112 e 116: i numeri della giunta thailandese per controllare il cyberspazio thai

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Dopo il rilevamento delle impronte digitali e aver ascoltato all’inizio di agosto l’accusa di sedizione intentata dalla polizia thailandese, il giornalista thailandese Pravit Rojanaphruk se ne uscì dai confini orwelliani sottolineando qualcosa di grave sulla censura sotto il governo militare.

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Distese le braccia aprendo bene le dita inchiostrate per mostrarle ai fotografi. “E’ la prima volta che si è fatto apparire come un criminale”.

Il 18 agosto Pravit è tornato dai segugi informatici della polizia per ascoltare altre accuse che nascono da un gruppo di commenti politici di critica alla giunta, scritti su Facebook dove Pravit è seguito da oltre 24500 persone. Ma nonostante il rischio di essere condannato a 14 anni di carcere per aver violato l’articolo 116, il giornalista non cede di un millimetro.

“E’ il prezzo che devo pagare per aver criticato la giunta” ribatte.

La giunta che abbatté un governo eletto democraticamente a maggio 2014 fa un crescente uso dell’articolo 116 per sopprimere il dissenso. Chi è accusato rischia un massimo di sette anni di carcere per ogni accusa secondo quell’articolo che prende di mira sia le espressioni che le azioni “che presumibilmente causano disturbo nel paese”.

Una settimana prima che Prayuth fosse convocato dalla polizia, due ex ministri del governo precedente al golpe erano stati accusati in relazione ai post di Facebook in cui criticavano l’ambiente economico e politico del paese sotto il ministro Prayuth, ex capo dell’esercito che da capo della giunta ha condotto il XII golpe militare.

Secondo un centro di documentazione della libertà di espressione thailandese, iLaw oltre 60 persone sono state accusate di sedizione dal golpe del 2014, un altro nuovo indicatore della repressione del dissenso. I presunti accusati spaziano dai chi hanno fatto dichiarazioni online contro la giunta a chi ha distribuito manifestini contro la giunta. Dice iLaw che c’è chi aveva creato un post per prendere in giro Prayuth, mentre un altro era stato preso di mira per aver dato dei fiori ad un militante democratico in una marcia pacifica a Bangkok.

La Federazione Internazionale per i Diritti Umani ha detto: “Nella gran parte dei casi le accuse di sedizione si originano da un’applicazione troppo zelante e talvolta incomprensibile dell’articolo 116.”

La Lesa Maestà

La giunta si è anche incaricata di accusare tantissimi thai per l’articolo 112 del codice penale, la legge di lesa maestà, che protegge la reputazione dei membri della famiglia reale del paese.

La legge prevede per chi viola questa legge sentenze di carcere tra tre anni e 15 anni per ogni singola accusa per aver espresso idee diffamatorie del re, della regina, dell’erede al trono o del reggente. Secondo l’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani 290 thai sono indgatai per aver violato la legge tra il 2014 ed il 2016. Altri gruppi di diritti umani dicono che 90 persone sono state arrestate per presunta lesa maestà da quando la giunta ha preso il potere, tra i quali 45 sono stati già condannati nei tribunali militari con sentenze da 35 anni di carcere.

Prima del golpe solo sei persone sono state messe in carcere per lesa maestà.

Invocando gli articoli 112 e 116, la giunta ha posto al centro dei suoi sforzi di censore Facebook che in Thailandia ha almeno 47 milioni di utenti su una popolazione di 68 milioni.

Molti usano questa piattaforma per esprimere le loro opinioni sulla politica dopo il golpe, dare messaggi contro il potere e approvare post critici.

“I media sociali sono la nuova sfera pubblica ma rappresenta il vecchio selvaggio west per i militari che la controllano” dice Pravit ridendosela.

Il regime sembra però determinato a continuare a mostrare il grosso bastone ed afferma che un post su Facebook è “una minaccia alla sicurezza nazionale”. Nei sei mesi iniziali di quest’anno ha chiesto a Facebook di bloccare 300 post, mentre tra il 2014 e il 2016 furono solo 80.

“Non è Facebook la minaccia ma i contenuti in Facebook lo sono” ha detto il colonnello Werachon Sukhondhapatipak. “I media sociali sono qualcosa che dobbiamo gestire attentamente, e chi è responsabile della sicurezza del paese giudicherà”.

Secondo questo approccio, la commissione nazionale delle telecomunicazioni NBTC, un ente di regolazione indipendente, ha intrapreso la missione di costringere Facebook ad uniformarsi alle leggi di lesa maestà. NBTC ha chiesto due volte a Facebook di rimuovere contenuti critici della monarchia affermando di averne l’autorità legale. Ma dopo che Facebook è rimasto sulle proprie posizioni rimuovendone solo alcuni ma non tutti, la commissione ha minacciato il blocco di accesso a Facebook.

Agli inizi di agosto il segretario del NBTC disse: “Facebook ha tolto 1039 su 2556 URL” tra maggio e metà luglio.

Le richieste del regolatore per la soppressione di contenuti, insieme al tentativo di far registrare Facebook in Thailandia come impresa di trasmissioni o perdere le entrate pubblicitarie, riflette un cambio di tattica rispetto all’approccio prima del golpe di rifiuto di regolare Facebook.

“Prima NBTC non era mai interessata a regolare Facebook perché sapeva che non aveva autorità per farlo” dice Supinya Klangnarong, già commissario del NBTC. “Ora NBTC tenta di definire Facebook come un’emittente usando l’approccio OTT, servizi straordinari”

Supinya aggiunge: “In questo modo avrà l’autorità di controllare Facebook”. OTT si riferisce al contenuto che è distribuito su internet che non usa i canali di distribuzione tradizionale.

Questo cambio di approccio minaccia di accendere una disputa diplomatica. L’Ufficio di rappresentanza commerciale USA, che sviluppa e coordina le politiche di commercio, merci e investimento diretto internazionale USA, ha espresso preoccupazioni sulla durezza del regolatore.

“L’USTR ha presentato le proprie idee sul fatto che NBTC ha posto la questione del OTT” ha confermato una font thai.

Ma ci sono altri modi per mettere la museruola al cyberspazio thailandese, ritenuto come l’ultima frontiera per la libertà di espressione nel paese dopo il successo della giunta nel neutralizzare i grandi media classici con una serie di editti a raffica del dopo golpe. Gli analisti indicano i poteri insiti nella legge rivisitata del crimine informatico di maggio, strumenti ancillari per i censori attenti.

L’articolo 14 di questa legge è molto vasto e pronto ad esser abusato se si considera che tantissimi thai sono stati già accusati in modo vasto secondo la legge precedente. Esso prende di mira chi fornisce notizie “false” e “distorte” come dice Kanathip Thongraweewong che dirige l’Istituto di Digital Media Law della Kasem Bundit University. “la nuova legge mette anche pressione su chi dà servizi di accesso e piattaforme di media affinché rimuovano o blocchino contenuti che violano la legge. Porterà a maggiore autocensura”.

Gli analisti si attendono che questa legge rafforzerà il centro cibernetico dell’esercito, guidato da un generale e la divisione di soppressione del crimine informatico della polizia, le agenzie principali della giunta che prendono di mira gli oppositori della giunta.

Il ministro dell’economia digitale pensa d spendere oltre 3 milioni di euro nella seconda metà del 2017 per applicativi capaci di monitorare informazioni condivise online. Inoltre un altro corpo nominato dalla giunta, l’Assemblea per la riforma Nazionale, ha approvato la creazione di un nuovo centro “che monitorerà i media online il cui contenuto violi la morale pubblica”, come ha detto Kingsley Abbott, consigliere legale internazionale per l’ufficio dell’Asia Pacifico della Commissione Internazionale dei giuristi.

La propensione della giunta a voler controllare il cyberspazio thai mette a nudo il progetto di stabilire la propria autorità nel mondo dei nuovi media che si adatta bene “al desiderio di sempre dei militari di radicare la propria supremazia istituzionale” dice Paul Chambers della Naresuan University. “La giunta non vuol lasciare le operazioni nel cyberspazio ad altre branche governative che potrebbero indebolire il controllo militare su di loro”

MARWAAN MACAN-MARKARNikei Asian Review