Crea sito

“Diventa Re: sconfiggi i tuoi nemici; conquista regni e governa un impero”. E’ uno slogan familiare a chiunque giochi ai video games, come faccio io, e ha un fascino tra tanta gente specie tra i giovani della Generazione Y.

E’ abbastanza chiaro che in Internet ci siano tanti giochi di guerra e che questi abbiano un fascino sulle nostre ambizioni latenti costrette. Dopo tutto ci sono anche video games che hanno fatto guadagnare milioni di dollari e sono giocati tutti i giorni da tante persone sul globo.

Ma la cosa interessante dei tempi di oggi è quanto indistinta sia diventata la linea sottile tra la realtà reale ed oggettiva e quella virtuale, e di come la realtà virtuale spesso trabocchi nel mondo reale. Già ci sono video games che sono una replica delle situazioni attuali di combattimento in paesi come Iraq o Afghanistan, ma sono ancor più interessanti le modalità del combattimento della vita reale che hanno assunto forme simili a quelle guerre virtuali, combattute dai fanatici del cmputer in tutto il mondo.

Questa transizione dal conflitto virtuale a quello reale è forse stato catturato meglio dalla propaganda del Califfato Islamico in Iraq e Siria diffusasi per l’Iraq e altre parti del mondo arabo. Mentre a livello di base il movimento è un movimento di insurrezione come ogni altro, emerge enormemente in termini del suo uso dei media e di internet.

Sul fronte della battaglia virtuale ISIS è riscita a fare quello che pochi altri movimenti è riuscita a portare avanti: diffondere il proprio messaggio usando gli ultimissimi sviluppi nell’architettura di comunicazione globale che la globalizzazione ha creato e lo fa in modo efficace.

Si è già notato l’uso di applicazioni come Twitter da parte dell’ISIS che è più esteso ed efficace di altri movimenti simili, e che è riuscita a far passare il proprio messaggio ad un pubblico vasto attraverso le frontiere.

Ne seguono alcune osservazioni collegate. Per primo è evidente che nel mondo di oggi la guerra è diventata anche un fenomeno dei media e che il mondo virtuale è diventata una estensione del campo di battaglia fisico. Non è più possibile ignorare la potenza dei media e di applicazioni moderne di comunicazione come Facebook e Twitter, e di come possano fornire un qualcosa di strategico in più ai movimenti di opposizione radicali impegnati in conflitti asimmetrici.

Seconda cosa, si è osservato che ISIS abbia beneficiato dei suoi membri e sostenitori con conoscenze tecnologiche che oltre a usare il potere di internet sono stati abili a trasmettere il proprio messaggio con mezzi e linguaggi familiari a particolari sezioni della società, la più giovane generazione dell’era di Internet.

Terza cosa, Il fatto che movimenti come ISIS siano riusciti ad attrarre il sostegno di membri estraniati e alienati della società europea, i quali per ragioni varie hanno deciso di chiamarsi fuori della società europea in un modo molto radicale, significa che riesce ad inviare il suo messaggio a differenti comunità del mondo che tocca i nervi scoperti delle comunità locali.

Questo è stato particolarmente evidente nel modo in cui la loro propaganda dirigetta a occidentali di lingua inglese porta le tracce di una sensibilità anglosassone, tra i quali l’humor e il sarcasmo, che hanno una miglior risonanza con il suo pubblico nell’occidente.

Di fronte a questi sviluppi gli stati sono stati un po’ lenti a capire quanto il conflitto sia informato e determinato dalla tecnologia anche a causa del fatto che, in termini di violenza e distruzione, quello che interessa è il campo di battaglia, e che la minaccia immediata posta da tali movimenti sta nella loro capacità offensiva del mondo reale. Ma forse c’è stata qualche lettura errata della situazione che non ha aiutato affatto.

Analisti e osservatori hanno notato che, indipendentemente dall’uso di un dizionario e simbolismo religiosi dai gruppi come l’ISIS, è fondamentalmente un movimento che cerca controllo territoriale e di trascendere la logica dello stato nazione post coloniale nel mondo arabo. L’obiettivo dell’ISIS può forse essere virtuale ma il suo bersaglio è abbastanza reale. Lo stato nazione che considera come un ritorno all’era coloniale ed un’idea che era stata imposta sulle società arabe come risultato del colonialismo. La lotta dell’ISIS è politica, e nel suo sogno di “conquistare territori e costruire un impero” ha lo stesso fascino dei video game, cioè dare un senso di azione e scopo alle vite dei suoi fedeli che sono disillusi del tutto del moderno stato nazione.

Se fosse questo il caso, allora acuni dei rimedi offerti possono essere il risultato di una diagnosi errata del problema. Sappiamo, da prove anedottiche e rapporti affidabili, che molti di quanti si sono uniti all’ISIS forse non sono del tutto pii in primo luogo. Eppure tanti governi hanno cercato di contenere la minaccia di questo movimento affrontando la questione in ermini religiosi piuttosto che di radicalismo politico.

Facendo della religione la nostra prima preoccupazione nella lotta contro l’estremismo, trascuriamo le variabili politiche che hanno contribuito alla gente di dichiararsi fuori dalla società legandosi a cause violente. Molti governi hanno cercato di combattere il fascino dell’ISIS chiedendo agli anziani religiosi di varie comunità di fede di esprimersi contro l’estremismo ed enfatizzare il messaggio di pace ed amore al centro delle tradizioni religiose.

Eppure si potrebbe dire che questo fenomeno abbia meno a che fare con la filosofia e la teologia e più con il fascino svanente della modernità e dello stato nazione nelle regioni dove il modello di sviluppo ha fallito. Presumere che i capi delle comunità religiose istruiscano e consiglino i giovani contro la militanza e la violenza non coglie il punto che la generazione più giovane di oggi è più cosciente della tecnologia di quanto lo siano loro, che può mobilitarsi più velocemente e comprendere il pieno potenziale di interne e dei media sociali, con cui hanno familiarità sin dalla nascita. (rispetto a vecchi bacucchi come me che hanno dovuto imparare l’uso di internet e che sono cresciuti in un mondo in bianco e nero).

Considerato che i movimenti radicali come ISIS siano complessi e dalle tante facce, abbiamo ancora bisogno di affrontare l’aspetto particolare delle loro capacità dei media e come siano riusciti a disseminare il loro messaggio nel mondo. L’accento qui è sulla comunicazione, e come comunicare bene a tutta l’intera generazione di giovani connessi globalmente che sono i figli dell’era di facebook e twitter, che forse sono più inclini al Trono di Spade che all’Enrico Quinto di Shakespeare.

Può solo accadere, comunque, quando iniziamo a trattare la Generazione Y e comprendiamo come un giovane oggi possa avere un’idea del mondo che è differente da quella di una generazione più vecchia. I sermoni santi e le buone intenzioni per quanto lodevoli non hanno mai informato campagne anti terroristiche di successo fatte di manifesti pubblicitari e discorsi. (Di solito getto nell’immondizia tutti i manifesti che ricevo).

Dal momento che molti movimenti radicali, religiosi o laici, individuano i giovani e gli strati marginali della società nelle loro campagne di propaganda, non è il momento di chiedere alla Generazione Y l’opinione sul come vincere questa guerra virtuale che si lotta nel ciberspazio? Sembra straordinario che chi è il diretto oggetto delle campagne dei gruppi radicali, i giovani appunto, è anche quello che è meno consultato nel processo di contrasto alla radicalizzazione. Si potrebbe dire che è questo senso di negazione che ha contribuito al senso di alienazione della Generazione Y, e che a sua volta li ha resi sensibili all’appello dei gruppi radicali che si ripromettono di prendere sul serio i giovani.

Se accettiamo la premessa che uno dei fattori chiavi che ha contribuito alla crescita oggi del radicalismo è il senso di alienazione e mancanza di senso che molta gioventù sente, allora il rimedio di sicuro non è un consiglio più saggio dei loro anziani, quanto piuttosto coinvolgerli nel processo di soluzione del problema. Questo significa avere accesso al vasto campo di risorse dove miliardi di giovani oggi comprendono il funzionamento di Internet e vivono vite che già stravolgono il nebuloso confine tra vita reale e virtuale. Soprattutto potrebbero meglio comprendere il fascino dei media virtuali e insegnarci come combattere una guerra virtuale meglio di quanto possono i loro insegnanti.

Perché dopo tutto, se la campagna virtuale radicale è stata lanciata da un’armata di fanatici del computer, possiamo anche ammettere che ci vuole un fanatico per combattere un informatico, piuttosto che noi vecchi bacucchi che non riuscivano, nella nostra gioventù, neanche ad immaginare una cosa tanto mondana come un telefono senza fili.

Farish Noor, The straitstimes