9 militanti islamici uccisi e paura per ritorno ISIS a Mindanao

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9 militanti islamici filippini del gruppo Maute Daulah Islamiyah sono stati uccisi in uno scontro a fuoco nel meridione filippino a Piagapo, provincia di Lanao del Sur, poco distante dall’iconica città musulmana filippina di Marawi alimentando la paura per ritorno ISIS a Mindanao.

9 militanti uccisi e ritorno ISIS a Mindanao

Nello scontro a fuoco sono stati feriti quattro soldati che erano in missione per catturare due militanti dello stesso gruppo in tre cittadine della provincia di Lanao accusati di aver messo la bomba alla cappella nell’Università di Marawi agli inizi di dicembre.

Questo scontro a fuoco ha posto l’esercito filippino nell’area in stato di allarme rosso che ha inviato in zona dei rinforzi per creare altri posti di blocco.

I militari sostengono che la bomba di Marawi fu posta per vendicare altri otto militanti uccisi durante scontri armati della settimana precedente in cui furono uccisi anche Mundi Sawadjaan che è appartenuto al gruppo Abu Sayaff, e Jalandoni Lucsadato.

Mundi Sawadjaan era nipote di Hatib Hajan Sawadjaan ucciso nel 2020 che era stato nominato emiro del Califfato Islamico nelle Filippine e che è considerato l’ispiratore delle bombe alla cattedrale di Jolo.

Sulla situazione a Mindanao proponiamo un articolo dell’analista di Crisis Group George Engelbrecht scritto all’indomani della bomba di dicembre 2023 a pochi giorni dal Natale

La bomba a Marawi ravviva le paure di un ritorno ISIS a Mindanao

Dopo tre settimane dalla bomba che uccise 4 persone nella cerimonia cattolica nel campus universitario di Marawi nell’isola meridionale filippina di Mindanao, la gente in festa ritorna alla chiesa per la messa di Natale. Lo scoppio, rivendicato dal Califfato Islamico, ha scosso la comunità della maggioranza musulmana della Bangsamoro, dove ancora resta vivo il ricordo della scorsa instabilità.

Visitai Marawi solo qualche settimana prima dell’attacco. Restano le cicatrici dell’assedio di cinque mesi nel 2017 in cui alcune centinaia di militanti jihadisti locali, radunatisi attorno ad un gruppo locale conosciuto come Maute Group, che presero il controllo della città con il sostegno di combattenti stranieri in nome del Califfato Islamico. I successivi combattimenti con i militari filippini ridussero in polvere parti di Marawi.

Dopo sei anni, al fianco di palazzi crollati e a case abbandonate, che ospitano decine di migliaia di persone che ancora non riescono a tornare a casa, si ergono un nuovo stadio e moschee ricostruite.

Dopo quella sconfitta terrificante il gruppo jihadista salafita, conosciuto come Dawlah Islamiyah, ha provato a riorganizzarsi dentro e attorno Marawi. Ma sia le operazioni militari, la perdita di capi, la caduta di morale e la resa di militanti ha indebolito il gruppo e agli altri gruppi jihadisti.

ginnasio dipamoro a marawi

Nonostante alcune voci sommesse sul reclutamento operato da ciò che resta dei Maute, che si stima contino solo 40 membri, e sui presunti raduni nella provincia di Lanao del Sur (di cui Marawi è la capitale), al momento della mia visita la probabilità di un attacco imminente sembrava scarsa.

La gente del posto parlava preoccupata di chi non era riuscito a riprendere le proprie case o i propri viveri dopo l’assedio del 2017 e discuteva della crisi nel medio oriente sventolando la bandiera palestinese dalle case e dai negozi. La bomba del 3 dicembre è giunto come un avviso lugubre che il rischio della violenza jihadista è ancora molto reale.

La militanza jihadista a Mindanao deve essere compresa contro lo sfondo di un conflitto separatista di 40 anni terminato formalmente nel 2014 quando il governo filippino e il MILF, firmarono un accordo di pace.

Nel 2017 vari gruppi armati, tra cui fazioni jihadiste, si opponevano ai colloqui sfruttando le problematiche e le frustrazioni della popolazione musulmana Moro del posto legate ad un processo di pace bloccato e reclutando giovani disillusi e membri frustrati del MILF.

Dal 2019 gli ex ribelli conducono la transizione con una amministrazione ad interim che terminerà formalmente con le elezioni parlamentari del 2025.

La transizione non è stata del tutto pacifica ma, prima degli attacchi, c’era una tendenza ad una maggiore violenza politica legata a tensioni politiche, ai conflitti tra clan e alle elezioni in alcune parti di Mindanao in contrasto ad una sempre minore influenza della militanza islamica.

Dopo la bomba a Marawi che è giunta appena cinque mesi dopo che era stato ucciso un capo di Dawlah Islamiyah, Abu Zacharia, emiro designato del Califfato Islamico, il presidente Marcos figlio velocemente attribuì la bomba al coinvolgimento di “terroristi stranieri”.

Benché non si possa escludere che siano presenti ancora a Mindanao combattenti stranieri, è improbabile che non sia stata individuata una loro presenza a Marawi. Il capo dei militari filippini da parte sua indicò alcuni scontri tra i militari e i militanti di DI nei giorni precedenti che facevano dire che la bomba potesse essere un atto di vendetta.

Si deve notare che chi mise la bomba prese di mira civili e non le forze militari ad indicare un retroterra all’attacco più settario. Poiché la bomba era fatta di un proiettile di mortaio fatto scoppiare da remoto, non è difficile che sia stato fatto scoppiare da altre parti.

Dopo la bomba, i militari hanno lanciato operazioni contro i militanti del gruppo Maute nelle parti paludose di Maguindanao, storico centro dei gruppi jihadisti a 200 chilometri da Marawi.

Sono state espulse dalle case 5000 persone dagli scontri tra i membri del MILF e i Jihadisti dopo che alcuni militanti del MILF sono stati uccisi per vendetta a causa del sostegno che l’ex gruppo ribelle ha dato alle forze del governo nelle operazioni. I militanti islamici pubblicarono un video di uno degli omicidi che mostrava l’orribile morte di un membro del MILF accusato di essere una spia.

Comunque è possibile che questi scontri possano essere il risultato di ostilità nella comunità Moro in cui Dawlah Islamiyah rispondevano a ingiustizie percepite inflitte loro dal MILF, specialmente alla luce di recenti accuse da parte dei militanti del MILF contro i loro comandanti di essersi appropriati delle loro terre e risorse.

Per comprendere l’impatto maggiore della bomba, bisogna rispondere a due domande fondamentali.

La prima è fino a che punto le fazioni che si ispirano al Califfato Islamico si coordino tra loro nelle operazioni.

La seconda è quale sia la ragione dietro il maggiore interesse del Califfato Islamico centrale a rivendicare gli incidenti accaduti nelle Filippine.

Lo slancio jihadista a Mindanao dipende in gran parte dalla capacità dei gruppi locali di riunirsi sotto una leadership centralizzata. Senza un coordinamento, le varie formazioni continueranno ad essere una minaccia localizzata divenendo così un obiettivo facile per le forze governative.

Al momento non abbiamo prove che dicano di una cooperazione sostanziale tra le varie formazioni militanti. Persino a Maguindanao, un centro storico del jihadismo, non è chiaro che guida i militanti né quante fazioni esistano. Ma ancora una volta si parla di soldi che giungono dall’estero ai militanti e da dentro Mindanao stessa, a suggerire che ci sia una certa organizzazione.

Sconcerta anche la crescita di rivendicazioni del Califfato Islamico sugli incidenti a Mindanao nello scorso mese. Mentre alcune rivendicazioni sono chiaramente fuorvianti, si deve dire che si sono facilmente diffuse su varie piattaforme online. Questo indica un interesse strategico da parte del IS nelle Filippine a scopi di propaganda o come lo sforzo dei militanti locali di generare fondi e attenzione dall’estero fornendo materiale informativo all’esterno.

Alcuni giorni dopo la bomba del 3 dicembre, il Califfato Islamico pubblicò un editoriale sulle Filippine nella sua newsletter settimanale Al Naba. L’articolo, che descrive il MILF come “milizia di apostata rinnegati” sostiene che Mindanao resta un campo di battaglia tra “musulmani” e “Crociati” incitando i combattenti locali e stranieri a portare avanti la lotta.

E’ incoraggiante che pochissimi della comunità musulmana della Bangsamoro siano caduti preda di credenze estreme.

Comunque i ritardi nel processo di pace e l’incapacità sia di Manila che dell’amministrazione della Bangsamoro ad affrontare conflitti e lamentele locali, come anche l’impatto emotivo della guerra a Gaza su alcuni giovani Moro, potrebbero agitare frustrazioni portando ad altro reclutamento e violenza.

Per le 80mila persone ancora dislocate internamente dalla battaglia di Marawi, le rivendicazioni irrisolte della proprietà delle loro case distrutte e la mancanza di accesso all’acqua potabile in quell’ex campo di battaglia continuando ancora ad alimentare il rancore.

Quella bomba del 3 dicembre ha mostrato delle crepe che si devono affrontare se le autorità sono intente a tenere lontano i rischi del jihadismo nella nuova regione autonoma Bangsamoro.

Per prima cosa, il settore della sicurezza ha bisogno di fare di più per raccogliere notizie, analisi e condivisione. Dopo aver ricevuto avvisi alcuni giorni prima, le autorità non hanno agito per tempo come riconosciuto dopo dal ministro della difesa Gilberto Teodoro che ha parlato di “incapacità di apprezzare le informazioni”.

Seconda cosa, il fatto che due dei sospettati della bomba si erano arresi nel 2018 deve spingerci a comprendere perché siano ricaduti ed esaminare l’efficacia delle iniziative attuali di smobilitazione.

Per evitare future recidive saranno essenziali una componente di monitoraggio e valutazione, compreso un sistema di gestione dei casi, e un migliore apprendimento dalle esperienze passate in materia di reintegrazione degli ex combattenti.

Terza cosa, il governo della Bangsamoro deve accelerare la riabilitazione di Marawi e fare di più per definire le dispute di proprietà e migliorare i servizi essenziali nelle aree lontane che spesso giacciono al centro delle problematiche della comunità che sfruttate dai militanti islamici.

L’attentato di Marawi e le sue conseguenze non implicano che i militanti torneranno a sommergere la regione con la violenza. Ma è un importante promemoria che ricorda a tutti gli attori di raddoppiare gli sforzi per rendere il processo di pace del Bangsamoro un successo prima che lo spettro del jihadismo torni a perseguitare Mindanao.

George Engelbrecht, TheDiplomat

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