Ko Wa Lone e Ko Kyaw Soe sotto processo a Yangoon

Ko Wa Lone e Ko Kyaw Soe, i due giornalisti birmani della Reuters arrestati secondo la legge coloniale del segreto, sono sotto processo a Yangoon e rischiano 14 anni di carcere.

Furono arrestati il 12 dicembre in circostanze strane dopo aver incontrato due poliziotti a cena.

Essi sono gli autori di un articolo che documenta il massacro in un villaggio Rohingya di dieci cittadini Rohingya, dopo la vasta e crudele repressione del Tatmadaw contro la popolazione Rohingya.

Gli arresti hanno acceso la protesta di molti diplomatici americani, inglesi, canadesi e dell’ONU anche per le modalità dell’arresto che fanno pensare ad una trappola tesa ai due giornalisti. L’ambasciata USA a Yangoon, città importante birmana ed ex capitale, ha detto che l’arresto dei due giornalisti birmani è “molto irregolare”.

In un rapporto di polizia pubblicato sui media il 13 dicembre si diceva che la notte del 12 dicembre una pattuglia del colonnello Zaw Naing di ronda ad un angolo della cittadina di Mingaladon ferma i due giornalisti per un controllo. I documenti trovati sui due includevano informazioni su una unità di polizia a Maungdaw nel Rakhine ed un rapporto sullo stato dei villaggi musulmani dopo la repressione seguita all’attacco del ARSA, Arakan Rohingya Salvation Army il 25 agosto 2017.

I giornalisti furono così arrestati per “aver acquisito documenti illegalmente con l’intenzione di diffonderli ai media esteri”

Questi documenti sarebbero stati dati loro da due poliziotti tornati dal Rakhine, e questi due sarebbero stati arrestati. Sebbene ci siano i nomi dei due poliziotti non ci sono le foto dei presunti poliziotti coinvolti.

La versione della Reuters è alquanto diversa. I due giornalisti birmani furono invitati dalla polizia di Mingalong e l’idea della cena in un ristorante di Mingaladon era dei poliziotti. I due gornalisti sarebbero andati con una auto della Reuters ed autista. I due poliziotti sarebbero andati con le loro moto. Una volta giunti al ristorante l’autista attendeva i due giornalisti in un caffè lì vicino per riportarli a casa. L’autista dopo aver atteso invano l’arrivo dei due giornalisti mise in allarme la Reuters che denuncia la scomparsa dei due alla stazione di polizia di Mingalong.

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I due giornalisti furono arrestati, secondo quanto raccontano le famiglie dei due, all’uscita del ristorante, come conferma il colonnello della polizia stesso.

Le differenze tra le testimonianze della polizia fanno sospettare che si sia trattato di una trappola ben tesa, metodica che non è rara nelle forze di polizia birmane che di scrupoli se ne fa ben pochi, come sostiene Frontier Myanmar.

Altro particolare inquietante è che la polizia, un’ora dopo l’arresto, cerca il permesso dell’Ufficio del Presidente Htin Kyaw per accusare i due giornalisti della Reuters secondo la legge del segreto risalente al periodo coloniale britannico, come ha detto l’avvocato della difesa riguardo la deposizione del colonnello Yu Naing.

L’autorizzazione è stata rapida e risale al giorno seguente, 13 dicembre, quando di solito richiedono una settimana.

Ma a credere che sia stata tesa loro una trappola è anche qualche membro importante dello stesso partito di Aung San Suu Kyi. Speriamo che si possa invertire prima o poi la tendenza negativa n Birmania.

Frontier Myanmar pubblica anche qualcosa sul rapporto della Reuters a firma di Ko Wa Lone e Ko Kyaw Soe su un massacro accaduto a Inn Din, villaggio del Nord Rakhine, per mano dei militari e di cittadini buddisti il due settembre dello scorso anno.

Le immagini dei dieci Rohingya uccisi sono stati forniti da un capo villaggio buddista, secondo la Reuters che ha detto come la ricostruzione del massacro si è avuta in base alle interviste con abitanti buddisti che hanno ammesso di aver bruciato i villaggi Rohingya, di averne seppellito i corpi dei musulmani uccisi.

Il villaggio di Inn Din è quello dove le forze armate birmane avevano ammesso che erano stati massacrati dieci Rohingya che sarebbero stati tra duecento Rohingya che avevano attaccato il villaggio.

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In quell’occasione la Reuters contestò la versione dei militari in base alle interviste fatte a cittadini buddisti e Rohngya testimoni degli eventi.

“Gli abitanti buddisti di questo villaggio hanno detto per l’articolo che non c’è stato alcun attacco di un grande numero di insorti contro le forze di sicurezza a Inn Din” disse la Reuters di quel massacro in cui furono massacrati pescatori, negozianti, un imam e due giovani studenti di scuola superiore.

Secondo il rapporto della Reuters un assistente medico della clinica del villaggio di appena venti anni aveva detto di aver preso parte a vari attacchi contro villaggi musulmani.

“Le case musulmane erano facili da bruciare perché i loro tetti sono di paglia. Devi accendere solo il bordo del tetto”

Sarebbero stati una dozzina di abitanti a raccontare come siano stati i militari e paramilitari ad organizzare i residenti di Inn Din ed altri due villaggi ad incendiare le case dei musulmani.

Mentre il portavoce governativo Zaw Htay ha detto, in questo caso unico, che saranno fatte indagini precise e che non si nega che ci siano state violazioni di diritti umani.

“Non neghiamo del tutto” ma vogliono “prove forti ed affidabili di abusi” su cui il governo deve indagare e verificare sui colpevoli.

“La comunità internazionale deve capire chi ha fatto il primo attacco terroristico. Se quel gener di attacco fosse stato fatto in Europa, negli USA, a Londra, Washington o New York cosa avrebbero detto i media?” ha detto Zaw Htay.

Benché cominci a rompersi la cortina di ferro, dopo l’ammissione della Tatmadaw di quanto successo a Inn Din, resta ancora l’idea che la repressione crudele del Tatmadaw con il conseguente esodo di 700 mila Rohingya sia stata una risposta ad un attacco terroristico.

Il rischio ancora vivo è di creare nei campi Rohingya in Bangladesh l’area di reclutamento di ben diversi terrorismi che per crudeltà non sono da meno del Tatmadaw birmano.