Come si può parlare di un popolo se non lo si chiama neppure?

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Un incontro tenutosi venerdì, a Bangkok, per affrontare il continuo esodo di emigranti e di rifugiati dalla Birmania e dal Bangladesh è terminato con un impegno dei partecipanti ad affrontare le cause della crisi e con un piano ambizioso di assistenza per le aree di origine dei possibili emigranti, impoverite e distrutte.

I delegati di oltre 17 governi asiatici, senza citare aree specifiche o le persone che sarebbero state aiutate, hanno accettato di creare incentivi al lavoro, dare addestramento di lavoro e migliorare “il senso di sicurezza ed appartenenza”.

Finora si stima che almeno 25 mila persone abbiano lasciato Bangladesh e Birmania su navi, un numero doppio rispetto all’anno prima, e si pensa che altre centinaia siano morti in mare. La maggioranza di persone sono Rohingya, membri di un grippo musulmano reso apolide e perseguitato che vive sia in Birmania che in Bangladesh.

“Una dichiarazione dopo questo incontro di un giorno da parte del paese ospitante la Thailandia chiedeva pieno rispetto dei diritti umani e accesso adeguato per la gente ai diritti e servizi fondamentali come casa, istruzione e salute.”

Il vice segretario di stato americano, Anthony Blinken, che ha visitato la Birmania questo mese, discutendo la crisi migratoria con i rappresentati birmani, ha detto che questa riunione per il fatto stesso che si sia svolta rappresentava un importante passo in avanti.

“C’è qualcosa in cui sperare nell’incontro di oggi e nell’impegno ad una maggiore cooperazione” ha detto il vice segretario di stato. Ma ha anche messo in guardia che c’è bisogno di superare in Birmania un risentimento profondamente radicato contro i Rohingya. “Soprattutto c’è la riluttanza ad accettare la legittimazione della loro presenza”.

Sono apparse comunque altre ragioni per essere scettici della lista di raccomandazioni dell’incontro. Il vice direttore generale dell’Ufficio di Presidenza Birmana ha detto che il suo paese poteva “accettare l’affermazione in un senso generale” Ma l’ha definita una proposta.

“La nostra delegazione ci farà rapporto e decideremo allora sull’applicazione della proposta” ha detto per telefono dalla capitale Birmania, Naypyidaw.

A sottolineare le difficoltà associate alla crisi migratoria, la Birmania ha riportato la notizia che venerdì una nave che trasportava 727 persone tra i quali 45 bambini, era stata bloccata dalle forze navali birmane nelle acque birmane e riportate ad una base navale. Il segretario permanente del ministero degli esteri thailandese, Norachit Sinhaseni, ha descritto gli sforzi per sviluppare le aree abbandonate dai Rohingya come obiettivi di lungo termine.

“Se ci si aspetta che una riunione risolva la questione, credo si aspetti un miracolo. E non sono uno che crede nei miracoli”.

Le raccomandazioni dell’incontro sono parse anche in contrasto con alcune cose del giorno come la forte dichiarazione della Birmania contro le affermazioni dell’ONU secondo cui le cause radicali della crisi migratoria sono il trattamento che nel paese hanno i Rohingya.

Il capo delegazione birmano ha detto che il suo governo non deve essere preso di mira per la crisi dei profughi, che la politica verso i Rohingya era “una questione di giurisdizione nazionale” e che gli esterni erano informati male su cosa motivava i Rohingya a lasciare il paese.

Il rappresentante birmano U Htin Lynn all’incontro ha detto che l’ONU si sbagliava nella sua valutazione del problema. “C’è bisogno che si informino meglio. In questa questione dell’immigrazione illegale non si può prendere di mira il mio paese”.

Htin Lynn rispondeva ai chiari commenti ai delegati di Volker Turk, rappresentante dell’Ufficio del UNHCR che ha detto che la Birmania dovrebbe togliere le restrizioni ai movimenti dei Rohingya all’interno della Birmania ed offrire le libertà fondamentali per stabilizzare la loro vita.

Oltre 100 mila Rohingya vivono in campi dopo essere stati cacciati dalle loro case da folle inferocite negli scorsi tre anni. Turk ha anche detto che il governo deve facilitare il ritorno dei Rohingya nelle loro case.

“Garantire la cittadinanza è il fine ultimo. E’ urgentemente necessario che si riconosca che è la Birmania il loro paese”

I Rohingya in Birmania sono quasi un milione di persone e sono largamente odiati nel paese dove scorrono tra la maggioranza buddista tanti sentimenti anti musulmani. Il risentimento verso i Rohingya sembra essere radicato nella nozione che siano giunti durante il periodo coloniale o anche più di recente e che non appartengano alla Birmania.

Il percorso preferito dei Rohingya e degli emigranti bangladeshi è stato di imbarcarsi nell’oceano indiano e dirigersi in Malesia dove cercano lavoro o asilo politico. Un delegato malese alla conferenza ha detto che il suo paese è casa a oltre 152 mila rifugiati e chiedenti asilo regitsrati, dei quali 149 mila erano birmani.

Shahidul Haque, ministro degli esteri del Banglades, ha detto che stimava che il 30% di chi è giunto in Indonesia e Malesia di recente era di origine del Bangladsh. Haque ha invitato i diplomatici e i governi, radunatosi in un hotel lussuoso, ad aiutare ad eliminare le sofferenze dei migranti e a difendere la loro dignità. “Parliamo di esseri umani vittime o potenziali vittime. Meritano la nostra compassione”.

Thomas Fuller, New York Times, NYT

Sulla stessa riunione sul Bangkok Post si leggono alcune dichiarazioni decisamente critiche.

Charles Santiago, presidente dei Parlamentari Per l’Asean per i diritti umani, e parlamentare malese, ha descritto l’incontro come “tante parole con poca sostanza o risoluzione genuini per fare una quqlunque cosa”. Il suo gruppo ha accusato l’incontro per la sua incapacità a “discutere pubblicamente la persecuzione dei Rohingya”

La dichiarazione finale inoltre non ha neanche citato i Rohingya che la Birmania rifiuta di riconoscere come una minoranza ufficiale. La settimana scorsa si temeva che la Birmania avrebbe boicottato l’incontro se si fosse usato questo termine.

Phil Robertson di HRW ha definito i colloqui “un cerotto su una ferita profonda” e ha detto. “Non sono stati neanche citati nella dichiarazione … come si può parlare di un popolo se non lo si chiama neppure?”