Il rimpatrio degli Uighurs e la Cina nel sudestasiatico

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Il rimpatrio forzato di 109 Uighurs in Cina è stato qualcosa di più di una orribile violazione dei diritti umani. E’ stata un’altra chiara manifestazione dell’allungamento del braccio legale cinese, la crescente acquiescenza dei governi della regione alle richieste di Pechino ed una ulteriore sconfitta per il ritorno democratico al governo della legge della Thailandia. Se presi assieme il rimpatrio degli Uighurs fa presagire qualcosa di brutto per i diritti umani e la sicurezza nella regione.

Gli Uighurs sono stati perseguitati sistematicamente in Cina. Ondate di emigrati cinesi Han hanno reso le popolazioni turche musulmane dello Xinjang della Cina occidentale una minoranza a casa propria. Se è vero che esiste un movimento separatista armato, è anche vero che è piccolo. Inoltre la gran parte dei Uighurs sono sunniti moderati e sufi e ci sono pochissime prove a sostenere le affermazioni cinesi che sono legati ai movimenti jihadisti mondiali. La Cina ha dato solo prove scarne per 13 dei 109 Uighurs collegandoli ad atti violenti o crimini.

La campagna governativa di “colpire duro” ha portato ad una crescita degli attacchi terroristici, mentre arresti e sentenzea vita di uno studioso mderato Uighur Ibrahim Tohti nel settembre 2014 ha precluso ogni sorta di accomodamento e compromesso politico. Il governo ha provato a costringere la gente ad abbandonare le manifestazioni esterne di fede come l’uso del velo per le donne, o la crescita della barba per gli uomini, la presenza alle preghiere e il divieto del digiuno durante il Ramadhan.

Durante il mese santo del Ramadan di quest’anno le autorità cinese hanno tenuto un festival della birra in una città del Xinjiang.

In breve sarebbe difficile trovare un caso più forte di insurrezione causata dal governo che nllo Xinjiang cinese. La campagna contro il terrorismo è diventata una guerra torale contro l’Islam. Non è una esagerazione parlare di preoccupazioni di un genocidio culturale e non deve meravigliare che la gente scappa dalla persecuzione in massa.

Il rimpatrio forzato degli Uigurs è stato una chiara violazione del principio legale internazionale di non-refoulment perché esistono pochissimi dubbi che queste persone saranno perseguitate al loro ritorno in Cina. Le affermazioni della giunta che il loro ritorno era legittimo e basato sulle leggi umanitarie sono chiaramente la manifestazione del linguaggio ambiguo orwelliano che è diventata la norma per la giunta che afferma di essere una democrazia al 99%.

La promessa della Cina di proteggere i diritti dei 109 è stata prontamente tradita dalle fotografie del gruppo mantenuto con cappucci neri per impedire “la presa di ostaggi” che mostrano la protezione dei diritti in salsa cinese.

La Thailandia aveva chiaramente paura di entrare in conflitto con Pechino, uno dei pochi amici dalla presa del potere dei militari nel secondo golpe in otto anni. A giugno 2015 la Thailandia permetteva che 173 Uighurs si sistemassero in Turchia facendo arrabbiare Pechino. Le autorità thai hanno detto di non aver ceduto del tutto alle richieste cinesi non facendo ritornare altre 60 persone, sebbene possa essere una cosa temporanea dato che non è stata ancora determinata la loro cittadinanza. Nel mezzo di pressioni internazionali la Thailandia ha inviato otto Uighurs, 4 donne e 4 bambini, in Turchia.

Cosa vuol dire tutto questo? Per prima cosa, la Cina è sempre più impegnata ad estendere il suo braccio dei servizi segreti verso l’estero per proteggere gli interessi del regime comunista a casa. Accrescere la portata dei servizi di sicurezza cinese è fondamentale per la nuova legg di sicrezza nazionale che è espansiva e vaga.

Non è stata la prima volta di un rimpatrio degli Uighurs in Cina. Nel 2009 la Cambogia ne rimpatriò 20 e la clepocrazia di Hun Sen ottenne il premio di 1,2 miliardi di dollari in aiuti allo sviluppo e prestiti. La Cina continuò a cistruire e finanziare l’accademia della difesa e resta uno dei principali fornitori di armi.

L’Indonesia permise che tre persone dei servizi di intelligence cinese di seguire il processo per terrorismo di 4 Uighurs arrestati a Poso,i quali provavano a collegarsi con uno dei gruppi più pericolosi usciti della Jemaah Islamiya. Le autorità indonesiane hanno indicato che c’era un precedente accordo con Pechino per la deportazione in Cina una volta che i tre erano stati condannati per terrorismo.

Persino il Vietnam, che ha tante dispute con la Cina, ha ceduto alle richieste cinesi. Nell’aprile del 2014 la polizia di frontiera vietnamita ha deportato 21 Uighurs in Cina. In un altro incidente due guardie vietnamite sono state uccise in uno scontro a fuoco con un gruppo di 16 Uighurs dei quali cinque furono uccisi. I restanti furono deportati. Nel gennaio 2015 le autorità cinesi uccisero due Uighurs arrestandone 43 tra i quali 19 bambini sulla frontiera col Vietnam.

Nel 2012 le autorità cinesi fecero una operazione congiunta con la polizia laotiana per prendere un trafficante responsabile della morte di 13 marinai cinesi sul Mekong. In quel tempo il governo cinese disse di aver pensato all’uso di un drone armato per colpire il trafficante.

Seconda cosa, si assiste ad una crescente acquiescenza dei governi della regione verso le richieste cinesi. Il caso thai è una chiara vittoria diplomatica per Pechino. Riportare Uighurs e dissidenti è un modo facile, economico di fare favori a Pechino. Il commento del capo della giunta Prayuth che “sarà garantito loro giustizia e sicurezza” e l’affermazione che le assicurazioni cinesi secondo cui gli Uighurs “avranno accesso ad una giustizia equa” è chiaramente quella ingenua e sprezzante di un dittatore che parla ad un altro.

E va a braccetto con i punti di vista autoritari dei governi nei regimi autoritari del Vietnam, Laos Cambogia e Thailandia, i cui governi sono ossessionati dalla sicurezza interna ed eguaglaino la sopravvivenza del regime con la sopravvivenza nazionale. Questi regimi forse non amano le tattiche cinesi dal braccio forte nel mare cinese meridionale o nella dilomazia regionale, ma apprezzano la repressione per la pura gestione del potere.

Le richieste cinesi creano un precedente pericoloso nella regione di rimpatrio di dissidenti che hanno alimentato paure di persecuzione. La Cambogia ha accettato la richiesta vietnamita di rimpatrio di 16 abitanti delle montagne. Il Vietnam ha fatto pressione con successo sulla giunta thai di cancellare una manifestazione di HRW a Bangkok. La giunta thai ha cercato senza riuscirci di far pressione sugli stati vicini per la consegna di personaggi delle Magliette rosse.

Terza cosa, non si può separare la decisione di acquistare tre sottomarini cinesi per il prezzo amichevole di 1.1 miliardi di dollari dal rimpatrio degli Uighurs. Certo la vendita era in parte per allentare ulteriormente i legami cn gli USA, ed ora sembra sia bloccata. Ma come la Cina ha dimostrato col Laos e Cambogia, ci sono veri quid pro quos per gli aiuti cinesi, nonostante i commenti citati per cui, in contrasto con l’aiuto occidentale, l’aiuto cinese giungerebbe senza condizioni. Ci sono tante condizioni e con brutte conseguenze per la gente reale con paure concrete di persecuzione.

Quarta cosa, è un colpo enorme alla reputazione internazionale della Thailandia ed i suoi capi sordi sembrano imperturbati dalla ripugnanza dei governi occidentali e delle organizzazioni dei diritti.

I diplomatici thai hanno perso quella piccola indipendenza che potevano avere avuto dalla giunta autoreferente? Non si interessa davvero la giunta di quanto male si trovi la Thailandia?

Ma ancora è una ulteriore sconfitta per il ritorno alla democrazia e al governo della legge. La Thailandia, un tempo guida dell’ASEAN, è ora una dittatura irrilevante. Ed una dittatura con una economia tentennante, le cui elite militari e monarchiche hanno seminato i germi di anni di conflitto politico futuro con il loro rifiuto di intraprendere una riconciliazione nazionale e portare avanti una costituzione che sistematicamente allontana l’elettorato, mentre rafforza i corpi non eletti.

Zackary Abuza, New Mandala