Ridare la dignità ai Rohingya, secondo Farish Noor

Oggi la regione del ASEAN si confronta con la sfida di cosa fare con i Rohingya, che si mettono in mare per cercare una vita più certa da un’altra parte. Allo stesso tempo l’Europa è costretta a trattare con il fenomeno di popolazioni africane che fuggono dal loro continente per cercare una vita migliore in Europa.

In entrambi i casi, i rifugiati in questione sono descritti come vulnerabili, gente senza patria, e rappresentano una sfida per gli altri paesi che sono diventati la loro destinazione.

Per ragioni spiegate in seguito, questa descrizione dell’Altro come “vittima vulnerabile” è problematica, e penso che, in questo momento critico, abbiamo bisogno di interrogarci seriamente proprio sul linguaggio che usiamo per descrivere e comprendere tali crisi.

Siamo onesti dall’inizio e diamo il nome giusto alle cose: la crisi nel Nord Africa e in Birmania non sono, tanto per iniziare, disastri naturali.

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Persino in casi dove ci sono stati dei disastri naturali, sono colpito dalla resilienza e dalla forza mostrata da esseri umani ordinari che dimostrano la capacità di lottare in circostanze straordinarie.

Mentre lavoravo in Kashmir nelle operazioni di aiuto del dopo terremoto nel 2005, ricordo come una giovane coppia, nella città devastata di Muzaffarabad, riuscì a tenere la cerimonia nuziale nel pieno della distruzione e della carneficina.

Ogni famiglia che incontrai aveva perso almeno un familiare, ed in un villaggio erano stati uccisi tutte le donne e i bambini, lasciando gli uomini soli e disperati.

Eppure nel mezzo della perdita e del dolore, una giovane coppia riuscì a portare avanti il loro matrimonio, prova di un’incredibile forza della volontà umana e della capacità dell’umanità di sollevarsi dai disastri.

Al ritorno in Europa, mi fu chiesto dai miei colleghi e studenti di quello che avevo visto e di cosa avessi appreso in Kashmir, e la mia risposta fu semplicemente questa: Ho imparato che gli esseri umani, nei momenti di crisi, possono sollevarsi al livello del superuomo. La crisi del Kashmir fu comunque un disastro naturale, al pari dello tsunami del 2004. Nessuno era da incolpare per il disastro e nessuna azione era coinvolta.

Un disastro naturale o creato dall’uomo

Quello che accade ora nel Sudest Asiatico e nel Mediterraneo non è un disastro naturale, quanto il risultato di volontà politica e contestazione che necessariamente coinvolge l’azione umana, e quindi tocca anche l’elemento della responsabilità morale e politica.

Descrivere il fenomeno dei profughi in mare, che siano al largo nel Mediterraneo o nell’Oceano Indiano o nel Mare Cinese Meridionale, come “disastro” suggerisce un’inevitabilità della situazione che chiede una domanda. Ma davvero migliaia di persone scapperebbero verso il mare sfidando condizioni impervie che mettono a rischio la vita per la mera salvezza?

Ma questo è il punto in cui sembra essere apparsa la disconnessione: i paesi sviluppati dell’occidente deplorano il fatto che i rifugiati dall’Africa corrono verso di loro, ma non si chiedono perché, in primo luogo, lo fanno.

Perché le condizioni sempre più precarie della sicurezza in paesi come la Libia oggi non sono il risultato di qualche disastro naturale, quanto il risultato dell’intervento politico andato male che ha portato a crisi che sono di natura politica.

La risposta al problema sembra essere abbastanza semplice: Se non si vogliono rifugiati politici o di necessità che corrano verso la vostra direzione, forse sarebbe saggio, per prima cosa, non creare guai economici o politici in quei paesi.

In modo simile, il fenomeno dei Rohingya che si rivolgono al mare oggi non è il risultato di un terremoto o di uno tsunami, quanto il risultato di una crisi politica che cova da anni ormai.

Descrivere i Rohingya come “senza tetto” offusca il fatto che hanno una casa, o piuttosto l’avevano, e che sono stati costretti ad abbandonarla a causa di una crisi politica nazionale che coinvolge agenti ed attori locali.

Finché ci riferiremo a tali genti come “senza tetto” perpetueremo la nozione che i Rohingya sono una comunità senza stato senza una propria patria negando quindi loro la storia, la cultura e persino l’identità.

Problema del ASEAN?

Ad aggravare la questione è la tendenza ad etichettarlo con “Problema del ASEAN” come se tutto il Sudest Asiatico sia implicato nella crisi umanitaria che ha portato a questa situazione, quando l’approccio onesto sarebbe di identificare, in primo luogo, gli agenti e gli attori responsabili di questa situazione.

Alcuni articoli hanno lamentato la lentezza della regione del ASEAN ad agire o hanno suggerito che l’ASEAN si sia dimostrata senza potere di fronte alla crisi. Di nuovo questo nasconde la distinzione tra chi è stato responsabile in primo luogo per la fuga dei Rohingya e chi si trova davanti alla sfida di trattare questo esodo umano.

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I primi sono quello che hanno causato la crisi, ed tra loro ci sono i gruppi nazionalisti etnici e settari in Birmania che hanno demonizzato i Rohingya. Dobbiamo essere chiari nell’analisi della situazione attuale su dove stanno le responsabilità della crisi e chi deve assumersele.

Gli altri paesi del ASEAN forse hanno dato una risposta lenta alla fuga dei Rohingya ma nessuno degli altri paesi ne è direttamente responsabile.

La prova reale per ASEAN al momento è duplice: da un lato c’è un bisogno crescente di trovare alcuni mezzi per trattare la crisi, che può essere paragonata a quella dei Vietnamiti nel passato, e che chiede che ASEAN agisca unitariamente e sottolinei, ancora una volta, lo spirito della cooperazione sulla base di una storia comune e di un destino condiviso del ASEAN.

L’ASEAN deve alzare la voce

Ma l’ASEAN deve anche rendersi conto che la sua politica di non intervento negli affari degli stati membri è stata problematica per alcuni, e nei periodi di crisi come questi la norma del non intervento è stata usata per screditare interamente l’ASEAN e descrivere spregiativamente il gruppo come qualcosa in più di una combriccola.

Allo stesso modo in cui gli stati del ASEAN sono diventati più presenti, quando si trovano davanti a questioni di sicurezza non convenzionale come l’inquinamento transfrontaliero, e più attivi nel parlare quando i problemi ambientali di un paese diventano i problemi di altri paesi, gli stati del ASEAN devono riconoscere che la crisi politica in uno stato potrebbe diventare pure una crisi condivisa per la regione tutta. Questo può accadere ancora comunque sono quando accettiamo che alcune crisi, come l’esodo dei Rohingya, non sono disastri che accadono naturalmente.

La questione Rohingya è anche l’occasione per le comunità del ASEAN di riflettere su se stessi e sul modo di vedere il mondo. Una nota positiva è che si deve riconoscere come, in tanti paesi dell’organizzazione, c’è stata una grande manifestazione di preoccupazione e simpatia, che testimoniano un impegno verso un comune senso di umanità condiviso da tutti, indipendentemente dalla cultura o nazionalità. Dopo tutti non siamo dei senza cuore ed indifferenti alle vicissitudini degli altri.

Ma dovremmo essere anche accorti a enfatizzare troppo la posizione di vittime dei Rohingya, o di porli permanentemente nel ruolo dello sfortunato e vulnerabile, perché tali discorsi, quando sono ripetuti troppo, possono anche mutilare l’Altro e ridurre gli altri allo status di vittima perpetua.

La Crisi Rohingya è un problema creato dall’uomo con agenti ed attori umani responsabili. Gli sforzi concertati di nazioni o agenti nazionali sono necessari per risolvere la crisi a quel livello.

Ma non dobbiamo dimenticare che anche le vittime sono esseri umani. Si consideri il fatto che molti rifugiati, che vengano dall’Africa o dalla Birmania, hanno passato settimane e forse mesi in mare, costretti a sopravvivere con l’acqua salmastra se non l’urina.

Cosa è se non la testimonianza alla forza e alla volontà di voler sopravvivere a tutti i costi? Non catalogateli come immigrati clandestini senza casa. Nn squalificateli come immigrati in mare dal momento che la loro scommessa disperata per una vita migliore in una nave definisce la loro identità e la loro esistenza.

La cosa minima che abbiamo bisogno di fare per queste genti è riconoscerli per quello che sono: esseri umani con una storia ed identità culturale e con una dignità, che meritano un po’ di rispetto piuttosto che condiscendenza.

Farish A. Noor The Straits Times