21 settembre, il giorno della rabbia contro il regime di Duterte

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Per chi critica Duterte era semplicemente il giorno della rabbia, poiché i manifestanti chiedevano la fine della repressione pesante sulle droghe pesanti e della legge marziale nell’isola meridionale di Mindanao

“Il 21 settembre non è un giorno di festa. L’ho dichiarato un giorno di protesta. Chiunque vuol protestare contro il governo, la polizia, contro chiunque … scendete e protestiamo” dichiarò in tono di sfida il presidente Duterte ai suoi oppositori prima delle proteste massicce organizzate conro il suo governo controverso.

Oltre 20 mila manifestanti contro Duterte, costituiti dai blocchi della sinistra, gruppi della società civile liberale ed individui di tutti i settori sociali, parteciparono a grandi manifestazioni in Manila. Alla fine confluirono a Luneta Park dove è eretta la statua dell’eroe nazionale del XIX secolo Jose Rizal, ispirazione di chi lotta per la libertà da decenni.

Per chi critica Duterte era semplicemente il giorno della rabbia, poiché i manifestanti chiedevano la fine della repressione pesante sulle droghe pesanti e della legge marziale nell’isola meridionale di Mindanao, dove il governo lotta contro i gruppi affiliati all’ISIS.

Per oltre un anno Duterte ha goduto del sostegno incondizionato da una vasta maggioranza di filippini mentre lanciava la campagna da colpisci e terrorizza contro le droghe e la criminalità.

Eppure negli ultimi mesi l’atmosfera si è piano piano inacidita per le morti orribili di minorenni, come il povero Kian delos Santos, che fu la vittima di un omicidio extragiudiziale presunto per mano di chi applica la legge. Oltre 50 minori sono stati uccisi durante la guerra alla droga di Duterte, una tendenza straziante che ha fatto inferocire una sezione crescente della società.

Lo spettro della legge marziale

Il 21 settembre ha un particolare significato per la storia filippina. Tornando indietro nel 1971 il dittatore filippino Ferdinando Marcos dichiarò proprio quel giorno la legge marziale ponendo il paese sotto i poteri dell’emergenza con le conseguenti morti e le torture di migliaia di oppositori e militanti.

Marcos provò a giustificare la sua legge marziale dopo un attacco terroristico a Piazza Miranda ad agosto di quell’anno. La dittatura durò fino alle massicce proteste popolari del 1986 chiamate dopo la rivoluzione di Potere Popolare.

Quindici anni dopo un altro presidente filippino, Joseph Estrada, fu rovesciato in una sconda rivoluzione di Potere Popolare, condotta per lo più dalla classe media che era arrabbiata per la corruzione e il cattivo comportamento del presidente populista. I critici di Duterte affermano che lui è una mescola familiare di Marcos ed Estrada, un autocrate populista che è deciso a minare le istituzioni democratiche conquistate a fatica.

Alcuni giorni prima della commemorazione della legge marziale il portavoce del presidente Abella, con noncuranza lanciò l’idea che Duterte potrebbe lanciare la legge marziale a livello nazionale se le proteste del 21 settembre portassero “all’anarchia e fermassero il governo civile”.

In precedenza il ministro della difesa Lorenzana avvisava che “se la sinistra proverà a fare una protesta di massa, cominceranno a bruciare le cose per strada, fermeranno il paese, quindi potremmo dichiarare la legge marziale” a livello nazionale.

Sebbene il ministro Lorenzana, che presiede all’applicazione della legge marziale dove il governo combatte contro elementi affiliati al ISIS, avesse chiarito che “quella è una opzione molto remota oggi”, i critici di Duterte lo accusano di tirar piano piano la cortina sulla democrazia filippina a favore del governo autocratico.

Mobilitazione populista

Nel suo fare tipico da smargiasso, Duterte lanciò una sfida ai suoi critici: “Se credete che ci riuscirete con tre giorni o un mese di proteste, fate pure, siate i miei ospiti … posso continuare fino ad un anno”.

A dimostrazione del suo valore politico, il populista Duterte mobilitò migliaia di suoi sostenitori durante la commemorazione della legge marziale che lui chiamò “Giornata nazionale della protesta”.

Sebbene accetti le proteste come espressione legittima di democrazia il presidente ha cercato di sminuire e denigrare i suoi critici descrivendoli come parte di una cospirazione maggiore per rovesciare il governo.

Per evitare la colpa Duterte ha definito l’omicidio dei minori come parte del “sabotaggio” portato avanti da una cabala efferata di membri dell’opposizione e di reti criminali. Secondo Duterte lo scopo ultimo è di minare la sua campagna antidroga e se possibile porre fine alla sua presidenza.

Il presidente si attendeva grani proteste dell’opposizione particolarmente dopo che i comunisti ben organizzati ponevano fine alla loro coalizione di fatto con l’amministrazione e definivano Duterte un dittatore. Il brutto divorzio politico è giunto dopo crescenti disaccordi sulle questioni politiche fondamentali tra il presidente ed i suoi alleati progressisti, molti dei quali sono stati allontanati dalle posizioni chiave nel governo.

L’opposizione del partito liberale, la chiesa cattolica e gruppi della società civile hanno accresciuto la loro pressione su Duterte chiedendo la fine della sua sanguinosa campagna contro i presunti tossicomani. Per loro il paese rischia di scivolare nell’anarchia se il presidente non adotterà un approccio più umano e calibrato alla questione della droga nel paese.

Infatti le Filippine sono arrivati in cima all’Indice di Impunità Globale per il 2017 che misura la frequenza degli omicidi extragiudiziali e la debolezza del sistema giudiziario nei paesi del mondo.

Ci sono state altre manifestazioni simultanee contro il governo per tutto il paese compresa Davao, dove Duterte fu sindaco.

Sebbene le manifestazioni siano state pacifiche senza alcuno scoppio di violenza, la linea politica di faglia si è andata affinando negli ultimi mesi. La democrazia filippina appare più fragile e polarizzata come non mai nella sua storia recente.

Richard Javad Heydaarian, Aljazeera

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