Fermare la continua persecuzione dei Rohingya da parte della Birmania

La Thailandia ha iniziato il giusto percorso per aiutare a porre fine al dolore dei Musulmani Rohingya mettendo sotto accusa decine di persone, tra i quali un generale dell’esercito, per commercio di schiavi. Le nazioni del sudestasiatico devono assicurare una politica di tolleranza zero verso i trafficanti e chi profitta di loro portandoli di fronte alla giustizia. Ma questo non risolve il problema della continua persecuzione dei Rohingya, sponsorizzata dallo stato birmano. Finché non cambia il suo approccio persisteranno altre atrocità all’estero e in Birmania.

La complicità dei rappresentanti dello stato con la rete del traffico è stata parte integrale del movimento dei Rohingia dalla Birmania alla Thailandia e in Malesia. Le fosse comuni che contenevano decine di cadaveri ritrovati nei campi abbandonati di transito a maggio hanno portato alla repressione; si levò un grido internazionale il mese precedente, dopo che furono ritrovate a largo navi piene zeppe di persone dopo che era stato loro impedito di attraccare dalla marina thai, malese e indonesiana. L’accusa della corte contro 72 persone con 16 accuse, come schiavitù, coinvolgimento in reati internazionali e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, inizia il processo per porre fine al traffico. Se sarà efficace dipende dalla risoluzione delle autorità ad agire contro chiunque indipendetemente dal grado e dalla posizione.

La riluttanza a causa della corruzione è la causa della crescita del numero di rifugiati fino a diventare migliaia. Il clima monsonico per ora ha ridotto l’afflusso, e quindi se la nuova politica è efficace lo si vedrà il mese prossimo fino a che non smettono le piogge. Quello che è chiaro però è che il dolore di un milione di Rohingya nello stato occidentale birmano di Rakhine non è cambiato. Privati di ogni diritto di cittadinanza non hanno diritti civili fondamentali e assistenza sociale. La violenza tra la maggioranza buddista ed i musulmani che ha causato centinaia di morti dal 2012 ha spinto le autorità a costringere 140 mila Rohingya nei campi di internamento. Chi è fuggito può essere finito nella rete della schiavitù, o nelle mani di rapitori che domandano taglie dalle famiglie o nell’industria della pesca thailandese, dove tutti sono resi schiavi.

La repressione in Thailandia e Malesia taglierà le gambe al traffico ma non aiuterà i Rohingya. Con le elezioni di novembre in Birmania il governo birmano ha accresciuto la sua retorica nazionalista per appellarsi alle masse buddiste. Dovrebbe invece spingere in favore dell’armonia etnica rivedendo le leggi della cittadinanza. Le classificazioni etniche e religione devono essere rimosse dalle carte di identità, perché servono solo a perpetuare le differenze.

EDITORIALE del SouthChinaMorningPost