6 ottobre 1976, il massacro indicibile della storia moderna thai

Listen to this article

6 ottobre è ancora la data che ancora perseguita la Thailandia che non riesce a rimuoverla dalla propria testa ma che è anche incapace di affrontare razionalmente: resta perciò uno dei momenti più oscuri della storia contemporanea.

E’ una data investigata e raccontata da molte sue vittime protagoniste che ancora non si capacitano dell’estrema violenza manifestata e dell’impossibilità di dare dei nomi a volti di foto raccapriccianti, nonostante quelle foto siano apparse sulla stampa di tutto il mondo.

“Ancora non conosciamo le identità dei volti di quella immagine, il tipo con la sedia che picchia un uomo sconosciuto impiccato all’albero, né il ragazzino che ride. Di tutti e tre i protagonisti della foto non sappiamo chi siano, cosa simbolizzano. E’ un microcosmo del 6 ottobre.” dice al Thai Inquirer lo storico Thongchai Winichakul che ha completato un suo libro dal titolo “Momenti di silenzio: L’indimenticabile 6 ottobre 1976, il massacro di Bangkok”.

La rievocazione di quest’anno cade in un momento preciso e delicato, nelle proteste studentesche che hanno sollevato e messo in piazza il tema più scottante della Thailandia moderna, quello della monarchia, del ruolo di un re all’interno di un contesto moderno e costituzionale che non si è mai visto nella Thailandia.

Può essere solo positivo che gli studenti scelgano di discutere sul 6 ottobre, forzando così una discussione che sarebbe dovuta avvenire tanto tempo fa ed aggiunge qualche parola di cautela.

“Di certo è un bene parlarne” risponde Thongchai. “Gli studenti lo stanno accennando, ricordando, rompendo questa cappa di memoria traumatica in un modo mai fatto prima” e quindi costringono i thailandesi a guardare in faccia un periodo oscuro della loro memoria ed accettarlo per andare avanti.

Ma sarebbe ingenuo pensare che quello che si è conquistato non possa essere perso, che la destra non possa reprimere: si possono sempre bruciare i libri ed i ricordi cancellati, i coraggiosi possono essere arrestati. “Sono un cinico”.

In fondo Thongchai dice il 6 ottobre è il vero spettro della Thailandia e che la mancata chiusura irrisolta di un passato traumatico perseguita ancora il paese.

E’ la cultura buddista del perdono, del lasciar andare le cose che spinge la gente a dimenticare quel 6 ottobre.

“E’ sia un bene che male per la nostra cultura. Per il reato è una cosa cattiva, ma è un bene per le interazioni sociali. Per un paese che deve stabilire il governo della legge è molto pericoloso”

“Ora c’è la speranza. Quanto sia radicata e profonda è tutto da vedere.” Non esiste il progresso e tutto può ritornare a quello che era prima.

“Questa radicalità ebbe luogo dal 1973 al 1976 ed era impossibile da sopportare per la società conservatrice. Non so se oggi la gente vivrà la stessa cosa. Per molti versi il paese è ancora molto conservatore ma è molto più cosmopolita e molto più laico”

Benché le cose possano ritornare a quello che sono state fino ad ora, “ i ragazzi mi danno speranza, ed è così che sopravvivo”

L’altra voce tra le tante che raccogliamo è quella di Krisadang Nutcharut, un militante di quegli anni ed ora avvocato dei diritti umani per i giovani militanti democratici, come Anon Nampha e Panupong Jadnok.

“Non era una battaglia tra forze uguali. Fu un massacro. Gli studenti non rispondevano, non avevamo armi.” dice Krisadang alla agenzia AFP. “Una lezione che non dimenticherò mai”

Ed è una lezione che l’avvocato vuole tramandare alla nuova generazione di studenti che ha rotto il velo del tabù sulla monarchia in grandi manifestazioni pubbliche.

“Vorrei insegnare alla generazione di giovani a non sottostimare i militari perché non conoscono la pietà”

Quel massacro alla Thammasat del 6 ottobre 1976 vide la morte ufficiale di 46 giovani studenti, sebbene siano in molti a stimare che il conto sia in realtà fallace.

A colpire di più è il ricordo della brutalità delle forze di sicurezza, come di una folla inferocita, e del fatto che nessuno mai è stato mai additato come responsabile e che siano stati cancellati dalla memoria tutti i nomi.

Bruciano ancora nella mente di Krisadang i ricordi della violenza di stato, dei corpi trascinati per il campo di calcio, di chi fu ucciso davanti ai suoi occhi e della sua fuga disperata nel fiume di Bangkok che in quei giorni deve averne visti di corpi finire nelle sue acque.

Gli studenti pensarono che quel campus lungo le rive del fiume fosse un porto sicuri per le loro proteste. Ma fu circondato dalle truppe e da una folla inferocita di realisti incitati dalle trasmissioni della radio dei militari che definivano gli studenti dei vietnamiti, degli insorti comunisti che volevano rovesciare la democrazia.

Appena un anno prima era caduta Saigon ad aprile ed era finita così la guerra del Vietnam mentre a Phnom Penh salivano al potere Pol Pot ed i Khmer Rossi.

L’assalto alla Thammasat iniziò con una granata che cadde nel campo di calcio uccidenti molti studenti. Krisadang riuscì a scappare per un pelo evitando il fuoco dei fucili prima di lanciarsi nel fiume e nuotare fino a raggiungere un molo lì vicino.

Krisadang studente quel 6 ottobre 1976

“Fui aiutato da gente del posto che mi tennero nascosto per alcune ore e mi diedero dei vestiti” racconta l’avvocato che non è più al centro delle proteste come lo fu un tempo, per quanto sostenga gli studenti con il suo lavoro.

“Fanno un lavoro migliore di quello che fece la mia generazione. Ma la strada per la democrazia è ancora lunga e devono essere forti”

Taggato su:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ottimizzato da Optimole