Nazionalismo razzista dei monaci thai ed Il genocidio dei Rohingya in Birmania

nazionalismo razzista

Si accenderanno le tensioni tra buddisti e musulmani nella regione a causa del genocidio dei Rohingya in Birmania? Certamente.

Il clero buddista e il governo thailandese si preparano per prevenire che una latente animosità si trasformi in qualcosa di brutto? Assolutamente no.

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Le ultime atrocità commesse dall’esercito e dalle milizie buddiste contro i Rohingya musulmani, mentre cominciano ad emergere i racconti delle vittime e dei testimoni, accendono il risentimento e la furia da parte dei musulmani che vivono fuori della Birmania, e che gli estremisti useranno per alimentare odio e violenza nei loro paesi.

In Thailandia, l’insorgenza nel profondo meridione musulmano contro lo stato buddista va avanti da oltre un decennio senza che se ne veda una fine. Il governo e il clero dovrebbero perciò evitare di fare cose che possano esacerbare i conflitti esistenti. Comunque, la ragione ha dato via libera all’islamofobia.

Chiamateli Bengalesi, non Rohingya. La richiesta è giunta dal vice primo ministro e ministro della difesa Prawit Wongsuwon dopo aver incontrato, la scorsa settimana, il comandante in capo birmano Generale Min Aung Hlaing. La sua richiesta dice tantissimo della posizione del governo militare sulla polizia etnica della minoranza musulmana Rohingya.

Bengalese è il modo in cui la maggioranza dei buddisti in Birmania chiama la popolazione Rohingya definendoli così invasori che devono essere cacciati dalla Birmania. Questa storia di diversità etnica è semplicemente una forma di supremazia ultranazionalistica affine al razzismo.

Sostenere il gioco razzista del nome non può che essere considerato come il sostegno alla islamofobia e alla violenza sistematica della maggioranza buddista contro la minoranza Rohingya.

Mentre le atrocità contro i Rohingya raggiungono il livello di pulizia etnica, un tale appoggio non è altro che un appoggio alla barbarie.

Come si sentirebbero i malay musulmani nel profondo meridione thailandese? Perché anche loro vivono sotto uno stato ed un clero buddista che considerano incuranti.

Vero che le nostre forze di sicurezza non sono così spietate. Ma persecuzione ed abuso di potere sono lì un problema reale. Nel frattempo la politica di assimilazione ha creato un risentimento diffuso e profondo tra la popolazione generale malay musulmana.

Le tre province più meridionali fanno parte storicamente di un regno islamico prima di essere state annesse con la forza al vecchio Siam. Agli occhi del movimento separatista lo stato è perciò un invasore.

I militari sottolineano spesso il bisogno di conquistare la popolazione musulmana meridionale. Non li si conquisterà di certo se si sostiene la pulizia etnica dei loro fratelli da parte di uno stato buddista.

Vero che la nostra gerarchia religiosa non è così apertamente islamofobica come quella che vediamo in Birmania, ma non si può negare neanche l’esistenza di una latente animosità contro l’Islam.

Rispetto all’insegnamento buddista, come il clero birmano, il nostro clero è intriso di nazionalismo razzista e di sciovinismo etnico.

Esso ama anche l’accumulazione di ricchezze piuttosto che seguire la vocazione spirituale del monachesimo.

Quando si perde il senso religioso pubblico, i monaci l’attribuisce agli elementi stranieri che vogliono distruggere il buddismo thailandese, l’Islam o il cristianesimo, invece di guardare alla propria confusione.

Il clero costantemente accusa il governo di dare troppo sostegno all’Islam, cosa non vera, mentre spinge senza sosta il governo a fare del buddismo una religione ufficiale di stato con altri privilegi e gratifiche.

L’insorgenza meridionale che spesso prende di mira i monaci ha intensificato l’animosità, ma è una sfiducia reciproca. Quando i monaci fuggono dalla violenza, si ordina ai soldati di risiedere nei templi nel profondo meridione. Sorprende perciò che i musulmani del posto guardino con sospetto ai monaci?

Nel mezzo del nazionalismo razzista dei monaci che tradisce chiaramente il buddismo, è bello sentire quello che il Dalai Lama dice sulla situazione.

Ai buddisti che nutrono odio contro i Rohingya Musulmani dice che “devono ricordare il volto del Buddha. Di certo Buddha proteggerebbe quei fratelli e sorelle musulmani”

Il Dalai Lama ci ricorda quello che è il Buddismo. E’ compassione indiscriminata. E’ una pratica spirituale che trascende tutti gli strati del pregiudizio che siano di razza, di credo o di genere, per comprendere che tutto è uno e lo stesso.

Risuonerà questo messaggio nel clero autocrate thailandese così radicato nello sciovinismo etnico e nel patriarcato?

E’ un clero che è troppo indaffarato a proteggere i suoi privilegi per pensare agli insegnamenti di Buddha. Quando vari rappresentanti di rango dell’Ufficio Nazionale del Buddismo, NOB, e vari monaci furono tirati dentro uno scandalo di corruzione nella gestione dei fondi di mantenimento di un tempio, le indagini del colonnello Pongporn Promsaneh del NOB urtarono moltissimo il clero.

Non solo perché le indagini cercavano di coinvolgere altri templi e altri membri anziani, ma anche perché il colonnello Pongporn pensava di proporre una legge secondo cui i templi avrebbero dovuto dichiarare le proprie proprietà e che ci sarebbe dovuto essere un controllo trasparente per liberare i templi dalla corruzione richiedendo.

Il noto predicatore Phra Theppatipanwatee, a nome degli anziani, esternò la propria rabbia annunciando un piano del clero per sabotare il NOB.

Il governo militare, nonostante la sua campagna contro la corruzione e le promesse di riforme del clero, alla fine ha ceduto alle pressioni del clero ed il colonnello Pongporn è stato cacciato per aver avuto il coraggio di toccare quello che interessa di più al clero, i soldi.

Nel 2015, il comitato della riforma religiosa sotto l’allora Consiglio della Riforma Nazionale fu sciolto in seguito alla protesta dei monaci contro la proposta di legge del comitato sulla trasparenza nelle donazioni al tempio.

Quanto sono grandi gli interessi coinvolti?

Secondo la ricerca di Nada Chunsom del National Institute of Development Administration (Nida), la somma delle donazioni ai templi assommano almeno a 100 miliardi di Baht l’anno (oltre 3 miliardi di euro). I depositi bancari dei templi a livello nazionale ammontano a 300 miliardi di baht, (una decina di miliardi di euro).

La legge attuale dà ai monaci il controllo totale delle proprietà e donazioni. Se si considera che non esiste un sistema appropriato di contabilità, la corruzione abbonda ed è molto probabile che i conti bancari dei templi sono a nome dei monaci.

La lotta dura negli scorsi mesi per tenere nel segreto le donazioni ai templi non ha lasciato tempo chiaramente ai monaci per occuparsi dei ripetuti discorsi di odio sui media sociali di un monaco estremista antimusulmano, Phra Apichart Punnajanto.

Nel 2015 lo stesso capo predicatore del prestigioso tempio Wat Benchamabophit, il Tempio di Marmo, raggiunse i titoli di testa con l’invito ai buddisti a bruciare una moschea per ogni monaco ucciso dall’insorgenza meridionale.

Durante il periodo più cupo della repressione del tempio Dhammakaya, accusò i musulmani di essere i manovratori della repressione per distruggere il buddismo.

“Se finisce la pazienza dei buddisti, preparatevi ad essere colpiti fino a che non resti nulla. Vi daremo allora le stesse condizioni dei Rohingya in Birmania” scrisse sulla sua pagina Facebook.

Noto ammiratore del monaco estremista e capo del movimento antimusulmano birmano, Ashin Wirathu, Phra Apichart ha ripetuto ancora i suoi maligni desideri quando ha mostrato un suo videoclip in cui attacca un’organizzazione di notizie musulmana che aveva scritto dei viaggi organizzati di monaci delle province a Bangkok per sostenere il tempio di Dhammakaya.

“Quando morirete tutti e lascerete questo paese? Vi voglio veder soffrire come i Rohingya, massacrati, decollati, bruciati, dai bambini ai vecchi. Voglio che accada in Thailandia. Davvero” diceva furiosamente nel videoclip che si faceva scherno anche della preghiera musulmana Allah Akbar.

E’ sconcertante. E’ doloroso che il clero non se ne freghi nulla di punire questo uomo di odio per aver incoraggiato l’omicidio, la più peccaminosa delle colpe nel buddismo.

Non sorprenderà che questo videoclip sia stato visto più dai musulmani thailandesi che dai buddisti, accendendo altro risentimento ed odio. Questo è il lato oscuro dei media sociali.

Phra Apichart non è un monaco estremista solitario. Asin Wirathu fu recentemente l’ospite d’onore al tempio Dhammakaya, anche se i sentimenti antimusulmani non sono confinati solo tra i sostenitori del Dhammakaya.

Mentre l’odio cresce da entrambe le parti è inevitabile che la divisione Buddismo Islam si allargherà anche di più mentre l’animosità è destinata a diventare sempre più perniciosa.

Sanitsuda Ekachai  Bangkok Post.