Papa Francesco in Birmania: quello che nasconde la parola Rohingya

La recente visita di Papa Francesco in Birmania ha provocato una tempesta di discussioni per la sua decisione di evitare la parola Rohingya. Alcuni lo accusavano di rafforzare senza volerlo le forze ultranazionaliste che rifiutano di accettare quel termine, mentre altri hanno difeso la chiara omissione del papa, giustificandola come sana diplomazia in un momento delicato.

Osservatore Romano/Handout via Reuters

Alla fine la maggiore autorità della Chiesa Cattolica ha usato la parola Rohingya nella sua visita in Bangladesh, dove oltre 600 mila rifugiati Rohingya si sono rifugiati per scappare alle operazioni di pulitura che l’ONU ha detto che rappresentano un esempio da libro di testo di pulizia etnica.

La controversia sull’uso del termine da parte del papa in Bangladesh, ma non in Birmania, dice tantissimo sulla differenza di come la crisi umanitaria crescente del Rakhine occidentale è vista dentro ed fuori la Birmania.

E il dibattito sull’uso della parola Rohingya crescerà nelle settimane prossime quando inizierà il programma di rimpatrio che riporterà il termine Rohingya al centro.

Il criterio della cittadinanza birmana si basa sul concetto di “razze nazionali”, taingyintha, definito alquanto arbitrariamente come i gruppi etnici che si trovavano in Birmania nel 1823, un anno prima della prima guerra Anglo-birmana quando i britannici occuparono lo stato Arakan, come era nominato prima lo stato Rakhine.

La legge della cittadinanza del 1982 rese fondamentale l’appartenenza ad una delle razze nazionali, sebbene non unicamente come criterio per la cittadinanza completa. Nove anni dopo il governo emise una lista delle 135 razze nazionali ufficiali in cui non vi erano i Rohingya. Lo stato guidato dai militari li cancellò dalla storia nazionale.

Chi appoggia i Rohingya, loro stessi e stranieri, afferma che risiedono nel Rakhine sin dal VIII secolo. I loro detrattori negano fermamente questa lettura della storia definendoli immigranti clandestini che giunsero molto tempo dopo durante l’Impero coloniale britannico dal 1824 al 1948 o anche dopo l’indipendenza nel 1948.

I detrattori dei Rohingya li chiamano Bengalesi per indicare che le loro presunte origini straniere e dicono che essi pongono una minaccia demografica a coloro che si considerano come autentico gruppo etnico indigeno, i buddisti dl Rakhine.

La storia di questo stato è alquanto confusa, di certo, ma forse la verità sta nel mezzo delle due affermazioni. Inoltre la presenza della popolazione Rohingya nel Rakhine non può essere ridotta ad un singolo gruppo.

Piuttosto sono discendenti misti di tre gruppi: chi si trovava nell’Arakan prima che lo stato fosse birmanizzato tra il X e XIV secolo (essi sono forse anche antenati dei Rakhine attuali); schiavi presi dai Re Rakhine e mercenari portoghesi dal Bengala nel XVI scolo e XVII secolo e lavoratori che emigrarono nel periodo coloniale e chi emigrò dal Bangladesh dopo l’indipendenza.

In ogni caso quello che ora è una frontiera ben delineata non lo era prima dell’arrivo degli inglesi che imposero la loro idea di stati nazione omogenei. L’Arakan, prima dell’arrivo degli inglesi, era un’area di frontiera diffusa tra i mondi del Bengala e birmani senza una linea di demarcazione precisa.

In alcune ere storiche varie estese del Arakan erano sotto i regnanti del Bengala; in altre aree del Bengala estese fino a Chittagong erano governate da Re arakanesi.

Sullo stesso termine, il campo degli Anti-Rohingya afferma che il termine sia apparso negli anni 50 come un costrutto politico per avere una regione autonoma nella parte settentrionale dello stato Rakhine o, peggio, per rendere la regione parte di quello che era conosciuto come Pakistan Orientale.

Il campo dei Pro-Rohingya indica lo studio “A Comparative Vocabulary of the Languages Spoken in the Burma Empire” del medico scozzese Francis Buchanan del 1799 come prova che la parola “Rooinga” era usata nell’area ben prima che l’impero britannico consolidasse il proprio dominio.

Nel libro Buchanan afferma: “Il primo dialetto parlato nell’impero birmano derivava dalla lingua della nazione induista che è parlata dai musulmani che da tempo sono residenti nel Arakan e chesi definiscono Rooinga o nativi del Arakan.”

Il problema è che entrambe le narrazioni hanno elementi di verità. Il termine non è un’invenzione senza precedenti, come chiaramente visibili in un documento che precede il periodo coloniale. Ma i dati coloniali non mostrano affatto il termine e sembra che non sia stato usato largamente prima degli anni 50.

La soluzione al puzzle è forse il fatto che il significato di Rooinga nel 1799 non è esattamente quello di Rohingya ora, anche se si riferiva ad alcuni degli antenati dei Rohingya di oggi. Il termine forse deriva dalla parola Rohang che era il nome Bengali dato al Arakan al tempo.

Quindi Rohingya significherebbe Arakanesi. Probabile che la parola Rohingya non fosse largamente usata come etnonimo se non recentemente e che fu fatto per uno scopo politico, come nel caso di ogni etnonimo; le identità etniche sono intrinsecamente politiche.

Si è scritto molto delle origini dei Rohingya come gruppo etnico ma si è pubblicato poco delle origini degli altri gruppi in Birmania, presi per certi come cittadini nazionali. L’identità etnica Rakhine non emerse fino al XIX secolo.

Il problema Rohingya è la loro debolezza politica dentro il paese ed il fatto che come gruppo etnico è emerso troppo tardi.

In ogni caso si assume senza dichiararlo che i gruppi etnici sono entità immutabili, chiuse che sono sempre state quello che sono ora. Ma i gruppi etnici cambiano ed evolvono, come cambia ed evolve anche il concetto di etnicità. Entrambi sono cambiati tantissimo nel tempo nella Birmania diversa etnicamente.

La storia birmana dovrebbe essere vista come una lunga storia in cui gruppi etnici e concetti di etnicità si sono solidificati e politicizzati al punto di occupare il ruolo centrale che giocano oggi.

Antropologi e storici come Edmund Leach, F K Lehman e Victor Lieberman hanno mostrato che le identità etniche erano fluide e sempre cangianti nella Birmania pre-coloniale. Furono gli inglesi ad inscatolare le popolazioni in base alla lingua essenzialmente scoraggiando spesso le interazioni tra loro, creando quindi forti divisioni che prima non esistevano.

Lo sciovinismo etnico Bamar, le insorgenze etno-nazionaliste e le dittature militari nel XX secolo rafforzarono ulteriormente le divisioni, e la transizione democratica lanciata nel 2011 ha discutibilmente esacerbato il problema, mentre le organizzazioni nazionaliste sono state libere di diffondere la loro nozione di nazione birmana e la propaganda anti-musulmana.

Il sociologo Michael Mann ha descritto la nazione moderna come “gabbie” la cui forma dipende dalle cristallizzazioni politiche, istituzionali, economiche ed ideologiche che furono il prodotto fino ad un certo punto casuale di storie complesse ed imprevedibili. La Gabbia Birmana è venuta a formarsi tra le altre cose di sbarre etniche solide.

I capi Rohingya nell’affermare il proprio nome giocano secondo regole sempre più rigide del gioco in Birmania. Non hanno creato loro le regole, ma la tragica ironia è che loro hanno legittimato ed incoraggiato la nozione di razze nazionali che ora ideologicamente è alla base della loro oppressione. E’ comprensibile che, intrappolati nella Gabbia Birmana, sentano che c’è poco altro che possono fare per affermare i loro diritti.

La negazione dello stesso nome che i Rohingya hanno scelto per se stessi è senza dubbio parte della persecuzione che soffrono da decenni. Di converso tale persecuzione li ha spinti ad asserire con ancor più vigore la loro identità ed il termine stesso.

E’ innegabile il loro diritto all’autodeterminazione, ma tra i Pro Rohingya c’è un certo feticismo di tali diritti. Ed il problema alla radice non è tanto la negazione della loro identità Rohingya quanto la prevalenza delle razze nazionali e del comunalismo della gabbia birmana.

E’ probabile che molti Rohingya nel Rakhine, se non proprio la maggioranza, rinuncerebbero al termine se aprisse una strada per riprendersi i diritti in Birmania. Molti hanno provato a farlo quando hanno offerto loro la possibilità. Nel 2014 il governo lanciò un programma pilota di verificazione della cittadinanza nella città di Myebon del Rakhine centrale.

In linea con la legge della cittadinanza del 1982, sarebbe loro data la cittadinanza se provassero che tre generazioni dei loro antenati sono vissuti nel Rakhine, processo estremamente difficile nelle aree remote dove c’erano molte persone senza documenti da decenni, mentre altri sono stati privati dei loro dalle autorità quando divennero apolidi nei primi anni 90.

Anche se avessero potuto provare la presenza degli antenati, avrebbero dovuto essere definiti Bengalesi, non Rohingya, sulle loro tessere di identità. Tutti i Rohingya di Myebon sono confinati in un campo dalle violenze del 2012 e la maggioranza partecipò al programma.

Solo 97 dei 3000 ottennero la cittadinanza secondo i termini di quel programma. Ma chi ottenne la cittadinanza presto scoprì che la loro situazione restava la stessa. Rimanevano ancora confinati nel campo e non potevano andare neanche all’ospedale.

Cittadinanza per loro giungeva senza diritti che naturalmente speravano di avere.

Una donna che ricevette la cittadinanza disse che suo padre era stato un poliziotto rispettato in città e che la sua famiglia aveva goduto di buone relazioni con musulmani e buddisti.

Nei quattro anni in cui era confinata nel campo non era mai riuscita ad accettare il fatto che tutto quello non contava nulla più.

Anadolu Agency via AFP/ Zakir Hossain Chowdhury

La storia di quella donna è stata cancellata dalla comunità Rahkine come si cancella ora la storia dei musulmani nello stato Rakhine dal paese con un esodo di massa attraverso la frontiera dl Bangladesh.

La tragedia dei Rohingya, che Papa Francesco in Birmania è parso pubblicamente trascurare, non è tanto la negazione della loro storia collettiva quanto la cancellazione di tali storie vissute personali.

Carlos S. Galache, Asiatimes.com