BIRMANIA: La UE cancella le sanzioni di embargo contro la Birmania. Critici HRW

L’Unione Europea ha tolto tutte le sanzioni di embargo di commercio, economiche e individuali, ad eccezione della vendita di armi, nei confronti della Birmania “alla luce dei cambiamenti che sono stati presi e all’attesa che continueranno”, si legge nella dichiarazione approvata senza essere votata.

“L’Unione Europea vuole aprire un nuovo capitolo nelle sue relazioni con la Birmania/Myanmar per costruire una amicizia duratura”. Il ministro degli esteri della UE Caterine Ashton dice: “Sappiamo che resta da fare molto, sui diritti umani, la democrazia, la lotta alla povertà e al conseguimento di una pace duratura. Non sottostimiamo le sfide”. Quindi la UE ha invitato la Birmania a risolvere questi problemi affrontando la radice della violenza, portare in tribunale i colpevoli, dare accesso alle organizzazioni di aiuto e cercare di costruire “una società multiculturale, multietnica e multi-fede”. Nel frattempo l’aiuto europeo alla Birmania si è più che raddoppiato passando a 150 milioni di euro. L’allentamento delle sanzioni era già cominciato da un anno man mano che il potere passava dalla giunta militare ad un governo quasi civile e venivano attivate alcune riforme.

L’Unione Europea comunque riconosce che in questo periodo dal paese non traspira proprio un’aria di democrazia e nota che ci sono ancora “alcune sfide significative da essere affrontate”, come la fine della guerra nello stato del Kachin e il miglioramento delle condizioni della popolazione Rohingya. Nei fatti ignora la UE l’estensione della questione Rohingya e l’estendersi delle violenze nei confronti della comunità musulmana degli altri stati.

In precedenza l’UE aveva detto che l’eliminazione delle sanzioni era legato al rispetto di quattro condizioni da essere verificate quali il rilascio di tutti i prigionieri politici, il lasciar passare gli aiuti in tutto il paese, risolvere le restanti questioni delle insorgenze etniche e migliorare lo status e il benessere della minoranza musulmana nota come Rohingya (i Rohingya sono comunque una parte ella comunità musulmana). Queste condizioni sono state incontrate in parte molto limitata considerato che le insorgenze etniche continuano e la guerra nel Kachin è tutta lì, che la questione Rohingya e musulmana peggiorano, con i Rohingya che a migliaia abbandonano il paese, e che molti prigionieri politici ancora restano nelle carceri.

Questo secondo, molti analisti, rischia di portare ad un calo di credibilità della politica estera della UE che invece di usare le sanzioni come una leva per spingere la trasformazione rischia di manifestare la grande fretta della EU di lanciarsi nella corsa agli investimenti in Birmania, con legno, gemme e minerali oltre a gas e petrolio, rendendo le richieste di maggiore apertura e democrazia del tutto vane.

Questa decisione è stata criticata molto da Human Rights Watch che ha denunciato questa mossa come prematura e deprecabile perché allenta la forza di presa dell’Europa sulla Birmania. Inoltre questo è avvenuto dopo che HRW ha denunciato il lancio di “una campagna di pulizia etnica” contro i Rohingya Birmani citando prove di fosse comuni e spostamento forzato di decine di migliaia di persone Rohingya che non hanno diritto di cittadinanza e sono considerati immigrati bengalesi illegali.

HRW ha raccolto prove del coinvolgimento ufficiale nei massacri avvenuti in almeno 27 siti dello stato Arakan compresi quattro fosse comune create tra giugno e ottobre dello scorso anno. In una di questa la popolazione locale ha raccolto foto di cadaveri gettati con le mani legati alle spalle con manette in plastica usata dalla polizia.

Tante testimonianze parlano di una violenza, portata avanti anche da monaci buddisti e da movimenti nazionalisti, scoppiata dopo l’arrivo delle forze di sicurezza che permettevano gli attacchi e si univano alle violenze.

Benché questo rapporto fosse uscito prima ella decisione della UE, la UE ha deciso che “il viaggio è iniziato e noi vogliamo farne parte” per usare le parole della Ashton. Forse queste sono le uniche cose vere nella dichiarazione della UE.

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