per questa mancanza di responsabilità giace con l’amministrazione Obama che diede alla Malesia un miglioramento della sua posizione dopo la scoperta dei macabri omicidi del traffico umano. La svendita dei diritti umani della amministrazione Obama è stata particolarmente acuta nel 2015 dove gli interessi associati al TPP ha superato altre preoccupazioni.

Dalle questioni legate al processo degli emigranti birmani accusati dell’omicidio dei due turisti inglesi in Thailandia alla pratica persistente dei “schiavi di mare” con cittadini caricati sui pescherecci, chi è vulnerabile lo resta fino alla fine dell’anno, con misure limitate per rafforzare la protezione.

La vulnerabilità nel 2015 si è estesa alle minoranze religiose ed etniche. Bogor era indicata come la città più intollerante dell’Indonesia, quando ha dichiarato il proprio divieto per la fede Sciita in città. I discorsi di odi persistono contro i musulmani in Myanmar nonostante la vittoria elettorale che fa presagire una più grande inclusività. Si bruciano chiese ad Aceh, feste di Natale vietate a Brunei, diritti di minoranze religiose in Malesia repressi in casi che coinvolgono la custodia di bambini e la pratica religiosa.

Le misure per costruire la pace con minoranze sono crollate mentre la legge fondamentale della Bangsamoro nelle Filippine non è stata approvata. In luoghi come Myanmar sono state introdotte leggi di protezione della religione e della razza per vietare il matrimonio e libertà religiose, mentre le protezioni dei diritti sono stati di fatto erosi.

C’erano comunque punti di luce di maggiore libertà nella regione come la legge dei diritti di genere in Thailandia, la fine della persecuzione di un libraio e di uno studioso dalle autorità religiose malesi, la reintroduzione delle elezioni dirette in Indonesia e le successive elezioni pacifiche di dicembre per dirne alcune.

La gente della regione continua con forza la lotta per i diritti nel cyberspazio, nei tribunali e nelle comunità. Il clima non favorisce comunque a maggiori libertà dal momento che chi è al governo continua ad usare la propria posizione per tenersi al potere.

Mentre guardiamo al futuro, con una economia che rallenta e una persistente insicurezza da chi sta al potere, la prospettiva di espansione dei diritti non sembra promettente nel 2016. Lo scorso anno ci ha mostrato che c’è da attendersi l’inatteso, come per esempio l’accettazione dei militari del risultato elettorale in Birmania.

Mentre l’ASEAN annunciava formalmente la nascita della sua comunità il 31 dicembre 2015, tanti si tengono stretti una potenzialmente differente “comunità immaginata” dove continuano a vivere le idee dello studioso Benedict Anderson di appartenenze condivise, dignità e decenza della vita umana.

Bridget Welsh, New Mandala

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