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Terminata la militarizzazione di sette isolette fortificate nel mare cinese meridionale

La Cina ha quasi terminato di trasformare sette caratteristiche geografiche reclamate dalle Filippine nell’Arcipelago Spratly in sette isolette fortificate, secondo quanto pubblicato da Inquirer.net con foto aeree nuove riprese da un’altezza di 1500 metri tra giugno e dicembre 2017.

Le sette isolette fortificate si troverebbero nelle fasi finali di sviluppo per diventare basi aeree e navali.

A dare un giudizio preoccupato su questi sviluppi è l’ex sindaco dell’ isola di Thitu nelle Spratly occupata dalle Filippine, Eugenio Bitonon, il quale ha riconosciuto le differenze attuali rispetto alla situazione che osservò due anni fa quando insieme ad alcuni giornalisti occidentali sorvolò le medesime isole.

“Sono foto autentiche. Volai prima delle elezioni nel 2016 e ricevemmo ripetuti avvisi dai cinesi per il nostro sorvolo attorno alle isole. Vedo che ci sono nuove costruzioni verticali”.

Le isole interessate su cui l’attività di costruzione dei cinesi è senza vincoli sono Kagitingan Reef, conosciuta internazionalmente come Fiery Cross Reef; Calderon (Cuarteron), Burgos (Gaven), Mabini (Johnson South), Panganiban (Mischief), Zamora (Subi) e McKennan (Hughes) reefs.

La Barriera di Panganiban giace all’interno della zona economica esclusiva filippina a 370 chilometri e nel verdetto del Tribunale Dell’Arbitrato de L’Aia è stata definita come appartenente alle Filippine.

Gli aeroporti a Kagitingan, Panganiban e Zamora sono stati quasi completati se non pronti per l’uso, dove sono presenti fari, radar, strutture di comunicazione, hangar e costruzioni a più piani.

La AMTI, Asia Maritime Transparency Initiative, ha notato la presenza di tunnel sotterranei, rifugi di missili, radar e antenne ad alta frequenza e definì il 2017 come “un anno costruttivo per la costruzioni di basi cinesi”.

In una foto del 30 dicembre sono state individuate tre navi militari di trasporto alla Panganiban Reef, tra le quali un molo di trasporto anfibio e due navi da trasporto per mezzi e uomini.

Attorno all’isoletta di Zamora a novembre sono state individuate due fregate cinesi con missili che avrebbero partecipato ad esercitazioni in mare a dicembre scorso.

Sulle isolette minori di Burgos, Calderon, McKennan e Mabini ci sarebbero eliporti con torri eoliche, torri di osservazioni, radar e torri di comunicazioni già costruite. Sulla McKennan ci sarebbero già pezzi di artiglieria.

Mentre la Cina ha totalmente ignorato l’accordo del 2002 con cui si definiva uno status quo a non cambiare le caratteristiche in mare ed ha costruito posizioni militari nuove, ora la Cina ha promesso forti investimenti nelle Filippine ed un nuovo quadro di accordo per un codice di condotta per la gestione di reclami in contrapposizione.

Si deve ricordare che oltre alle Filippine ci sono Malesia, Vietnam, Brunei e Taiwan che vantano sovranità su alcune caratteristiche di terra ne Mare Cinese Meridionale.

Mentre queste notizie dovrebbero allarmare il palazzo presidenziale ed i militari, sembra che il presidente sappia bene cosa stia avvenendo.

Il portavoce presidenziale Harry Roque in una conferenza stampa passata aveva detto che non c’era nulla che non si sapesse sulla militarizzazione delle Spratly. Le Filippine non protesteranno perché c’è un impegno in buona fede da parte cinese a non reclamare altre isole

“Il fatto che ora le usano come basi militari, per quanto ci concerne, non è cosa nuova. Non è notizia perché siamo stati sempre contro la militarizzazione dell’area. Ma l’impegno di buona fede è di non reclamare nuove isole. Spero che sia molto chiaro” disse Roque. “Il punto è se c’è stato una violazione della promessa cinese a non reclamare nuove isole o barre nell’area. Finché non ce ne saranno di nuove continueremo a credere che rispettano l’impegno preso. Credo che sin dagli inizi la Cina, sapevamo, militarizzasse l’area reclamando le aree ed usandole come basi militari”.

Secondo il Philippine Star, Roque ha anche detto, dopo aver ricordato che anche l’amministrazione Aquino non riuscì a bloccare l’occupazione e la militarizzazione dell’area da parte cinese e che la guerra non è un’opzione fattibile:

“Cosa volete che facciamo? Tutto quello che potemmo fare è di avere una promessa della Cina a non reclamare nessun’altra isola artificiale”.

Una risposta a questa politica filippina viene dal giudice della Corte Suprema Antonio Carpio che fece parte del gruppo legale filippino che portò la questione dinanzi al tribunale dell’Arbitrato dell’ONU a L’Aia.

“Non ti affidi alla buona fede di un ladro che prova ad entrare a casa tua. Se la pensi così e ti affidi alla buona fede di qualcuno che irrompe a casa tua, vuol dire che stai lontano dalla realtà, che vivi nella fantasia. Non è come lavora il mondo. Non è realpolitik”

Secondo Carpio, mentre ci sono varie difficoltà come l’insorgenza comunista, lo Stato Islamico con i suoi gruppi ribelli, la minaccia maggiore viene dalla Cina.

“Il problema di sicurezza maggiore viene con la Cina. Se perdiamo il nostro spazio marittimo nel Mare Filippino occidentale, lo perdiamo per sempre”.

Si tratta di una zona immensa di 300 mila chilometri quadri estesa quanto le Filippine stesse. La stessa ricerca di un arbitrato allora sarebbe in questo caso bloccata dalla possibile rifiuto cinese a parteciparvi.

Si deve ricordare che la decisione de L’Aia, di rigettare la mappa delle nove linee della Cina in nome di eredità storiche, giunse pochi mesi dopo che Duterte fu eletto.

Duterte poi decise di mettere da parte la decisione positiva dell’Arbitrato e di intraprendere un rapporto con la Cina basato su prestiti ed investimenti, lasciandole mano libera nell’area di competenza filippina.

Su questa questione resta così isolata la posizione del Vietnam che ora deve affidarsi alle visite delle portaerei americane nelle sue basi navali.

L’esperto di sicurezza Antonio Custodio dice in merito:

“Si parla di migliaia di miliardi di dollari di risorse naturali e stiamo compromettendo le nostre posizioni territoriali. Alla fine non sono soldi a fondo perduto ma prestiti. Non c’è bisogno di essere scienziato per notare la posizione di svantaggio in cui si pone il paese”

Secondo Jay Batongbacal, direttore dell’Istituto di affari marittimi della UP, la situazione è peggiorata con il summit del ASEAN a Manila dove Manilanon ha affatto posto ufficialmente la questione della militarizzazione delle isole, facendo regnare il silenzio nel ASEAN.

“I cinesi vedono l’unità del ASEAN come una immensa minaccia se i paesi circostanti sono allineati. Lo considerano un contenimento. Il fatto che l’ASEAN non sia giunta unita sulle dispute perché non abbiamo spinto per metterlo sul tavolo ha favorito la Cina. E’ stata una grande vittoria ed è stato un grande sollievo per loro”

D’altronde, come sostiene lo stesso giudice Carpio, se dopo aver vinto una decisione internazionale si decide di non applicarla, gli altri paesi interessati o meno non sosterranno le Filippine.

I militari da parte loro seguono gli ordini della politica.

“Andiamo ancora in quelle acque. Ma siamo gli strumenti della politica nazionale e seguiamo quello che i capi nazionali e parlamentari dicono” ha detto un militare di rango.

Le Filippine si stanno giocando 80% della sua zona economica esclusiva, 381 mila chilometri quadri tra le quali Recto Bank e parte dei campi di gas di Malampaya vicino Palawan, e con loro la pesca, petrolio e gas e risorse minerarie. E di energia le Filippine ne hanno ancora un grande bisogno.

 

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