Il prezzo amaro della violenza in Birmania

Il governo birmano e i capi politici pagano un prezzo amaro per aver permesso che il processo di riforma sia minato dalla violenza, dal razzismo e dall’odio.

Le tensioni religiose che covano in Birmania sono scoppiate nella sua seconda città, a Mandalay, mentre buddisti e musulmani si scontravano su un presunto stupro che coinvolgeva una ragazza birmana ed un uomo musulmano. Nelle notti del 2 e 3 luglio si sono avuti scontri tra folle di uomini di entrambe le comunità prima che le autorità imponessero un coprifuoco. Come capita sempre con la violenza settaria in Birmania la trama si inspessisce quando la polvere si posa, e sembra che la violenza non fosse un’eruzione organica di risentimenti ma un altro incidente in affresco delle tensioni religiose su scala nazionale.

E’ stata riportata la morte di due persone negli scontri di questa settimana, di un uomo buddista che lavorava per una impresa multireligiosa Free Funeral Service e di un uomo musulmano. La polizia ha isolato l’area di Mandalay centro attorno ai luoghi della violenza, un caffé presumibilmente operato da due sospettati dello stupro, e in alcuni casi dei monaci buddisti moderati hanno provato a calmare le folle invitandole a tornare a casa ed evitare la violenza. Secondo alcuni rapporti tanti della folla buddista non erano locali alimentando le dicerie che la violenza avesse una qualche organizzazione.

Ci sono due elementi che rendono l’incidente più torbido e più politico. Prima, c’è un caso precedente di stupro che coinvolgeva un uomo buddista, che è sostenitore del monaco buddista ultranazionalista U Wirathu, che accese delle dimostrazioni agli inizi della settimana in un tribunale di Mandalay, stando ad un attivista coinvolto nella difesa della presunta vittima dell’assalto. Questa potrebbe essere stata la scintilla nella violenza pianificata contro i musulmani a Mandalay centro.

Secondo, è previsto che Aung San Suu Kyi visiti Mandalay questa domenica per una manifestazione sulla riforma della costituzione, e non è probabilmente una coincidenza che un falso resoconto del NLD sia circolato su facebook in Birmania in cui si affermava che NLF pensava di trarre vantaggio delle rivolte per proteggere i musulmani. Non è un segreto che U Wirathu sia contrario ad emendare l’articolo 59 della costituzione del 2008 che permetterebbe l’eleggibilità di Suu Kyi a presidente. Perciò resta la domanda: era questo un altro caso di violenza religiosa spontanea o un pezzo orchestrato di un puzzle politico più grande che utilizza il razzismo prima delle elezioni del 2015?

Se poi analizziamo questa violenza di Mandalay nella prospettiva insieme ad altri tre eventi, come il licenziamento di un ministro, una disputa di proprietà religiose e quattro leggi sulla famiglia e la religione, allora si ha un quadro anche più preoccupante di una collisione in arrivo tra chiesa, stato e società, mentre la tanto lodata riforma sembra essere sempre più precaria.

Lo sconquasso religioso in Birmania ha avuto una svolta strana nel giugno 2014 quando il presidente ha licenziato il suo ministro agli affari religiosi nominando consiglieri per aiutarlo con le quattro leggi controverse sulla religione. U San Hsint, il ministro licenziato, è stato licenziato a fine giugno per corruzione, ma più probabilmente per la sua ritica di tanto tempo del governo e della sua cattiva gestione di una disputa di proprietà che coinvolgeva capi famosi della chiesa buddista, Sangha. U San Hsint è ora in carcere per un’indagine sul cattivo uso presunto di fondi di stato. Ma l’ex generale e portavoce del parlamento regionale dell’Irrawaddy ha da tempo parlato contro la corruzione dentro il partito di governo USDP, e per aver sfidato le direttive di Thein Sein. I prezzo amaro della violenzamedia del governo hanno annunciato che gli era stato permesso di andare in pensione, un eufemismo per dire che era stato oggetto di una purga.
U San Hsint era stato criticato per gli sforzi deboli nella mediazione di una risoluzione di una disputa vecchia sulla proprietà del monastero di Rangoon, il Maha Thanti Thukha, che era stato perquisito agli inizi di giugno dalla polizia speciale, da membri del ministro degli affari religiosi e dal comitato della Sangha dello stato della regione di Rangoon. Cinque monaci erano stati arrestati e detenuti prima di essere rilasciati su cauzione, tra i quali vi era un monaco cittadino britannico Sayadaw U Ottara. L’opposizione alle affermazioni di proprietà del governo del monastero è guidata da uno dei monaci più riveriti, Penang Sayadaw U Pyinnya Wuntha. Il governo si è trovato in profondo imbarazzo e la cacciata di U San Hsient su cui sono cadute le responsabilità servirà a tirar fuori il governo dalla controversia. Sono in pochi a credere che il ministro sia più corrotti dei suoi simili, tanti dei quali sono più noti di U San Hsient per la loro cupidigia.

Allo stesso tempo l’ufficio del presidente annunciava la nomina di due consiglieri religiosi presidenziali, Sein Win Aung, suocero della figlia di Thein Sein, e Thura Myint Aung, ex uomo del presidente il quale guidò le operazioni di sicurezza presso la miniera di rame di Letpadaung, comportando il ferimento grave di tantissimi monaci e che poi cadde poi in disgrazia.
Il comitati di Stato Sangha Maha Nayakar che è formato da monaci anziani, è largamente visto come uno strumento inefficace di governo, e il loro coinvolgimento nella disputa del monastero Maha Thanti Thukha ha fatto arrabbiare i monaci come Wirathu, uno dei capi del movimento ultranazionalistra ed antiislamico 969 e del Comitato per la protezione della razza e della religione, Ma Ba Tha, che sono sostenitori del ministro licenziato. E’ stata la minaccia fatta da U Wirathu di portare in piazza migliaia di monaci a spingere la corte a rilasciare i cinque monaci su cauzione.

Parte dei recenti rimpasti ministeriali e di consiglieri è previsto in modo chiaro per fornire all’ufficio del presidente più consiglio fidato sulle quattro leggi sul matrimonio e la religione che sono stati proposti dal movimento 969 e Ma Ba Tha. Queste bozze includono leggi sulla conversione religiosa, sul matrimonio tra fedi diverse, sulla poligamia e la pianificazione familiare. I media di stato hanno rilasciato la prima bozza del governo sulla legge alla fine di maggio per ricevere il gradimento pubblico. La legge permetterebbe un regolamento di stato significativo su questioni di importanza religiosa in un momento di crescente ultra nazionalismo etnico buddista e birmano. Questo è stato un fattore nella crescente violenza contro gli apolidi della minoranza birmana dei Rohingya, a seguito degli scontri settari nello stato occidentale dell’Arakan nel 2012, in cui morirono centinaia di persone e che portarono al dislocamento di oltre 180 mila persone, per lo più Rohingya, che ancora vivono in condizioni di vita deplorevoli. La preoccupazione è che la legge possa servire a creare ulteriori casi di violenza contro le comunità musulmane nella Birmania centrale, come quelli visti nei due anni scorsi, che hanno visto uccise tante persone e cacciate dalle loro case, e nelle violenze della scorsa settimana a Mandalay.
Le crescenti tensioni tra governo e monaci attivisti giungono quando la società civile birmana sta respingendo l’agenda razzista dei movimenti Ma Ba Tha e 969. A maggio 97 gruppi dei diritti umani ha emesso una dichiarazione forte di denuncia della legge proposta nella quale denunciavano anche le tante minacce contro gli organizzatori, definiti da U Wirathu traditori. Il presidente Thein Sein in precedenza ha difeso Wirathu come un patriota, cosa che rende il recente licenziamento di U San Hsient e la repressione di monaci famosi ancora più incredibile.

Le riforme fragili birmane sono ferme su tutti i fronti, mentre l’apprensione per le elezioni del 2015, lo scontro sugli emendamenti costituzionali, il restringimento della libertà dei media e la belligeranza dei militari sulle questioni della confisca delle terre ed il processo di pace sabotato rendono la vita più difficile alla gente media.
Il ruolo di alcuni membri della Sangha nella oggettivazione al vetriolo e in alcuni casi di incitamento alla violenza contro i musulmani è un duro allontanamento dal periodo in cui il ruolo della gerarchia religiosa era un barometro dello scontento sociale, specialmente durante le proteste del 2007 contro il governo militare che furono soppresse con violenza dalle forze di sicurezza. I monaci buddisti, di recente, hanno invitato al boicottaggio di vari eventi che coinvolgono musulmani e l’esortazione a boicottare i servizi di una compagnia telefonica del Qatar. Hanno anche lanciato minacce violente contro un documentario recente sull’amicizia tra fedi diverse ad un festival del cinema Human Rights, Human Dignity Film Festival, causando il ritiro del film dal concorso.
Come si intrecciano tutti questi eventi che coinvolgono ministri, monaci e leggi repressive è ancora ben da definire nel sistema politico opaco birmano, ma indicano un considerevole contraccolpo per il governo per aver usato la Sangha per aver acceso le tensioni settarie. Il governo e tante figure chiave come Aung San Suu Kyi, che ha espresso una muta critica del discorso razzista, hanno permesso l’intervento di voci ultranazionaliste ed antimusulmane nel dibattito nazionale sin dal 2012, credendo forse di poter strumentalizzare il razzismo e le minacce violente dei monaci e dei sostenitori laici.

Ma ora stanno raccogliendo la prevedibile instabilità generata dalla liberazione della paranoia e dell’odio.

DAVID SCOTT MATHISON, Opendemocracy.org