Proviamo a comprendere la crisi sempre più profonda nello stato Rakhine

La storia sembra ripetersi di nuovo in Birmania a meno di un anno dalla nascita di una nuova insorgenza musulmana Rohingya, come scrive su Time, la giornalista Poppy McPherson.

E’ una storia fatta di attacchi dell’insorgenza, la brutale repressione militare, popolazioni sia Rohingya che Rakhine buddista in fuga per salvarsi la pelle, villaggi di miseria che bruciano per mano delle forze di sicurezza e questa volta per mano dell’insorgenza.

Il tutto sembra voler mandare in fumo quei deboli sforzi per portare la pace in una delle tante zone martoriate della Birmania e con esso anche un po’ del futuro della Birmania.

la crisi sempre più profonda nello stato Rakhine

Il governo birmano e le forze armate affermano che lo scopo di questa insorgenza è quella della jihad islamica, di ritagliare uno spazio per uno stato islamico ed è perciò stata definita terroristica. Ben sanno i militari del Tatmadaw come questo tema sia molto caro all’occidente e che è la giustificazioneper rafforzare il proprio potere autoritario.

Le autorità birmane hanno definito l’ARSA, dopo gli ultimi attacchi, terroristi estremisti Bengalesi.

Dallo stesso articolo si legge che ad essere accusati di collusione con l’ARSA sono le ONG che hanno fornito aiuti alla popolazione Rohingya, dopo che scatole di biscotti del World Food Program sono stati ritrovati in alcune basi del ARSA.

A rincarare la dose ci pensa un consigliere della sicurezza nazionale Thaung Tun che sostiene come il materiale esplosivo usato era stato costruito usando materiali, come tubi in ferro e fertilizzanti, dati dal World Food Program.

Sia l’ONU che World Food Program hanno reagito a queste affermazioni in vari modi.

L’alto commissario per i diritti umani Zeid Ra’an Al Hussein da un lato ha definito questi attacchi del ARSA deplorevoli e prevedibili. Poi ha dichiarato che queste dichiarazioni di Thaung Tun, che mettono in pericolo la vita di chi opera nelle ONG, sono “irresponsabili e servono solo ad accrescere la paura ed il potenziale di nuove violenze”.

Il World Food Program ha ricordato che “è al momento impossibilitato ad accedere ai siti operativi e ai depositi alimentari nella parte settentrionale del Rakhine ed è stata nell’impossibilità di distribuire alimenti ed assistenza monetaria sin da metà luglio”.

L’ARSA, Esercito di liberazione dei Rohigya dell’Arakan, ha dichiarato come un passo legittimo per restaurare i diritti della popolazione Rohingya, apolide, senza diritti, confinata in campi dei rifugiati da dove non si possono muovere.

I morti degli scontri, condotti da parte del ARSA con machete, coltelli, oggetti esplodenti improvvisati e qualche pistola sarebbero almeno 110.

La storia si ripeterà di nuovo nelle accuse reciproche sulle rispettive atrocità. Sono già comparse sui media sociali foto di Rakhine buddisti uccisi e di case bruciate. Si sa che il Tatmadaw ha preferito evacuare i villaggi attaccati e spostare la popolazione Rakhine in altre zone.

Nei prossimi mesi si potrà definire meglio quale è stata la situazione reale anche se è ormai accertata che molti giovani Rohingya hanno risposto alla chiamata del ARSA e deciso di partecipare a questi attacchi.

Nel frattempo gli aiuti sono fermi e un membro delle agenzie di aiuto dice al Time:

“Uscendo da Maungdaw verso Buthidaung, e anche sulla barca, abbiamo visto villaggi bruciale ed elicotteri militari sorvolarli. Le agenzie di aiuto stanno dando servizi salvavita per chi si trova in disperato bisogno. E’ una vergogna immensa”.

Secondo fonti ONU, sarebbero 27 mila i Rohingya che hanno attraversato il fiume Naf, che delimita il confine Birmania Bangladesh, ed altre 20 mila si trovano da giorni in una zona di nessuno tra i due paesi perché il Bangladesh rifiuta di ammetterli. Di quelli ammessi in Bangladesh, in grande maggioranza donne e bambini, tanti sono stati portati in ospedale perché presentavano ferite e bruciature.

Nelle zone lontane dalla frontiera col Bangladesh le popolazioni Rohingya si sono spostate sulla montagna dopo che le loro case sono state distrutte da militari polizia e civili buddisti del posto.

A scappare sono anche 4000 persone non musulmane che hanno trovato rifugio in monasteri e scuole con l’aiuto del governo, dopo che molte case erano state bruciate dai Bengalesi, termine usato per definire in modo spregiativo i Rohingya. Molti di questi profughi non musulmani scappano verso est.

Secondo Human Rights la dimensione degli scontri è drammatica a giudicare dall’estensione degli incendi rilevati via satellite.

“La realtà è che il numero degli incendi è solo così tanto grande, come lo è pure la loro estensione spaziale, da renderli davvero preoccupanti ed estremamente allarmanti” ha detto Richrad Weir a Time.

Il governo invece da parte sua afferma che sono gli stessi Rohingya a bruciare le proprie case e a scappare. “Li abbiamo visti bruciare. Questo è quello che sappiamo” ha dichiarato Win Myat Aye ministro degli affari sociali per la Birmania, un politico del partito di Aung San Suu Kyi.

Il giornale ricorda che si teme anche la diffusione della violenza nella città di Maungdaw e raccoglie la testimonianza di una donna Rohingya.

“Se bruciano la nostra casa non abbiamo alcun posto dove andare. Per ora posso dire che siamo al sicuro. Ma chi lo sa. Sento che potrebbe accadere anche domani. Abbiamo solo tanta paura”.

Il giornale ricorda inoltre che questi attacchi contro 25 postazioni militari sono accaduti all’indomani della presentazione del rapporto della Commissione Rakhine di Kofi Annan.

L’ARSA ha detto che il suo attacco nasceva dalla necessità di prevenire gli attacchi dei militari con i quali il Tatmadaw segnalava la propria opposizione al rapporto di Kofi Annan.

E’ una logica che fa rabbrividire e che espone la grande maggioranza dei Rohingya alla violenza delle rappresaglie dei militari birmani. E’ una logica da tanto peggio tanto meglio su cui poi l’ARSA dovrà essere chiamata a rispondere. Se vuole innescare la brutale repressione militare per raccogliere nuovi militanti, l’ARSA dovrà rispondere dei propri atti.

Con questa logica l’ARSA sembra rifiutare, come fanno i militari, il risultato di quella commissione di Kofi Annan, le cui raccomandazioni Aung San Suu Kyi ha detto di voler implementare, e distruggono quei deboli sforzi di portare un po’ di pace nell’inquieto Rakhine.

Questo ragionamento non giustifica affatto le rappresaglie del Tatmadaw, l’uso spropositato della violenza, l’incapacità e la non volontà a distinguere tra militanti e popolazione civile. Il Tatmadaw è responsabili dei propri atti come pure lo è il governo della Aung San Suu Kyi che in questi mesi è sembrato appiattito sulle posizioni dei militari.

Di seguito traduciamo l’editoriale del Frontiermyanmar.net in merito a questa situazione.

Proviamo a comprendere la crisi sempre più profonda nello stato Rakhine.

Quanti più attacchi l’ARSA lancerà tanto più ci allontaneremo da una soluzione alla miseria e disperazione che distrugge la regione.

La folla che si radunò al Sule Shangri-La Hotel di Yangoon (Rangoon) il 24 agosto per partecipare al lancio del rapporto conclusivo della Commissione Consultiva Per lo Stato Rakhine, lasciò quell’evento con un certo ottimismo.

Mentre non si credeva nella possibilità di soluzioni facili alla selva dei problemi che il governo si trova nell’affrontare la situazione nello stato, le conversazioni nei corridoi dopo il lancio del rapporto erano ottimiste. C’era un consenso generale sul fatto che, se il governo seguiva strettamente le raccomandazioni del rapporto, allora si sarebbero potuti fare dei progressi su una cosa che affligge il paese dagli scorsi cinque anni.

Ma la mattina successiva, quando comparvero le notizie di nuovi attacchi lanciati dall’Esercito di Liberazione dei Rohingya dell’Arakan contro i posti di polizia nel Rakhine settentrionale, quell’ottimismo si dissipò quasi del tutto.

Non si vuol dire che le raccomandazioni della Commissione non avrebbero potuto avere un impatto. Infatti gli sviluppi della scorsa settimana mostrano quanto importante sarà una soluzione politica significativa

L’offensiva della scorsa settimana rappresenta l’inizio di un capitolo più nuovo e persino più oscuro del conflitto nello stato Rakhine (o Arakan), un’ulteriore indicazione che una risoluzione significativa nel nord dello stato Rakhine è ancora lontanissima, ma anche che i metodi pacifici, come sottolineato nel rapporto finale della commissione, sono il solo modo per andare avanti.

I capi del ARSA, il gruppo che annunciò la propria presenza con attacchi di sorpresa mortali contro posizioni della polizia il 9 ottobre dello scorso anno, hanno giustificato l’ultima violenza definendoli un “passo legittimo” verso la liberazione dei Rohingya da quello che definiscono l’oppressivo esercito birmano.

I Rohingya di certo sono quelli che hanno sofferto di più in Birmania. Le condizioni orribili in cui molti di loro sono costretti a vivere dopo le violenze del 2012, come le restrizioni di movimento e la mancanza di accesso ai servizi fondamentali, rappresentano il più nero dei segni nella transizione birmana alla democrazia genuina.

Lanciando però questi ultimi attacchi l’ARSA può molto difficilmente affermare di avere a cuore i supremi interessi della popolazione Rohingya. I suoi capi sono pienamente coscienti che questa violenza provocherà una risposta brutale delle forze di sicurezza e renderanno ancora più disperata e pericolosa la vita per una persona media che vive nel nord dello stato Rakhine.

E’ anche difficile vedere questo attacco come qualcosa differente dal sabotaggio del lavoro della commissione consultiva sullo stato Rakhine.

Frontier si erge insieme al resto della popolazione birmana a condannare questi attacchi.

Ma crediamo anche che sia fondamentale differenziare tra le azioni del ARSA e la popolazione generale, molti dei quali riconoscono che l’uso della violenza non li aiuterà mai a raggiungere i loro obiettivi. Sono vittime colte dal fuoco incrociato.

La violenza chiama violenza. Quanti più attacchi l’ARSA lancia tanto più ci allontaneremo da una soluzione alla miseria e disperazione che distrugge la regione. Ed è triste assumere che, nei mesi ed anni a venire, bisogna aspettarsi più violenza.

Allo stesso tempo le autorità birmane devono assumersi la loro parte di responsabilità per la situazione attuale. Decenni di negazione, oppressione e cattiva gestione nello stato Rakhine hanno gettato le fondamenta del conflitto.

L’estremismo nasce dalla mancanza di speranze. Se si offrono ragioni per l’ottimismo, si darà ai giovani della regione minori ragioni per stare dalla parte del ARSA. Triste dire che vari governi hanno mancato di offrire persino il più piccolo bagliore di speranza.

Questa è la ragione principale del perché ci troviamo a questo punto.

Le raccomandazioni della Commissione Consultiva sullo Stato Rakhine offrono un percorso di progresso; non tutti gli elementi soddisfaranno il palato di ognuno, ma è un documento che riconosce tutti i punti di vista su una questione incredibilmente polarizzante.

La sfida ora è che l’applicazione è resa ancor più difficile dagli ultimi eventi preoccupanti. Il governo della Birmania ha bisogno di esercitare tutto il proprio peso che può per assicurare che si faccia un progresso autentico.

Sarebbe facile mettere da parte questo rapporto alla luce di questi attacchi nel momento in cui la massima priorità è la sicurezza. Ma la realtà è che l’incapacità di affrontare le cause alla base del conflitto getterà solo i semi di una futura violenza.

Il modo più sicuro per sconfiggere l’ARSA non è la forza militare e l’oppressione, ma semplicemente rendere il gruppo irrilevante mostrando che esiste una via alternativa di progresso.

Frontiermyanmar.net