Con l’ ascesa di Duterte le Filippine sono entrate in una terra di nessuno

In quello che potrebbe essere l’inizio del processo del secolo, la Corte Penale Internazionale ha iniziato un’indagine preliminare degli omicidi extragiudiziali nelle Filippine.

L’obiettivo più importante è senza dubbio il presidente Duterte che ha presieduto una campagna contro i presunti commercianti della droga sin dalla sua ascesa al potere nel 2016. Quasi nel giro di una notte il paese si è trasformato da “bastione dei diritti umani e della democrazia” a potenziale ultimo membro di un gruppo esclusivo di nazioni che hanno visto i propri capi politici incriminati per crimini contro l’umanità.

ascesa di Duterte

In risposta Duterte ha indetto il ritiro del proprio paese dal corpo internazionale che farebbe proprio delle Filippine la seconda nazione dopo il Burundi ad uscirsene dalla Corte Penale Internazionale.

Non si può comprendere in modo isolato l’ascesa di Duterte, con la sua sconcertante popolarità ed il curioso miscuglio di eccessi retorici e ambiguità politica.

Deve essere posta all’interno di un contesto più vasto di come prende piede il populismo in nazioni che si modernizzano rapidamente come le Filippine, perché Duterte è innanzitutto, un populista. Egi usa, citando un ricercatore politico, uno “stile politico fatto di attrazione per la gente contro la elite, di maniere brusche e la performance di crisi, di rotture o di minacce”.

Lezioni dalla storia

Riflettendo sulla trasformazione del suo paese agli inizi del XX secolo, Antonio Gramsci lamentava di come “Il vecchio ordine muore e il nuovo non nasce” mettendo in guardia che “in questo interregno cominciano ad apparire una grande varietà di sintomi morbosi”.

Nel discredito della borghesia liberale socialisti italiani e fascisti lottarono per l’anima della nazione per tutta la prima metà del secolo. Come Gramsci osservò nella sua terra “si sono messe in luce contraddizioni strutturali incurabili … e che nonostante questo le forze politiche lottano per conservare e difendere la struttura esistente”

Il risultato fu uno stallo politico che aprì la strada alla nascita alla perversione peggiore del populismo: il fascismo. Quasi esattamente un secolo dopo, la descrizione di Gramsci del proprio paese assomiglia pericolosamente allo spirito del tempo di molte democrazie emergenti (e mature) incerte negli anni iniziali del XXI secolo.

Gli ultimi anni hanno visto un ripetersi di sconfitte della elite liberale in tutto il mondo, mentre populisti e uomini forti cacciano dal potere le forze costituite a favore di un nuovo tipo di politiche che sembrano familiari e nuove. Aleggia per il mondo democratico quella democrazia illiberale profetizzata dallo studioso americano Fareed Zakaria, mentre un processo distinto di quello che definirei “autoritarizzazione” mette in dubbio la durabilità dei valori democratici in una nazione dopo l’altra.

Affaticamento della democrazia

Questo è particolarmente vero tra i membri di quello che chiamò il politologo americano Samuel Huntington “terza ondata democratica” che ha percorso il mondo in via di sviluppo e post sovietico negli scorsi quarant’anni. Quello a cui assistiamo oggi è l’emergere di regimi ibridi che combinano elementi di democrazia elettorale con governi autocratici.

Spesso la responsabilità dietro il decadimento della democrazia e la mutazione degenerativa è l’assenza di istituzioni dello stato che funzionino che abbiano la capacità di disciplinare elite rapaci, di applicare leggi ed isolare la burocrazia dall’influenza non dovuta di gruppi di interesse.

Di conseguenza, iniziamo a vivere un fenomeno pericoloso, un affaticamento della democrazia, mentre una fetta crescente di cittadini anche nelle società sviluppate si trova a proprio ago con la nozione di governo militare o di un sopravvento totale autocratico.

Lo spirito del decadimento democratico e l’affaticamento della democrazia, cioè la crescente insoddisfazione pubblica delle solite pratiche dell’elite politica democratica, sono più acutamente presenti tra le più vecchie democrazia asiatiche, come le Filippine. Al cuore di questa grande trasformazione sta Rodrigo Duterte, lo sboccato sindaco diventato presidente che ha trasformato da solo la traiettoria politica nazionale ed estera filippina in un modo mai fatto dai suoi predecessori.

La nascita di populisti come Duterte è parte di un arco del populismo che ha inondato le maggiori democrazie dei paesi emergenti, dove a differenza dell’Occidente, non sono al centro il declino economico e l’immigrazione.

Il fascino dei populisti e degli uomini forti in questi paesi sta nella loro inquietante abilità di far ricorso alla frustrazione generale, particolarmente tra le classe medie, sull’inefficienza delle istituzioni di stato per accomodare nuove voci e dare beni e servizi fondamentali.

La divisione crescente tra attese sociali che crescono esponenzialmente e la capacità dello stato di avanzare dà la perfetta differenza perché i populisti prendano il potere con una promessa di salvezza estemporanea. L’estremo agnello sacrificale comunque è l’ordine costituzionale liberale tra le democrazie giovani. Lo abbiamo visto dovunque dall’India di Narendra Modi alla Turchia di Erdogan all’Indonesia col candidato popolare Subianto.

Stilisticamente come un presidente e sostanzialmente come ex sindaco di Davao, Duterte è un capo macho concreto che non apprezza molto i controlli istituzionali. Eppure il suo tentativo di replicare il modello Davao a scala nazionale è stato tutt’altro che di successo ed è pieno di rischi di conseguenze impreviste per la sua amministrazione e il benessere delle Filippine.

La sua campagna distintiva della guerra alla droga, persino per propria ammissione, non ha raggiunto i suoi obiettivi mentre ha acceso contraccolpi nazionali ed internazionali.

Il paese del sudestasiatico come l’Italia di Gramsci si trova in un interregno, che lotta per ancorarsi tra il populismo dell’uomo forte, la nostalgia autocratica e la resistenza democratica, senza alcuna chiara soluzione all’orizzonte.

Le Filippine sono entrate in una terra di nessuno.

Richard Heydarian, WP