La modifica delle attitudini di Pravit Rojanaphruk

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“ La modifica delle attitudini ” è un metodo impiegato dalla giunta militare thai al governo per neutralizzare i suoi critici ed oppositori. Gli “invitati” alla modifica delle attitudini sono detenuti senza essere accusati ed interrogati in luoghi che variano da impianti da vacanza a carceri. I trattamenti variano dalle buone maniere calorose al linguaggio duro; dall’essere tenuto in un campo militare dove puoi andartene in giro e fare sport all’essere detenuto in una piccola stanza senza finestre sul mondo, a seconda della propria curva di apprendimento del processo di modifica delle attitudini.

Sono le cose che ricordo meglio del mio secondo tempo della modifica delle attitudini sotto la gunta militare, la NCPO. Il reato da me commesso è di aver fatto commenti sui media sociali che mettevano in dubbio la legittimità del NCPO e del suo capo generale Prayuth che è anche primo ministro, per i quali sono stato in carcere dal 13 al 15 settembre 2015.

Trattamento iniziale

Dopo essere stato bendato e portato in un mezzo sconosciuto in un viaggio per un’ora e mezzo fuori di Bangkok insieme a quattro uomini in maglietta nera e maschere chirurgiche, fui depositato in una stanzetta quattro per quattro. Tutte le finestre di legno senza vetri con barre di ferro erano chiuse e tutte le prese d’aria nella piccola toeletta e doccia erano coperte con carta bruna. La cella aveva un condizionatore d’aria mobile non funzionante che non andava a meno di 29 °C, una telecamera a circuito chiuso che mi fissava dall’angolo della stanza, una televisione che si vedeva male e varie bottiglie di acqua. Non c’erano fessure che lasciavano entrare la luce del sole o l’aria, mentre la cella era chiusa dall’esterno.

Mi fu detto di bussare quando volevo qualcosa, e che mi sarebbe stato comunicato il “programma” il giorno dopo.

Differentemente dagli ufficiali che avevo incontrato durante la mia prima sessione di “ modifica delle attitudini ”, i quatto uomini che lavoravano a turno due alla volta, erano sempre bruschi, indossavano una maschera chirurgica ed erano in abiti civili. Parlavano o mi rispondevano solo quando era assolutamente necessario.

La mattina del secondo giorno, dopo aver appena fatto la colazione datami dalle guardie, li supplicai di poter espirare dell’aria fresca citando la mancanza di ventilazione dentro la cella.

Le austere guardie eseguirono in modo riluttante. Per prima cosa mi fecero sedere con la porta alle spalle così che non potessi vedere nulla che c’era fuori. Poi mi bendarono e mi guidarono fuori per respirare un po’ di “aria fresca”. Mi permisero di restare fuori della cella per venti minuti sempre bendato e respirare tutta l’aria che potevo dalla porta esterna che avevano lasciato aperta.

Dopo qualche uscita come questa una guardia lamentò che chiedevo troppo ed io risposi che chiedevo solo aria, che non costa e non una bottiglia di Coca.

Il mio piano di allenamento consisteva di fare quattro passi, mi giravo e facevo altri due, o viceversa, dal momento che era ciò che la camera permetteva. . Capii presto che questo mi consumava più ossigeno prezioso ad una velocità maggiore, e così lo lasciai dopo meno trenta minuti.

Dopo durante la serata, dopo aver passato 20 ore senza interazioni umane, un ufficiale che si presentò come un tenente entrò per parlare. Chiese se ci fosse qualcosa che poteva fare per me. Chiesi un po’ di sole, di aria fresca e forse del sapone e dello sciampo e del detersivo.

Mi diede dell’aria lasciando la porta della cella aperta, sempre se guardavo da un’altra parte. Il sole non mi fu mai dato.

Interrogatorio

Prima di essere bendato il mio primo giorno in un campo dell’esercito a Bangkok, circa sei ufficiali di vario grado mi interrogarono. Vollero sapere cose come il mio nomignolo, dei miei genitori, la loro professione, i miei figli, la mia rete politica, il mio indirizzo e così via. Mi chiesero anche del perché fossi contro il golpe e critico della legge di lesa maestà. Durò sei ore quell’interrogatorio.

Quando dissi loro che non ero un sostenitore di Thaksin Shinawatra, mi chieseo a quale gruppo appartenessi. Tutto quello che potei dire è che le cose non possono essere solo bianche o solo nere.

Forse si attendevano le scuse mie per quello che avevo detto del loro capo, Prayuth, ma non ne feci alcuna. Invece, dissi loro che tutto quello che mi chiedevano aveva una risposta razionale senza una scusa.

Gli inquisitori volevano leggere il mio cellulare ma dissi loro che lo avevo lasciato all’ufficio dell’ONU per salvaguardia. Apparvero arrabbiati. Alcuni dissero persino che non ero sincero o innocente e mi chiesero perché lo avessi lasciato al personale dell’ONU.

Risposi che, dal momento che il capo della giunta ha potere assoluto secondo l’articolo 44 della costituzione provvisoria della giunta, era solo saggio depositare il telefono presso il personale dell’ONU che non opera secondo le regole della giunta. Aggiunsi comunque che avrei potuto telefonare alla persona e chiedergli di venire a vederci e dimostrare il contenuto del telefono. Non parvero compiaciuti della mia risposta. Dopo un po’ sembrò che avessero deciso che non era molto saggio tirare in mezzo l’ONU nel fiasco.

Alla fine del terzo giorno, fui bendato di nuovo e ricondotto al quartier genrale della I divisione dell’Esercito a Bangkok. Il generale Asawin Chaemunsuwan, il secondo in comando, alla fine etrò con alcuni uomini in uniforme.

Avevo già incontrato questa persona in precedenza in due occasioni. Entrambe le volte mi aveva avvisato ad non essere troppo espressivo sulla controversa legge di lesa maestà.

“Non le darò il cartellino rosso ancora poiché siamo tutti thai” disse con un’analogia al calcio riferendosi al “cartellino giallo” datomi durante la mia prima sessione di “modifica” immediatamente dopo il golpe del maggio dello scorso anno. Chiaramente il mio “crimine” non mi garantiva l’equivalente di una espulsione da un campo di calcio.

Asawin comunque mi avvisò che l’accusa, che dopo scoprii era di sedizione, sarebbe andata avanti se avessi rotto il “contratto” unendomi, assistendo o guidando movimenti contro il golpe oppure “oltrepassando la linea” nella mia critica alla giunta. Un accusa di sedizione si porta una pena massima di sette anni.

Poi chiesi al generale e agli altri ufficiali della lunghezza di questo “contratto”. Quali era lo statuto delle limitazioni? Risposero che era 15 anni. “Sarà già andato via NCPO allora?” chiesi ma la domanda non trovò risposta.

Il generale poi cambiò discorso citando due luoghi e chiedendomi se vivessi in entrambi i posti. Ovviamente mi avevano seguito attraverso il GPS del mio telefono.

Poi mi salutò prima che uno dei suoi uomini mi scortasse a casa.

“Spero che non ci dobbiamo incontrare di nuovo” disse il generale prima di andarsene. Abbastanza stranamente mi sono riscoperto a considerarlo un uomo gentile e considerato. Capii che forse avevo già sviluppato una piccola sindrome di Stoccolma poiché mi sentii sollevato nel vederlo.

Pravit Rojanaphruk, Thediplomat.com