Le elezioni a Giacarta: Ahok la politica identitaria e il caffè nero bollente di Glodok

In un piccolo caffè di Glodok, il quartiere cinese di Giacarta, la litania dei tantissimi dialetti cinesi si è mischiata per decenni con più staccato linguaggio indonesiano. Iniziò nel 1927 come ambulante a vendere tazze di caffè nero bollente fatto dal caffè locale di Giava.

Dopo dieci anni si spostò nel luogo attuale dove i clienti si radunano attorno ai tavoli di formica a chiacchierare col sottofondo del rumore delle stoviglie.

Chi viene spesso dice che in questo caffè era solito trovare i grandi gangster della città a succhiarsi una coppetta di spaghetti. Ultimamente la clientela è diventata alquanto migliore con le foto del presidente indonesiano Jokowi appese sui muri.

la politica identitaria del FPI“Prende sempre un caffè nero con qualche dolcetto locale come il tempe, dolce di soia.” Dice Latif Yulus il cui nonno aprì questo caffè, Tak Kie dopo essere emigrato dalla provincia meridionale di Guangdong. “Jokowi è una bella persona, paziente; parla lentamente ed ascolta con attenzione”.

Ma quello che il presidente ha sentito salire dalle strade di Giacarta stride con l’armonia culturale che si vede al Tak Kie.

Un movimento islamico con la guida del FPI, fronte di difesa islamico, è sceso per le strade per provar a cacciare il governatore di Giacarta, Basuki Tjahaja Purnama, il cui soprannome cinese è Ahok, che in qualità di vicegovernatore era succeduto a Jokowi come governatore quando divenne presidente della repubblica.

Ora Ahok si presenta per un altro mandato sperando di vincere un mandato tutto suo. Comunque FPI insiste nel dire che nessun Cristiano per lo più di origini cinesi deve guidare la capitale del paese musulmano più popoloso, citando un verso del Corano che mette in guardia contro l’allearsi con cristiani ed ebrei. La questione è particolarmente delicata perché l’incarico di governatore è visto come l’anticamera della politica nazionale.

La campagna del FPI rischia di creare una divisione tra la maggioranza musulmana e la sua popolazione di 3 milione di cinesi etnici. Ahok col suo parlare aperto non è stato di aiuto nella situazione, quando ha detto ad una folla a fine settembre: “Signori, non dovete votare per me, perché chi ha usato il verso 51 della Sura al Midan vi ha mentito. E’ il vostro diritto”.

La citazione di Ahok di un versetto del corano e la sua discussione sull’interpretazione che gli estremisti ne danno fecero infuriare il FPI. E’ diventata virale una registrazione manipolata del discorso del governatore, fatta ad hoc per accrescere la rabbia dei manifestanti. Guidata dal religioso dalla lingua tagliente Habib Muhammad Rizieq Shihab, FPI ha accusato Ahok di blasfemia ed ha organizzato tre grandi manifestazioni che paralizzarono Giacarta.

FPI chiede il carcere per Ahok e che Jokowi si dimetta perché il suo partito sostiene la sua candidatura. Jokowi si è incontrato con i capi del FPI per provare a calmare il loro rancore, un atto visto da alcuni come un legittimare la loro protesta.

Ahok è comparso in tribunale per ribattere le accuse di blasfemia mentre porta avanti la campagna elettorale previste per il 15 febbraio. Lui è il rappresentante di grado maggiore mai accusato prima e potrebbe rischiare fino a cinque anni di carcere. Il processo di blasfemia e l’elezione a governatore sono un po’ la cartina al tornasole per la giovane democrazia laica mentre si trova sempre più sotto l’attacco di una destra islamica radicale.

“La questione Ahok è riuscita a far coagulare molte tendenze differenti di Islam radicale” dice Sidney Jones di IPAC. “Ecco perché sono così grandi le manifestazioni”

“FPI non è una solida organizzazione con un sistema di comando come la polizia o i militari” dice il capo della polizia Tito karnavian. “A Giava centrale ci sono membri che sostengono persino i gruppi ISIS”.

Ad una manifestazione del FPI davanti al quartier generale della polizia, molti manifestanti erano in tuta da combattimento. Una giacca portava il simbolo del AK47 e la scritta “Difendere la Palestina”.

“Chi guida Giacarta deve essere musulmano perché deve dare la direzione alla gente.” dice un manifestante Muhammad Mahdi. “Ma cosa può Ahok se non segue la nostra legge della Sharia?”

Sin dalla fine del governo coloniale, i capi indonesiani hanno messo in guardia contro l’estremismo religioso attraverso l’ideologia di stato della Pancasila, il credo in un dio, un’umanità giusta e civile, l’unità nazionale, democrazia con voto e giustizia sociale. Ma FPI vogliono la sharia in Indonesia che pone la dottrina religiosa al di sopra delle regole scritte del governo e dei tribunali.

“La comunità cinese teme il potere e la forza che cresce del FPI” dice Latif. “Sappiamo che FPI ama attaccare persone e colpire imprese”.

FPI e gruppi simili tendono ad attaccare proprietari di imprese per provare a contrastare comportamenti contrari alla Sharia, come chi vende alcol o impiega donne che non sono vestite secondo i codici musulmani. La pratica è spesso impiegata da imprese rivali che pagano le folle sotto l’egida della giustizia islamica, travestendo coloro che sono solo dei guastafeste a pagamento.

Membri della FPI hanno persino attaccato negozi che richiedevano agli impiegati musulmani di indossare il copricapo di Baboo Natale nel periodo di Natale. Nella cosmopolita Giacarta, non c’è limite ai potenziali obiettivi. A mercato di Glodok file di maiali cucinati sono appesi fuori dei negozi di liquori cinesi, come pure i simboli del Festival di Primavera Taoista della Cina con gli alberi di mandarino, le lanterne e le bigiotterie.

Negli anni passati la popolazione cinese indonesiana è stata vittima di pogrom ripetuti, il più selvaggi dei quali si ebbe nel 1965 all’indomani di un presunto golpe di sinistra contro il dittatore Sukarno che fece scattare una purga anticomunista che vide la morte di tantissima gente, quasi tutti di origine cinese.

Quel massacro aiutò l’entrata in scena di un altro autocratico presidente Suharto che vietò la lingua e le festività cinesi. “Il padre dello sviluppo” comunque fece anche affari con i miliardari cinesi; alla fine del suo regno nel 1998 i grandi conglomerati indonesiani erano controllati da cinesi.

La caduta di Suharto fu seguita da tante violenze anticinesi ed in molti temono che, se lasciati liberi, i gruppi islamisti potrebbero innescare una nuova sanguinosa prosecuzione, specialmente quando la retorica contro Ahok è echeggiata da nazionalisti di destra laici che temono lo sfruttamento delle risorse naturali ad opera delle imprese cinesi le quali sono anche accusate di difondere il comunismo.

Dice Jones: “Un’alleanza tra la destra ultranazionalista e gli estremisti musulmani potrebbe creare più sentimenti anticinesi di quanto ne abbiamo visto nel 1998”

Sebbene i cinesi indonesiano siano come Latif, commercianti piccoli, tanti dei quali anche molto poveri, c’è la percezione tra molti indonesiani che la comunità sia favolosamente ricca. Ci sono amare lamentele di discriminazione all’inverso, vangeli apocrifi, in cui persino i poveri cinesi possono avere prestiti dalle banche cinesi con maggiore facilità di aristocratici di Giava o Sumatra.

La salita di Ahok ha portato ad una rinascita sfortunata di questa specie di tensioni razziali e di politiche identitarie. Agli inizi di novembre l’ex presidente Yudhoyono mise in guardia che il paese “sarebbe bruciato dalla rabbia di chi cerca giustizia” se non fosse stato condannato Ahok. La residenza di Yudhoyono dal 2004 al 2014 ha visto il ringalluzzirsi dei movimenti islamisti azzoppati durante il periodo postcoloniale. Va detto che il figlio di Yudhoyono, Agus, non interamente per caso, è concorrente con Ahok alla carica di governatore di Giacarta e sembra il beneficiario dell’ira del FPI.

Fino a che non scoppiava il caso di blasfmia Ahok sembrava destinato a vincere queste lezioni. Nipote di un minatore di stagno di Guandong, ha vinto il plauso per aver diminuito la corruzione da quando è salito al governatorato di Giacarta nel 2014. Le opache finanze del passato della città sono ora pubblicate online, ha bloccato un sistema monorotaie sebbene sempre più costoso, accelerando invece un sistema su rotaia leggero. La costruzione di quest’ultimo sistema va avanti per questa città tentacolare di 30 milioni di abitanti che rappresenta un sesto del PIL nazionale dove però il traffico tremendo è un freno enorme sulla produttività.

Ahok si è fatto una reputazione di un franco oratore che non tollera la corruzione o l’incompetenza. I cittadini parlano molto bene del poter riuscire a contattare le autorità locali attraverso una rete di social media, istituita da Ahok, per denunciare cumuli illegali di rifiuti che poi sono subito portati via miracolosamente. Sono diventati famosi le lavate di capo di Ahok verso funzionari del traffico incapaci, cose che fanno felici chi è stanco della cronica corruzione decennale, ma che hanno generato nemici ben oltre il FPI.

Il programma di Ahok di abbattere le baraccopoli con la costruzione di appartamenti in altre parti è ricco di storie di indennizzi inadeguati. “Ahaok vuol dare l’immagine di questa città che diventa simile a Singapore, un panorama di strade pulite, con fiumi di cemento. E con quell’idea ha provato a ripulire queste comunità” dice Elisa Sutanudjaja del Rujak Center per gli Studi Urbani di Giacarta, critica del progetto di Ahok. “E con quella idea prova a ripulire le nostre comunità.”

Sutanudjaja, etnica cinese, accusa Ahok di alimentare la divisione con le sue maniere brusche. “I rappresentanti pubblici hanno un certo standard di non offendere o provocare la gente. Non è legato alla sua etnia ma alla posizione di pubblico ufficiale. E’ come avere Trump che dice cose ridicole”

Eppure le ultime indagini del giornale Kompas dicono che Ahok conduce con un margine di 8% sui rivali. Se riuscirà ad evitare il carcere è un’altra cosa. Per ora sembra che la gente di Giacarta rigetti la retorica del FPI.

Anche tanti cinesi non amano la politica identitaria. “Non so ancora chi voterò” dice Latif. “Ahok è troppo chiassoso, troppo rude. Tanti cinesi non lo amano”

Charlie Campbell, Time.com