La megalopoli indonesiana Giacarta a rischio di sprofondare nel 2030

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Un recente rapporto idrogeologico indica che la megalopoli indonesiana Giacarta è a rischio di sprofondare, sommersa dall’acqua del mare, per il 2030.

Lo sostiene in un’intervista all’agenzia turca Anadolu Agency Firdaus Ali, idrologo dell’università dell’Indonesia, il quale adduce due grandi cause, comuni per altro anche ad altre regioni del sudestasiatico e del mondo.

La prima causa è il fenomeno del cambiamento climatico che porta il Mare di Giava, su cui si affaccia Giacarta, a salire. D’altro canto lo sfruttamento enorme delle risorse degli acquiferi e il massiccio sviluppo di grattacieli fanno sprofondare Giacarta.

La soluzione potrebbe essere secondo l’idrologo la costruzione di una barriera in mare.

“Se non si costruirà al più presto una barriera in mare, Giacarta sarà totalmente sotto l’acqua” dice Firdaus che aggiunge che la città sprofonda da 5 a 12 centimetri l’anno.

Negli ultimi anni le aree costiere sono sprofondate fino a 32 centimetri, mentre il 40% della megalopoli si trova al di sotto del livello del mare, per lo più a Giacarta Nord, dove vivono 10 milioni di persone che ogni anno finiscono sotto l’acqua per le piogge intense.

La conseguenza immediata è il continuo allagamento di intere parti della città durante la stagione delle piogge per interi giorni.

“La barriera in mare agisce come una fortezza contro il mare che sale e può trattenere il processo di sprofondamento”

A marzo iniziò la costruzione di un muro a Muara Baru, Giacarta Nord, ma ci furono problemi con la rottura di una diga che fece allagare i quartieri circostanti lungo la costa.

Secondo Ridwan Djamaluddin, del ministero degli affari marittimi, lo sprofondamento è spinto sia dall’aspirazione enorme di acque di falda che dal compattamento di rocce naturali.

Sia le industrie che le imprese di costruzioni sarebbero i maggiori responsabili di costruzione selvaggia di nuovi pozzi.

Un’altra fondamentale ragione è che Giacarta non fornisce abbastanza acqua potabile attraverso i suoi acquedotti e quindi anche nei poveri quartieri di Giacarta Nord la gente provvede da sola a trovarsi l’acqua, contribuendo così allo sprofondamento. Secondo dati dell’ONU del 2006 il 70% della popolazione sopravvive su questi pozzi selvaggi.

Il progetto della Barriera in Mare è di 4.5 chilometri diviso in due punti a Nord Giacarta. Muara Baru avrà una barriera da 2.3 chilometri, mentre altri 2.2 saranno costruiti a Kalibaru. Finora sono stati costruiti solo 2.6 chilometri.

In realtà questa barriera fa parte di un progetto da 40 miliardi di dollari, ben più vasto, legato a tanti interessi economici con effetti non sempre bene verificati sull’ecosistema del mare e sulla vita delle popolazioni di pescatori della costa.

Questo vasto progetto nella megalopoli indonesiana Giacarta ha preso il nome Grande Garuda perché assomiglia alla forma dell’uccello mitologico indonesiano.

In questo progetto, per il momento sospeso per corruzione, la barriera in mare sarà di 24 chilometri con la costruzione di 17 isole artificiali attorno alla costa nord di Giacarta. Il nome vero è National Capital Integrated Coastal Development Master Plan ed è sostenuto da Indonesia, Olanda e Corea del Sud.

Le vicende politiche e di corruzione a Giacarta fanno ritardare questo progetto che comunque ha già attirato molte critiche. Scrive eco-business.com

“Gli esperti dicono che il progetto causerà un danno irreversibile all’ecosistema marino della Baia di Giacarta, mentre darà benefici a pochi ricchi.

Muhamad Karim, direttore del Centro Per lo sviluppo oceanico e la civiltà Marittima (COMMIT), sostiene che il progetto si prende i terreni dei più poveri a Giacarta e minaccia il sostentamento dei pescatori di Giacarta.

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Secondo Karim, distruggerà un’economia locale da 376 milioni di dollari ed i benefici prodotti dall’ecosistema della Baia di Giacarta.

Se continua l’opera di reclamo dei suoli, si perderanno 150 milioni di dollari dai letti di alghe danneggiati, altri 150 dalla barriera corallina distrutta ed il resto dalle mangrovie distrutte. Questa è una vicenda seria non solo per l’ambiente ma anche per l’economia perché riguarda 24 mila pescatori tradizionali.”