Il ricordo del massacro del 6 ottobre 1976 e le scuse impossibili

Il 6 ottobre scorso fu il 39° anniversario del massacro di studenti alla Università di Thammasat, avvenuto a Bangkok il 6 ottobre 1976, ed ancora una volta quelli che furono i protagonisti sopravvissuti al massacro hanno celebrato l’avvenimento nonostante il clima politico durissimo che impedisce anche la stessa presenza alla celebrazione. Scrive Achara Ashayaghachat sul BangkokPost:

Il ricordo del massacro del 6 ottobre 1976

Gli ex studenti e militanti dicono di essere ancora determinati nel chiedere giustizia per le vittime del massacro studentesco del 6 ottobre 1976 nonostante il duro clima politico e il numero più esiguo di persone che partecipa all’annuale cerimonia di commemorazione.

L’anno prossimo saranno quarant’anni dal massacro in cui oltre 40 persone furono uccise durante una protesta all’ Università di Thammasat a Bangkok.

Circa 150 persone si sono riunite martedì per una cerimonia religiosa vicino al cancello principale dell’università dove un monumento indica il luogo della violenza politica.

Durante la giornata del ricordo del 6 ottobre 1976 si sono tenute altre attività tra le quali quella del Movimento della Nuova Democrazia che si è riunito di fronte al parlamento per consegnare una lettera di protesta contro gli estensori della bozza di costituzione nominati dal NCPO. Al campus di Rangsit si è tenuto un forum sullo stesso argomento.

Al rituale del campus Tha Prachan non erano presenti personaggi dei partiti politici.

Dopo l’elemosina data ai monaci, ci sono stati piccoli discorsi dei parenti delle vittime e dei sopravvissuti.

In un discorso accorato lo studioso Thongchai Winichakul, che al tempo fu uno dei capi studenteschi e che rimase in prigione per due anni, ha sostenuto che gli eventi del 6 ottobre 1976 devono essere apertamente discussi nella società. “Alcuni di quelli che hanno il potere sono così ottusi e non vogliono che si parli di questo capitolo amaro della storia. Che società abbiamo in Thailandia che permette di farla franca a chi fa del male” Questa è stata la prima commemorazione del massacro dove Thongchai ha partecipato.

Un fratello della vittima Jarupong Thongsint ha detto che la famiglia continuerà a sostenere i sopravvissuti e chi resta un democratico.
“Lo spirito del 6 ottobre è di lottare contro la tirannia, il sistema di privilegio e preservare la democrazia” dice Sopon Pornchokchai del gruppo Dome Ruamjai.

Thongchai poi ha guidato un gruppo di persone a camminare verso un albero di tamarindo a Sanam Luang di fronte al Wat Mahachat per avvolgerlo con un drappo nero e coprirlo di fiori a ricordo di Wichitchai Amornkul che in quel luogo fu picchiato fino alla morte.
Un simbolo di questa scura tragedia della storia recente della Thailandia sono proprio le foto di Wichitchai che era trascinato, appeso all’albero mentre le persone lo picchiavano con una sedia.
La madre dello studente della Ramkhameng Manu Vithayaporn, ucciso anche lui il 6 ottobre, ha detto di essere rattristata da un’atmosfera sempre più repressiva che vive nella società thai.
“Ogni anno mi preparo un discorso ma questa volta non mi hanno lasciato parlare” dice Auntie Lek. 86 anni. “Mio figlio fu ammazzato. Come posso darmi pace se non è stata mai detta la verità”.

Lei dice che la storia del 6 ottobre 1976 è etichettata come terrorismo studentesco, ma nessuno parla degli assassini e delle vittime.

Achara Ashayagachat, BangkokPost

Di seguito pubblichiamo un articolo Scusa, la parola più difficile da dire di Kong Rithdee

Non ci vuole poi molto a dire scusa, eppure sembra che sia la parola più difficile. Chiedelo ai capi mondiali o solo ai Cari capi dovunque. Ci vuole tanto, politicamente, legalmente e moralmente, per ammettere gli errori, i giudizi sbagliati, l’arroganza, la crudeltà e la colpa, specialmente quando le conseguenze di quegli errori sono la perdita di tante vite umane.
14 ottobre 1973Siamo ad ottobre ed ogni ottobre ricordiamo la crudeltà (potete girarla e rigirarla per farla diventare errori o baggianate, ma non ce la beviamo) degli eventi del 6 ottobre 1976 e 14 ottobre del 1973. Questo mese ritorna a perseguitarci il terrore degli insani omicidi di manifestanti e studenti di quattro decenni fa, mentre la vividezza di quei fatti scompare anno dopo anno, specialmente ora che dimenticare è l’ordine del giorno. E se qualcuno di chi è sopravvissuto, se le famiglie delle vittime e la società sognano ancora che qualcuno mostri un po’ di responsabilità, o almeno le scuse, forse devono solo continuare a sognare.
All’inizio della settimana il presidente Obama ha personalmente chiesto scusa al capo di Dottori Senza Frontiere per il bombardamento di un suo ospedale a Kunduz in Afganistan dove sono morti almeno 19 dottori e pazienti. Un orribile errore (l’Afghanista e Iraq sono degli errori madornali ma è un’altra storia), e gli USA ancora una volta appaiono un gigante senza cuore la cui macchina da guerra da hightech è futile quando colpisce tra tutti i posti l’obiettivo più innocente. Obama ha fatto la cosa minima che poteva fare: come capo di stato ed essere umano ha chiesto scusa. Non è che sia abbastanza, e non è un rilascio di colpa e responsabilità. La Casa Bianca ha detto che il ministero ella difesa condurrà un’indagine equa su ciò che è accaduto, cosa che risuona simile a quello che accade in Thailandia quando l’autorità responsabile per la morte di civili deve indagare se stessa.
Obama dovrà pagare un prezzo politico per dire scusa, lo sa e lo ha detto. Prima di questo evento di Kunduz era stato definito come quello un tipo delle scuse, “un uomo di scuse seriale” dai suoi oppositori, quando nel 2012 chiese scusa a nome di alcuni soldati americani che bruciarono un Corano in Afghanistan.
Chiaramente per alcuni politici, per non citare i capi militari che comandano il dito sul grilletto, la parola scusa è un termine peccaminoso. Per loro scusarsi significa essere deboli. Infatti quando lo pensi davvero significa che sei forte.
Talvolta ci vogliono decenni per trovare la forza per esprimere il rammarico. Il senno di poi del confessionale richiede il pathos del tempo e dell’età perché siano superate l’arroganza e la cecità dall’amarezza della realtà, o dall’irrevocabile peso del peccato. Nel 2013 i due luogotenenti dei Khmer Rossi Buon Chea e Khieu Samphan dissero di provare “il più profondo rimorso” ed espressero ad uno dei parenti delle vittime “le scuse profonde per la scomparsa e l’omicidio molto brutale del padre”. Accadeva quasi 40 anni dopo le atrocità che aiutarono a compiere nella Cambogia degli anni 70 che comportarono almeno 1.7 milioni di morti.
Altre volte il rimorso viene con la conoscenza che chi parla non porta alcuna responsabilità. L’architetto della guerra del Vietnam, Robert McNamara, in una attenta intervista nel documentario del 2003 “la nebbia della guerra” disse che “era molto rammaricato che nel processo di fare le cose fece degli errori”. Quegli errori significarono l’odore del Napalm la mattina con le conseguenti morti di vietnamiti e americani. Di nuovo McNamara disse che quasi 40 anni dopo la terribile guerra, quando una tale confessione cattolica comporta solo ramificazioni morali, non legali o politiche. Morì sessant’anni dopo.
Se chi fece quelle atrocità è riuscito a chieder scusa, sinceramente o cinicamente, non dovremmo qui in Thailandia ancora nutrir qualche speranza di sentire la parola più difficile? Alcuni di chi torturò quei corpi, facendo un teatro grottesco dei corpi senza vita quel sei ottobre, sono ancora lì, come pure i loro comandanti che si rigirano nei panni caldi dell’amnesia nazionale. In modo simile chi commise il terrore di ottobre 1973, maggio 1992, Tak Bai e Krue Se nel 2004, Ratchaprasong nel 2010, per citare solo alcuni.
Ma non ho grandi speranze di sentire qualcosa vicino ad un piccolo rimorso. Di fatti non ne ho. Per attendersi una scusa, dovremmo almeno sapere da chi. Una delle nostre grandi tragedie è la nebbia perenne che copre ancora la grande maggioranza degli eventi storici in Thailandia, la nebbia che copre i crimini e anche i cadaveri. Poi avete il machismo militare, l’ideologia pomposa e l’arroganza morale di chi negli scanni del potere. Tutto questo sembra solo crescere sempre più intenso nel clima attuale. Chiedere scusa non significa dire che si è deboli ma solo che si è umani. Ne abbiamo qualcuno qui?
Kong Rithdee, BangkokPost