Il sogno della pace e della giustizia per i Rohingya in Birmania

Wai Wai Nu è una militante minuta di 27 anni che ha il gene dell’attivismo democratico con un quarto della sua giovane vita passata dietro le sbarre.
L’ex prigioniera politica è ora al lavoro per porre fine alla persecuzione incontrata dalla propria gente, i Rohingya musulmani della Birmania occidentale.
Il trattamento malvagio che lei e la sua famiglia hanno sostenuto è solo uno dei tanti abusi mirati a colpire i Rohingya, una minoranza di 1,33 milioni di persone che vivono principalmente nello stato Rakhine. Alla stragrande maggioranza è negata la cittadinanza nonostante vivano da generazioni nello stato birmano.
Wai Wai è una donna Birmana audace, eloquente e dalla chiara visione che lavora a contrastare le visioni estremiste che tendono a dominare il dialogo sull’intolleranza religiosa e violenza settaria.
Sia che la discussione sia sui Rohingya o sul diritto delle donne di sposare uomini che loro scelgono, monaci buddisti o nazionalisti focosi hanno con successo alimentato le tensioni tra buddisti e musulmani.

Il sogno della pace e della giustizia per i Rohingya in Birmania“Proprio ora i buddisti hanno più paura dei musulmani e viceversa. Tutti si sentono insicuri” dice Wai Wai nel suo ufficio poco arredato della città principale birmana, Rangoon. “Ci sono al momento pochi contatti, fiducia o relazioni tra le due comunità, per cui è facile che un agente provocatore si infiltri per provocare rivolte e odio.”
Le ambizioni di Wai Wai sono di lungo termine: coesistenza pacifica dei differenti gruppi birmani, specialmente nel suo stato natale Rakhine, o Arakan, e porre fine all’ingiustizia.
“Vorremmo che lo stato Rakhine sia uno stato equo, sviluppato e prosperoso per tutti indipendentemente dalla etnica o religione”.
La sua organizzazione Women Peace Network Arakan addestra gente per promuovere una comprensione migliore tra le due comunità. Lei è anche una dei pochi che difendono il diritto delle donne Rohingya che soffrono vari livelli di discriminazione.
Aveva solo 18 anni e studiava legge quando fu arrestata nel 2005. Il suo crimine era di essere la figlia di Kyaw Min un Rohingya che nel 1990 fu eletto al parlamento in un’elezione i cui risultati non furono riconosciuti dai militari birmani.
Kyaw Min, un ex membro del ministero dell’istruzione a Buthidaung nella parte settentrionale dello stato Rakhine, era anche un membro del Comitato di rappresentanza del Parlamento del Popolo, un gruppo di Parlamentari eletti guidati da Aung San Suu Kyi, nobel per la pace.
La famiglia si era spostata a Rangoon agli inizi del 1990 dopo che Kyaw Min subì varie aggressioni dalle autorità.
Oltre un decennio dopo l’intera famiglia fu arrestata nel giro di due mesi e Kyaw Min fu il primo, e accusati secondo le leggi della sicurezza dello stato e dell’immigrazione. Secondo gli attivisti la giunta voleva mettere al silenzio Kyaw Min che si batteva per i diritti del lavoro.
“Si da quando ero giovane, volevo comprendere la legge per comprendere le ingiustizie che accadevano nel mio paese” ricorda Wai Wai. “Quando fummo arrestati mia madre disse ‘ora c’è l’opportunità di farlo veramente, in modo pratico’ così penso di essere fortunata” dice ridendo.
Il processo si tenne a porte chiuse senza il loro avvocato mentre il giudice si rifiutava di ascoltare, racconta Wa Wai. Kyaw Min fu condannato a 47 anni ed il resto della famiglia, la moglie due figlie ed un figlio ebbero 17 anni per uno.
“Fummo spaventati fino a tacere. Mio padre aveva già 60 anni. Ricordo che si voltò verso il giudice e disse ‘la ringrazio per la sentenza. Nostra nonna ha vissuto una lunga vita e quindi staremo bene’ Anche io dissi a mio padre di non essere triste”. Dice Wai Wai. “Scoppiai solo a piangere quando tornai nella mia cella” dice perdendo la sua compostezza per la prima volta mentre si asciuga gli occhi.
Wai Wai passò sette anni nella prigione di Insein, nota per le condizioni durissime e squallide. Trovò la cosa più difficile da sopportare l’angoscia mentale della prigione e si mantenne indaffarata. Un modo fu di parlare alle altre detenute. La maggioranza era stata arrestata per prostituzione, per droga e per aver gestito gioco d’azzardo di piccolo cabotaggio.
“Erano molto giovani ed alcune anche più giovani di me. Dovevano fare quei lavori perché non c’era altra scelta. E’ loro errore se non hanno opportunità?”
L’ascolto di queste storie la fece diventare una femminista e voler aiutare le donne poste ai margini, dice. “Non potevo crogiolarmi nell’auto-compiacenza dopo averle incontrate. La prigione di Insein fu la mia università ella vita”.
Le privazioni della vita di prigione lasciarono ferite di lunga durata sulla famiglia. La salute del padre si deteriorò e sua sorella contrasse una malattia al fegato che quasi l’uccise.
Tutti quanti furono rilasciati a gennaio 2012 insieme a centinaia di altri prigionieri politici sotto il governo di Thein Sein che prese il potere nel 2011 e iniziò una serie di riforme politiche ed economiche.
Comunque le condizioni dei Rohingya nello stato Rakhine peggiorarono soltanto.
Kyaw Min vinse le elezioni come politico Rohingya. Il termine è sempre stato dibattuto ma non è mai stato incandescente come ora, peggiorato dopo che gli scontri religiosi di giungo ed ottobre 2012 lasciarono 140 mila persone senza casa, per lo più Rohingya.
Il governo e i cittadini birmani usano il termine Bengalis con l’implicazione che i Rohingya sono immigranti clandestini del vicino Bangladesh.
“I Rohingya erano soliti avere vite dignitose e rispettose. Non sono sempre stati apolidi. I miei genitori, nonni e bisnonni erano cittadini” dice Wai Wai.
Una legge di cittadinanza del 1982 remò contro la storia, tolse la cittadinanza ai Rohingya ed impose restrizioni sui viaggi, sull’istruzione e sul lavoro.
“Il fatto di non avere questa tessera di identità colpisce l’intera comunità. Permette la violazione dei fondamentali diritti umani e toglie alla gente la dignità e il benessere mentale.” dice Wai Wai.
Il 15 settembre si aprirà a L’aia il primo forum mondiale sullo status di apolide che guarderà lo status di dieci milioni di persone in tutto il mondo. Wai Wai spera che si porrà il problema dei Rohingya.
“Come può essere che i nostri padri erano negli uffici governativi  e potevano partecipare alle elezioni ed essere eletti, ma ora non è più possibile ora?” chiede ed accusa la percezione negativa verso la sua gente la propaganda decennale dei militari che costruisce il clique del gruppo poligamo e criminale.
L’ONU ha detto che i Rohingya virtualmente non hanno amici tra gli altri gruppi etnici e religiosi del paese. Persino gli attivisti dei diritti umani compresa Aung San Suu Kyi non hanno parlato per conto dei Rohingya.
“Anche noi abbiamo sacrificato tante cose per la stessa causa, la democrazia, e anche noi lavoriamo verso un futuro migliore per il paese” dice Wai Wai “e quindi fa male sentire i difensori dei diritti umani dire che i Rohingya non hanno diritti. Ma ecco la nostra storia è stata cancellata dalle giunte militari e non è loro colpa. E’ colpa del sistema” aggiunge Wai Wai.

THIN LEI WIN, TRUST.org