30 settembre 1965: l’eredità di un massacro

Listen to this article

Il 30 settembre 1965 l’Indonesia cambiò in tanti modi.

Dopo quasi 50 anni la nazione deve ancora fare i conti col suo orribile passato: un massacro da proporzioni di genocidio, che fu acceso da un evento che accadde quella notte fatidica di settembre, quando sette ufficiali dell’esercito tra i quali c’erano sei generali, furono sequestrati e assassinati da ufficiali più giovani che appartenevano all’unità d’elite della guardia presidenziale.

indonesia1965

Il movimento del 30 settembre (Gerakan 30 september), come si definirono i colpevoli, disse che avevano agito per anticipare i loro superiori nel consiglio dei generali di lanciare un golpe contro il presidente Sukarno.

Il movimento fu annichilito in meno di 24 ore, e l’esercito riottenne il controllo e la compostezza nonostante le perdite dei suoi ufficiali più alti in grado.

E Presto iniziò il massacro

I militari, che al momento si trovarono sotto il comando di un giovane generale, Suharto, accusò il Partito Comunista Indonesiano, PKI, di essere l’istigatore principale dietro il movimento del 30 settembre, G30S, parte di un piano per prendere il potere da un sofferente Sukarno.

I militari guidarono la campagna ma gran parte degli omicidi furono condotti da organizzazioni di massa religiose tra le quali la Nahdlatul Ulama che si era scontata ideologicamente con il PKI.

Un golpe fallito accese, 50 anni fa, una diffusa ondata di omicidi, lasciando un’eredità di violenza e di negazioni che continuano ad ossessionare l’Indonesia.

Ci sono molte versioni diverse presentate dagli storici su chi per prima accese la fiamma dell’odio che continuò a consumare così tanta gente e sull’estensione del coinvolgimento del PKI, che al momento era il terzo Partito comunista al mondo per iscritti. Quello che è chiaro è che questo evento portò ad uno sterminio completo dei membri del PKI, dei sostenitori e simpatizzanti, e di tanti innocenti che non sapevano nulla della diatriba ideologica.

Chi sopravvisse non fu molto più fortunato. Decine di migliaia furono arrestati e inviati ai campi di lavoro sull’isola di Buru nelle Molucche, dove in tanti morirono. I militari chiamarono questo evento il movimento del G30S/PKI.

Dopo I Massacri

30 settembre 1965 massacro del PKI
Autore Miel

Durante il periodo di Suharto, il giorno 1 di ottobre era messo da parte come un giorno per segnare la “santità” dell’ideologia di stato, Pancasila, contro il tentativo di presa del potere del PKI.

Quelli che scelsero la data non dovettero notare l’ironia che il secondo dei cinque principi della Pacasila è “l’umanitarismo”. Non ci fu nulla di umano negli omicidi di massa dei loro concittadini.

Dal momento che gli omicidi non furono mai ufficialmente documentati, nessuno sa esattamente quante persone morirono durante la carneficina nel 1965 e 1966. Le stime vanno dalla cifra minima di 500 mila ai due o tre milioni. Molti storici considerano questo come il genocidio peggiore dall’Olocausto Nazista.

La principale differenza è, nel caso indonesiano, che i negazionisti governavano ed ancora governano.

La serie dei tragici eventi, scatenati da quanto accaduto il 30 settembre, cambiarono il corso della storia dell’Indonesia. Il presidente Sukarno fu così profondamente indebolito che a Marzo 1966 lasciò i suoi poteri a Suharto. Questo segnò più che un cambio di regime, l’inizio di un governo militare repressivo e brutale nel paese che è durato oltre 30 anni. Il regime di Suharto inflisse dei danni maggiori della soppressione della libertà e dei diritti fondamentali.

Un’eredità di violenza

Ponendo su tutto l’ordine e la stabilità, i militari incoraggiarono culture la fioritura di politiche violente. Le discussioni, talvolta anche su piccolissime differenze, erano fissate dal potere delle armi, se erano indicate come una minaccia alla sicurezza nazionale.

Differentemente dalla cultura politica corrotta che il regime si è lasciata alle spalle, l’eredità di una cultura politica violenta è molto meno riconosciuta. Non si è mai tentato di affrontare questo problema in modo serio, persino quando il paese iniziò le riforme politiche ed economiche per porre il paese sul percorso della democrazia il 1999.

Anche oggi forza e violenza sono mezzi usati per sistemare le differenze o per costringere la gente alla sottomissione. Sebbene i militari siano usciti dalla politica e la sicurezza nazionale è affidata alla polizia, la cultura politica che è lasciata dietro è ancora sentita largamente, e di volta in volta solleva la sua brutta testa.

Un problema è l’attitudine prevalente della società verso il massacro che varia dalla negazione completa ad una giustificazione per cui fu inevitabile e necessaria.

Ma la democrazia, dal 1999, ha aperto lo spazio pubblico ad un dibattito più vasto e l’Indonesia lotta per fare i conti con la tragedia nazionale, una pagina nera nella storia moderna della nazione che ha serie e durature implicazioni sulla vita stessa della nazione.

Ma dopo 50 anni, non si vede alcuna possibilità di conclusione. Ci sono stati tentativi di portare fuori storie, e di riconoscere che ci sono differenti interpretazioni degli eventi, oltre la versione militare che era stata imposta sul resto del paese per tutto il regime di Suharto.

Pramoedya ananta toer
Pramoedya Ananta Toer

Si sono pubblicati libri che offrono differenti versioni ed interpretazione della storia. L’aviazione militare, per esempio, che fu screditata tra le accuse di complicità nella questione G30, ha prodotto un Libro Bianco che dà la propria versione. I figli dei capi del PKI hanno pubblicato libri per presentare la loro storia.

Studiosi e storici che ricercano questo episodio della storia indonesiana hanno trovato difficoltà a parlare ai sopravvissuti e ai perpetratori, dal momento che non vogliono rivivere il trauma, preferendo lasciarsi il passato alle spalle.

Sono stati prodotti film e documentari, tra i quali vi è l’acclamato “The Act Of Killing” del produttore Joshua Oppenheimer che guardò agli omicidi dalla prospettiva dei perpetratori.

Altri hanno preferito scrivere romanzi, usando l’episodio tragico come uno sfondo per portare fuori storie in assenza di dati ufficiali.

Gli Indonesiani cominciano appena ad avere una conoscenza migliore di quello che è realmente accaduto.

Una Eredità di negazioni

Il presidente indonesiano Abdurrahman Wahid or Gus Dur, nel 1999, chiese scusa per le atrocità commesse da Nahdlatul Ulama che una volta presiedette. Ma dopo la sua morte nel 2013, molti nell’organizzazione dissero che non dovevano le scuse a nessuno e che non riconoscevano le scuse fatte da Gus Dur.

Il parlamento nel 2004 promulgò una legge per stabilire una commissione sulla verità e sulla riconciliazione modellata sulla base dello sforzo del Sud Africa di fare i conti con il governo dell’Apartheid.

Il presidente Susilo Bambang Yudhoyono assicurò che la legge non vedesse la luce del giorno. Non appena fu eletto la inviò alla corte costituzionale che diligentemente la decretò “anticostituzionale”. Non è probabilmente una coincidenza che il suocero di Yudhoyono fosse il generale Sarwo Edhie Wibowo, comandante delle forze speciali che guidarono la purga comunista negli anni 60.

Il nuovo parlamento, eletto lo scorso anno, ha reintrodotto la legge della Commissione per la verità e la riconciliazione nell’agenda legislativa nazionale e spera di poterla approvare il prossimo anno.

La Commissione Nazionale sui diritti umani, corpo statale indipendente, produsse nel 2012 il rapporto più dettagliato sul massacro dopo quattro anni i indagine ed ha concluso che la purga dei comunisti fu una grave violazione dei diritti umani ed un crimine contro l’umanità.

Il rapporto fu presentato a Yudhoyono con alcune raccomandazioni che includevano l’incriminazione dei colpevoli e per lo stato presentare le scuse alle vittime. Da allora non si sa più nulla dello stato di questo rapporto.

Nonostante il corpo crescente di dati ed informazioni su ciò che accadde a metà degli anni 60 e la più aperta discussione pubblica, le vecchie guardie sono ancora ben salde al potere e la loro posizione comanda.

Anche quando riconoscano che il massacro dei comunisti ebbe luogo, la vecchia guardia afferma che fu necessario ucciderli. Credevano allora come oggi che i comunisti li avrebbero uccisi se non avessero agito per primi.

Fin quando queste attitudini hanno presa chi attende le scuse da parte dello stato dovrà continuare ad attendere.

Il tempio guarisce ma, considerate le ferite profonde inflitte da quei tragici eventi, 50 anni forse sono insufficienti per la completezza del processo di guarigione. L’Indonesia ha bisogno di un altro po’ di tempo.

C’è almeno un po’ di consolazione nel fatto che ora c’è apertura maggiore per discutere quello che accadde, e che si fanno più sforzi per portare a galla la verità di quel periodo orrendo.

Potrebbe essere lasciato alla prossima generazione, chi non ha mai vissuto il trauma degli omicidi e delle traversie della vita sotto un regime militare brutale, per provare a trattare tutto questo meno emozionalmente e più obiettivamente.

Solo allora, forse, l’Indonesia potrà chiudere questo capitolo oscuro della sua storia moderna.

Endy Bayuni, Straitstimes.com

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ottimizzato da Optimole