I campi della morte in Thailandia

Non sono restati consegnati alla storia gli orrori del commercio di schiavi dell’Atlantico, ma sono stati rimessi in vita su delle navi malandate che percorrono il golfo del Bengala.

Nel 2015, esiste un commercio di uomini che evoca il barbarico passaggio di mezzo in America del 1700. Gli schiavi non sono prigionieri africani ma uomini e donne chiamati Rohingya, un’etnia musulmana che fugge l’apartheid in Birmania.

La disperazione dei Rohingya li rende una facile preda dei trafficanti che promettono loro un passaggio verso la Malesia, nazione a maggioranza musulmana, per soli 100 dollari. Invece si ritrovano imbottigliati su navi che li portano in prigioni segrete in Thailandia.

Il viaggio può durare settimane. All’arrosto sotto il sol tropicale, ai prigionieri sul mare è dato solo una manciata di riso al mattino, qualche sorsata di acqua a giorni alterni. Chi muore di fame è semplicemente gettato tra le onde.

Per chi invece sopravvive altre agonie lo attendono. I Rohingya sono fatti sbarcare sulle spiagge della Thailandia e costretti a nascondersi in campi della morte segreti. Allora comincia la tortura con pestaggi giornalieri e, per le donne, stupri finché i parenti non tirano fuori almeno 2000 dollari per salvare la loro vita.

Questi campi mortali e le navi che li alimentano sono forse i posti più orribili di tutto il sudestasiatico.

“Eravamo picchiati giorno e notte” dice Hanif di 23 anni, un giovane Rohingya scarno che rimase bloccato in uno di questi campi solo pochi mesi fa. Ora vive illegalmente nella periferia di Bangkok. “Ci picchiavano per convincere le nostre famiglie a pagare il riscatto. “Ci picchiavano anche a caso per mantenerci deboli per non farci scappare.”

Hanif è uno della dozzina di sopravvissuti ai campi intervistati da Global Post in Thailandia. I loro racconti sono raccapriccianti. Tutti hanno sopportato le violenze, la fame e le malattie nelle prigioni nascoste. Tutti sono stati testimoni della morte in mare come nei campi, dove si buttavano i corpi in fosse comuni.

“Nei campi era particolarmente brtto per le donne” dice Salima che ha perso mesi della propria vita con i suoi due figli nel campo. “Le guardie mi hanno risparmiato poiché avevo figli. Ma le ragazze più giovani erano spesso prescelte e portate nella giungla. Tornavano doloranti chiedendo perché sono giunta in questo posto terribile e perdere la mia dignità”.

Anwar

Nei campi i prigionieri Rohingya dormivano nel fango, sotto coperture di plastica, dentro gabbie di legno. Il loro cibo era un fiotto di riso inzuppato. Ogni scossone, ogni supplica di cibo poteva portare i loro guardiani a picchiarli con mazze di bambù.

La violenza serve a imporre la più grande paura. I trafficanti li volevano terrorizzati davvero quando ponevano il telefonino sulla loro faccia costringendoli a chiamare i loro parenti. I loro guardiani inizialmente richiedevano un riscatto fino a 4500 dollari ma spesso si accontentavano di circa 2000 dollari, una somma incredibile per famiglie che già lottavano per sopravvivere nell’apartheid diretto dallo stato a casa.

Le vergogne non si fermavano lì. Secondo Hanif ed altri prigionieri, erano raggruppati per salutare da figura riverita il capo del sindacato del traffico che li schiavizzava. Il nome dicono era Anwar.

“Eravamo costretti a chiamarlo Signor Anwar” dice Hanif. “Dovevamo alzarci in piedi e salutarlo. Ci insegnavano a mostrare di onorarlo.”

Mentre i parenti in Birmania, facevano di tutto per fare soldi vendendosi di solito la terra o facendo prestiti dagli usurai, i prigionieri si consumavano con gli arti più simili a dei ramoscelli e le tumefazioni rosa che coprivano i loro corpi.

“I corpi dei miei figli iniziavano a rimpicciolirsi” dice Salima i cui figli avevano 4 e 6 anni quando furono imprigionati un anno fa. “Ad un certo punto le guardie mi chiesero se fossi pronta a gettare via i piccoli”

Levite diSalima e dei suoi due piccoli furono risparmiate per 2200 dollari. Ma altri sono caduti alla tortura e alla natura prima che le loro famiglie riuscissero a soddisfare le richieste dei trafficanti. Proprio come sulle barche i cadaveri si accumulavano nei campi accatastandosi nelle fosse comuni.

La tardiva Repressione

Quasi tutti i dettagli che escono dai campi della morte sono scioccanti. Ma ugualmente scioccante è il fatto che le autorità thailandesi abbiano saputo dei campi da anni.

“Ci sono ancora campi operativi qui in Thailandia” die Matthew Smith di Fortify Rights, che è specializzata nella documentazione del popolo Rohingya. “Abbiamo documentato campi che manteneano oltre 2000 persone con prigionieri che entravano ed uscivano ogni giorno. Le autorità sapevano di questi campi da tempo. Il problema non è la mancanza di conoscenza ma la mancanza di volontà politica a fermare tutto questo” dice Matthew Smith che ha testimoniato sulla crisi Rohingya al Congresso Americano.

La Thailandia, al pari di altri paesi, tratta i Rohingya come una noia non voluta. E non cambierà. La politica ufficiale del governo militare sul ritrovamento dei Rohingya in Mare è di offrire alimenti e carburante per poter proseguire in Malesia.

In modo non ufficiale alcune autorità hanno ricevuto paghe dai trafficanti per permettere la proliferazione dei campi. Circa due anni fa i militari riconobbero il diretto coinvolgimento dei soldati nel traffico Rohingya affermando come spesso fanno i grandi generali che gli ufficiali corrotti erano solo poche “mele marce”.

Solo ora le autorità denunciano questi campi con vigore.

“Abbiamo messo in guardia per anni il governo affinché loro li individuassero. E sono rimasti in silenzio” dice Maung Kyaw Nu, presidente della Associazion Rohingya in Thailandia. “Perché il governo si muove solo ora? Dopo che si sono perse tante vite? Avrebbero potuto farlo anni fa e prevenire una simile tragedia.”

Le incursioni in atto hanno scoperto quasi 80 campi della morte insieme a decine di cadaveri nelle fosse comuni. Una purga tra le file delle autorità thai, in connessione alcommercio, ha portato ad oltre 60 arresti. I trafficanti temendo l’arresto hanno abbandonatole navi in arrivo lasciando in mare 8000 persone. Navi piene di centinaia di Rohingya oltre che Bangladeshi hanno già toccato le coste malesi e indonesiane.

La polizia ha arrestato almeno un possibile capo. Il suo nome è Anwar. Vecchi prigionieri hanno visto la foto presa durante l’arresto. Dicono che sia lo stesso Anwar che operava i loro campi nella giungla. “E’ lui” dice Sabyr di 24 anni che viveva nei campi meno di un anno fa. “E’ una sanguisuga”.

Ulet Ifansasti/Getty Image

Ora la natura senza scrupoli dei sindacati del traffico dei Rohingya è ben conosciuto da tutti, anche dai Rohingya che vivevano nella loro terra natia in Birmania. Ma i loro tentativi a scappare dalla Baia el Bengala probabilmente continueranno. Tutti i Rohingya intervistati erano coscienti che sarebbero potuti morire in mare. La loro decisione di acettare il rischio è una testimonianza delle loro vite orribili in Birmania.

“Viviamo già così vicino alla morte a casa” dice Salima. “Siamo maltrattati dalla polizia, impossibilitati a trovare ada mangiare. Le donne perdono il loro onore. Allora pensiamo che potremmo anche rischiare di morire in mare”

In Birmania da decenni i Rohingya sopportano l’oppressione. Persino i Rohingya che hanno storie familiari lunghe in Birmania sono cancellati come inasori musulmani del vicino Bangladesh. A loro sono ristrette la loro possibilità di sposarsi, lavorare e viaggiare. Oltre 150 mila sono stati portati con la violenza nei campi profughi dove scarseggiano alimenti e medicine e dove la morte è una routine.

Anche coloro che vivono al di fuori di questi campi sono preda di poliziotti e soldati.

“Siamo costretti a lavorare per la polizia come portatori senza paga” dice Hassam che fu contrabbandato in Thailandia negli ultimi 12 mesi. “Come posso dare da mangiare ai miei figli se lavoro come schiavo per altri?”

L’esodo di massa dei Rohingya nella Baia del Bengala forse è la migrazione di rifugiati maggiore dalla guerra del Vietnam. Eppure seondo Smith il numero reale dei Rohingya che sono fuggiti è “significativamente più alto di quanto attualmente stimato”.

Fortify Rights crede che la cifra dell’ONU dei 130 mila che scappano via mare sin dal 2012 è troppo bassa e non copre le ondate di partenze da altre città della persecuzione in Birmania. Per Smith si potrebbe parlare anche di 250 mila Rohingya.

Mentre questo incubo si svolge, la crisi Rohingya è uscita dall’oscurità per untema discusso nell’occidente. Lo scorso anno spinse gli USA a declassare la Thailandia al livello più basso di classificazione del traffico, un segno condiviso dalla Corea del Nord e dallo Zaimbawe.

La pressione da parte della Casa Bianca è in parte responsabile delle incursioni sui campi della morte e dell’arresto dei complici dice Smith: “La Thailandia comprende di aver bisogno di ripulire quello che fa. Ma lo abbiamo visto in passato. Si fanno pochi arresti e non si riesce a condannare. Le autorità devono comprendere che la comunità internazionale giuarda e si attende molto di più”

Rispetto al destino dei trafficanti catturati dalle autorità, i Rohingya intervistati da GlobalPost danno un suggerimento. “Condannateli a morte” dice Salima mentre il suo amico annuisce. “Prendete tutto il denaro che si sono fatto e datelo a noi”

Patrick Winn, Theweek.com