INDONESIA: Una comunità Dayak in lotta per salvare le foreste pluviali

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Le comunità indigene dei Dayak nel Kalimantano centrale indonesiano nell’isola del Borneo stanno lottando per tener lontane, nel mezzo di una rapidissima deforestazione delle foreste vergini indonesiane, le piantagioni da olio da palma dalle proprie terre ancestrali.

Nonostante i piani di sviluppo economico nazionale che prevedono la diffusione veloce delle mono culture come l’olio di palma, una comunità continua a opporsi con forza nonostante le paure che forse stanno facendo una guerra già persa.

“La nostra lotta non è stata facile. Si sta tendendo un’imboscata al nostro villaggio e ci sentiamo circondati da tutti i lati ora” dice il segretario del villaggio di Gohong, Anang Sugitu, a circa duecento chilometri da Palangkaraya la capitale del Kalimantano centrale.

Sin dal 2008, le compagnie di produzione di olio di palma fanno pressione sugli abitanti del villaggio affinché vendano la loro terra. Gohong è uno degli ultimi villaggi Dayak nel Borneo che è ancora autosufficiente perché si affidano alla foresta vergine che usano per raccogliere alimenti e prodotti di foresta tra i quali durian, medicine, rattam da intessere e piccole piantagioni di caucciù. Una delle compagnie sotto accusa è la Wilmar che è una compagnia multimilionaria di agroindustria e la più grande produttrice in Indonesia di olio di palma il cui quartier generale è a Singapore.

dayak deforestazione olio di palmaLa comunità di 7000 famiglie sente la pressione crescente da parte delle compagnie di agroindustria. I villaggi vicini come Sei Dusun e Buntoi, hanno mollato sotto la promessa di moneta pronta, mentre le informazioni che ricevono sono solo parziali e provengono solo dai portavoce della compagnia.

“Le comunità locali non sono consultate affinché diano un consenso informato, libero e precedente nei negoziati. Le compagnie non danno loro tutte le informazioni di cui hanno bisogno per comprendere le ripercussioni delle loro scelte” dice Anja Lillegraven coordinatrice di Rainforest Foundation Norway (RFN) per il sudestasiatico una ONG norvegese di difesa delle foreste.

Secondo RFN, il 78% della terra del Kalimantano centrale nel 2013 è stato già dato in licenza all’agroindustria e gran parte della foresta tropicale primaria è stata già assegnata per piantagioni a monocultura da olio di palma. Mentre continuano le dispute sulla terra le comunità indigene restano una delle principali barriere alla distruzione di una delle foreste pluviali più diversificate biologicamente. Per lo meno, dicono i militanti, si dovrebbe dare alla popolazione indigena informazione completa per fare la scelta se separarsi o meno dalla propria terra.

Nel 2013 furono registrate in tutto il paese 8000 contestazioni sulla terra con l’ufficio nazionale del suolo del governo indonesiano (BPN), e la metà è in relazione all’industria dell’olio di palma. Queste sono le cifre pubblicate da Forests People Program (FPP) ONG londinese che si batte per il rispetto dei diritti della terra delle popolazioni che vivono nelle foreste pluviali.

“La gran parte delle piantagioni di olio di palma si sovrappone sulle terre reclamate dalle popolazioni indigene che lì vivono e che vengono sempre ignorate dalla forte collusione tra rappresentanti del governo e compagnie” dice Sophie Chao di FPP che ha esperienza di lavoro nelle comunità legate alle foreste per tutta l’Indonesia da oltre due anni.

Mentre i governi locale e nazionale garantiscono alle imprese dell’agroindustria la concessione della terra, spesso provano a convincere le comunità ad abbandonare la terra chiedendo loro di affittare la terra per la produzione agricola per 30 anni, periodo dopo il quale a loro dire le comunità riavranno le loro terre. Le leggi nazionali sulla terra, però, ammettono che dopo 25 anni di produzione agricola la proprietà della terra passi automaticamente di mano. Inoltre in alcune parti dell’arcipelago gli affitti alle compagnie di agroindustria possono essere automaticamente rinnovati per altri 120 anni. “Una volta che hanno preso loro la terra, non la rivedranno più.” fa notare Patrick Anderson che lavora presso la FPP.

I villaggi vicini di Gohong che hanno venduto la terra alle piantagioni o le hanno viste sequestrate vivono una situazione di impoverimento dal momento che non possono più usare la terra o le foreste. Abdul Muin era il capo villaggio di Sei Susun nel 2008, allorché una compagnia di agroindustria si accaparrò migliaia di ettari di foresta che le comunità avevano in precedenza usati per fare le proprie piccole coltivazioni.

“La gente del mio villaggio era povera prima che giungesse la compagnia, ed ora sono persino più poveri” dice Abdul e spiega i sentimenti della sua comunità di 700 persone che si sentono “cacciati dalla propria terra”.

“Non possiamo piantare, non possiamo bere l’acqua perché è inquinata, e non ci sono più pesci.”

Mentre le compagnie promettono spesso mezzi di sostentamento alle comunità di cui sperano di comprare la terra, le cattive condizioni di lavoro e di paga sono sempre stati ripetutamente denunciati dalla società civile che non si è adoperata per tenere alti gli standard del lavoro.

“Potevamo mandare i figli a scuola fino all’università, ma tutto è cambiato per via delle compagnie milionarie sulle nostre terre” dice Nisil Tuman che proviene dal villaggio di Puntoi.

La gente di Gohong ha potuto vedere cosa è successo agli altri villaggi e dicono che lotteranno fino alla fine. “Dobbiamo impedire alla compagnia di allargar le sue ali sulla nostra terra quando non ci sono chiari benefici per noi” dice Sugitu. Quelli che hanno protestato in passato hanno ricevuto pochissimo sostegno dal governo.

“Dal 2008 ci siamo mobilitati per protestare, ma tutto quello che abbiamo fatto è stato inutile. Dal distretto fino alla provincia siamo stati ignorati dal governo. Il parlamento nazionale non ci rappresentano per come dovrebbero” dice Abdul Muin.

La corruzione e le mazzette in un ambiente di regolatore molto lasco alimenta la vendita di concessioni di terra da parte delle autorità locali. “l mancanza di chiarezza e la contestazione dei titoli della terra sono la norma in Indonesia” dice William Sunderlin che lavora col CIFOR, le cui ricerche si attendono sui diritti, sul possedimento fondiario e sulle cause della deforestazione. Eppure negli anni recenti il governo indonesiano ha approvato varie leggi che riconoscono i governi indigeni e le minacce della deforestazione al cambiamento climatico.

“Abbiamo una combinazione fortunata di ONG perseveranti, una corte costituzionale di visione larga, un’atmosfera aperta e capi di alto livello che ora si interessano molto” dice Nirarta Samadhi dell’ufficio del presidente della repubblica sul monitoraggio delle foreste.

A maggio 2013 il governo pose un divieto di due anni sul diboscamento di foreste primarie e terre torbose al fine della produzione di olio di palma. Fu un passo ben accettato se si considera che, dal 1990, sono stati convertiti a piantagioni 7 milioni di ettari di foreste, e che la copertura a foresta nel Kalimantano è continuata a decadere al tasso di 1% annuo dal 2010 secondo il CIFOR, un’ ente scientifico di ricerca noprofit sulla conservazione ambientale.

Chi invece lavora a stretto contatto con i gruppi indigeni dice che non è stato sufficiente a impedire ai governanti delle province di assegnare nuove concessioni alle compagnie in aree coperte a foresta. Il direttore del FPP, Marcus Colchester, dice: “Finora solo promesse, ma non abbiamo visto cambiamenti sul terreno”

“Nonostante la moratoria sulle nuove concessioni nelle foreste, sono in via di intensificazione la pulitura per l’olio di palma, le compagnie di legname pregiato, i raccolti energetici e le attività minerarie.” si legge nella Dichiarazione Palangka Raya, una dichiarazione dei gruppi indigeni di marzo scorso. Inoltre mentre una sentenza importante dei tribunali del maggio 2013 rimuoveva una clausola che tutte le foreste indonesiane erano automaticamente foreste di stato, come in precedenza stabilito dalla legge del 1999, nessuna comunità indigena ha potuto reclamare i titoli della terra e far valere i propri di ritti contro gli attacchi dell’agroindustria.

“E’ una decisione della corte costituzionale che ha bisogno di essere ratificata per diventare regolamento concreto per poter essere operativo” spiega Lillegraven che nota che mentre molte leggi di distretto proteggono di diritti della terra, ottenere i titoli ufficiali è un processo lungo e complicato che richiede anni in tribunale.

Ambientalisti e gente locale sono anche incerti di come questi obiettivi si accordino con il piano di sviluppo economico nazionale 2011-2025 che anticipa la conversione di circa altri 18 milioni di ettari in piantagioni di olio di palma per il 2025 per espandere l’industria da 21 miliardi di dollari.

Attualmente l’Indonesia è il principale produttore e consumatore di olio di palma con oltre 2500 imprese che operano e che, nel 2013, hanno prodotto 26 milioni di tonnellate di olio di palma grezzo.

“La sfida maggiore ora è di come raggiungere la protezione ambientale, ritorni economici e giustizia sociale allo stesso tempo” dice Yurdi Yasmi della FAO per l’Asia Pacifico al lavoro con il governo indonesiano per difendere la conservazione delle foreste.

Gli abitanti di Gohong dicono che non smetteranno la loro lotta . “Non possiamo starcene fermi e vederci strappare la nostra terra” dice Sugitu.

Dana Maclean, The Diplomat

Dana Maclean is a journalist covering Southeast Asia.