Sette passi per costruire la fiducia nel profondo meridione

patani pace

La violenza nel profondo meridione segna il livello più basso da 11 anni. Mentre è certamente una cosa positiva per la gente del meridione che convive con la violenza e la paura ogni giorno, non sta ad indicare una pace duratura. Anzi, potrebbe essere controproducente.

Il calcolo del governo è che se la violenza diminuisce a un livello così basso, allora non sarà costretto a fare delle concessioni importanti, come sulla questione dell’autonomia, dell’autogoverno o delle amnistie generali. L’assenza di violenza non è pace, dice un vecchio adagio.
Non è chiaro se riprenderanno i colloqui di pace. Sembra improbabile che le precondizioni poste dal governo thai siano accettate immediatamente. I gruppi dell’insorgenza vedono poche ragioni per un negoziato con la giunta e probabilmente aspetteranno il ristabilirsi di un governo eletto democraticamente. Considerato come si svolgono le cose con il comitato di stesura della Costituzione, è molto probabile che sarà un’entità politica molto costretta e debole democraticamente.
Ma questo non implica che il governo, in modo unilaterale, non possa fare dei passi per implementare alcune riforme che affrontino le lamentele profonde tra la popolazione ad etnia malay.

Senza un negoziato o degli atti parlamentari, il parlamento può applicare sette riforme che faranno molto per riconquistare la fiducia pubblica.

Chiunque ho intervistato che abbia subito un arresto per sospetta appartenenza all’insorgenza ha detto che è stata aggredita o maltrattata in qualche maniera durante i loro interrogatori. I maltrattamenti vanno dalle percosse, agli interrogatori lunghi una notte, alla mancanza di sonno, all’eccesso di aria condizionata dopo essere stati denudati, alla minaccia di un omicidio extragiudiziale, alle pressioni psicologiche sulle famiglie.

La commissione nazionale dei diritti umani ha scoperto che il 75% delle denunce di torture tra il 2007 e il 2013 sono state fatte nel meridione. La corte suprema sta anche trattando il primo caso di tortura da parte della sicurezza, qualcosa che persino il governo non ha contestato.

La cosa principale perciò è che il governo deve fermare le forze di sicurezza impazzite da torturare i sospettati.
La seconda cosa è che, col decreto di emergenza, il governo può trattenere persone fino a 28 guiorni senza accusa. In seguito devono essere o accusate di un reato oppure liberate. Se il governo non ha prove a sufficienza spesso trovano accuse addizionali per mantenere in detenzione la gente secondo il codice penale.
Terza cosa, quando sono cadute le accuse o i sospettati sono rilasciati dai tribunali, il governo non può più trattarli come sospettati, ma sono liberi ed innocenti. Eppure ex detenuti dicono nonostante il loro rilascio i nomi restano in un database nazionale. Quindi quando attraversano i diffusi posti di controllo nel meridione sono fermati, interrogati e maltrattati. Che quelle persone siano trattati come sospetti dalle forze di sicurezza è controproducente. Questo è simile all’essere processati due volte per lo stesso reato.
Quarta cosa, il governo deve affrontare la questione dell’impunità da parte delle forze di sicurezza che godono di immunità legale completa da quando fu approvato il decreto di emergenza a metà 2005. Nei rari casi dove è stata tolta l’immunità, i processi contro le forze di sicurezza o piano piano si spengono o finiscono in assoluzione.
Di recente un ranger fu accusato di aver ucciso un giovane musulmano che passava da un posto di blocco. La sua morte fu sua responsabilità; gli fu messa una pistola in mano al morto e quello fu il suo guaio. Ma cosa succede alla polizia che conduce le incursioni o domanda i campioni di DNA senza mandato? Nessuno è mai stato accusato di questa magagna.
Quinta cosa, il governo deve assicurare che sia fermata la pratica degli omicidi extragiudiziali che in gran parte è il risultato dell’incapacità di vincere i processi. Ma c’è spesso un danno secondario in tali omicidi “a richiesta” e manda in fumo qualunque affermazione governativa del governo della legge. E altrettanto importante è che si blocchino le minacce velate ai sospettati.
Sesta cosa, il governo tende a offrire il risarcimento soltanto alle vittime della violenza dell’insorgenza. Ma le famiglie di insorti sospettati che sono uccisi o che sono vittime di omicidi extragiudiziali ricevono di rado il risarcimento. La stessa cosa per gli orfani dei sospettati che diventano responsabilità della comunità. Se lo scopo del governo thai è di convincere i Malay di Pattani di essere cittadini thai, allora deve trattarli come cittadini uguali. Se offrono risarcimento alle vedove e orfani buddisti, hanno bisogno di fare la stessa cosa con le donne e i bambini musulmani, indipendentemente da chi fosse il padre.
Settima cosa, deve dare uno spazio maggiore alle Organizzazioni della società civile. Le forze di sicurezza del governo tendono a trattare le ONG musulmane come parte dell’insorgenza senza dare alcuna prova.
Le ONG del Profondo meridione spesso operano dove c’è assenza di servizi del governo, in comunità che si trovano in zone a rischio. Mentre tanti individui delle ONG condividono il profondo senso dell’ingiustizia o del pregiudizio dei separatisti sullo stato thai, non conosco alcuna organizzazione che pubblicamente sostengono la secessione o condonano la violenza. Potrebbero avere simpatie per la causa dell’insorgenza, ma non sono delle sue manifestazioni e spesso si assumono grandi rischio cooperando col governo o negoziando il proprio lavoro con le forze di sicurezza.

Se lo scopo è porre fine alla violenza, allora il governo deve dare spazio maggiore ai nazionalisti malay di operare liberamente allo scoperto.

Il governo forse sarà fiducioso che con la violenza ai suoi minimi non deve fare delle concessioni o riforme. Eppure la calma è tattica e temporanea; gli insorti non sono stati sconfitti o non si sono arresi. Ma con la violenza ai suoi minimi, il governo può fare dei cambiamenti minimi ma significativi nel proprio operare per cominciare a riguadagnare il sostegno popolare.

Questi sette passi si possono implementare velocemente con costi irrilevanti, ma fanno molto per eliminare il senso di alienazione ed ingiustizia che pervade la regione meridionale. Il governo ha un’opportunità ed obbligo di avvantaggiarsi della calma della violenza e questi sette passi possono portare lontano.

ZACHARY ABUZA, Bangkokpost