Intolleranza islamica e Islam radicale, strumento di politica elettorale in Indonesia

Secondo l’ente di ricerca indonesiano Alvara, uno studente indonesiano su cinque approva la costituzione di un califfato islamico, mentre uno su tre non approva che un non musulmano governi sui musulmani.

La ricerca intrapresa dal Setara Institute indica che Giacarta è ora la città meno tollerante religiosamente nel paese.

Si attribuisce spesso l’intolleranza alla questione della razza e alla tensione religiosa che ha caratterizzato l’elezione di governatore lo scorso aprile a Giacarta, che vide il governatore in carica di origini cinesi Ahok perdere contro Anies Baswedan. I sostenitori di Anies avevano preso di mira l’essere cristiano di Ahok il quale aveva affermato che il Corano proibiva ai musulmani di essere governati da un non musulmano. Fu creata un’accusa di blasfemia contro Ahok che poi lo potò alla sua incarcerazione.

Baswedan, che diede poche dichiarazioni di politica di nota se non che era un musulmano sunnita, vinse con il 60% dei voti. L’elezione fu seguita da vicino dalle bombe suicide ispirati all’ISIS il 25 maggio che uccise tre poliziotti.

Molti osservatori indonesiani considerano i due eventi legati. La crescente persecuzione delle minoranze e la crescita di attacchi terroristici sono caratterizzati come un riflesso di un radicalismo crescente; l’Indonesia un tempo lodata come il faro dell’ Islam moderato potrebbe seguire la strada del Califfato Islamico. La sollevazione di Marawi dell’ISIS è visto come un presagio delle cose che potrebbero accadere in Indonesia.

La realtà è più complessa. Con una tendenza iniziata sotto l’allora prima presidenza di Susilo Bambang Yudhoyono, filoni intolleranti dell’Islam sunnita sono stati sempre più usati come strumento di politica elettorale. I politici appartenenti alle aree a maggioranza musulmana sunnita dell’arcipelago fatto campagna sulla pietà islamica, e fatto approvare molti regolamenti e leggi locali ispirati alla Sharia, in gran parte contraddicendo la costituzione indonesiana e l’identità laica.

Questa radicalizzazione si è unita alle richieste di un ritorno dell’Indonesia alla costituzione proposta del 1945 che applicherebbe la Sharia ai musulmani. Per tutta la seconda presidenza di Yudhoyono furono chiuse le chiese nelle aree musulmane di Giacarta mentre nei programmi scolastici la scienza ha lasciato il posto alla religione.

Queste tendenze locali si sono approfondite insieme ad altre preoccupanti: le bombe gemelle ad hotel di Giacarta nel 2009 che uccisero nove persone. Ad Aceh nel 2010 fu scoperto un campo ispirato ad Al Qaeda dopo vari attacchi falliti contro stranieri. Si scoprirono progetti dinamitardi a Sumbawa; un’insorgenza islamica covava nelle Sulawesi centrali, e a Giava cellule di giovani radicali prendevano di mira la polizia con azioni più simili alle azioni di bande che al Jihad. Gli indonesiani si sono uniti al Califfato Islamico in Siria mentre alcuni sono tornati a fare attentati a Giacarta nel gennaio 2016 con la morte di due civili.

Ma mentre aspetti dell’Islam Sunnita sono sempre più persecutori in Indonesia, il legame tra questa intolleranza il nichilismo religioso brutale del Califfato Islamico è per ora tenue. Mentre molti giovani radicali che cominciarono perseguitando gli Ahmadiyah sono andati in Siria o ad uccidere la polizia, la maggioranza no.

Questa intolleranza disaccoppiata dal millenarismo riflette di come si usa l’Islam nella politica indonesiana; il Yaumul Qiyamah, la fine dei giorni, non è ripresa dai politici o dai loro imam alleati.

Denunciano i politici rivali, muovono voti ed assicurano la fedeltà della comunità locale predicando la vigilanza contro l’immoralità e la falsa crescita di altre religioni. Tale approccio serve a far eleggere politici seconda la loro abilità a recitare passi del Corano piuttosto che le loro piattaforme politiche non religiose di riforma.

Islam è la risposta a tutto specialmente se non si hanno altre risposte. Le minacce alle imprese e agli investimenti sono predatorie non estremistiche. Una recente sentenza della corte costituzionale secondo cui il ministro degli interni non ha diritto a sciogliere i nuovi regolamenti locali in modo unilaterale di sicuro accrescerà la ricerca di rendita da parte dei politici locali con maggiore instabilità per altri attacchi.

Il futuro dell’Islam nelle aree a maggioranza sunnita in Indonesia non è il califfato Islamico. Aceh sulla parte più settentrionale di Sumatra è un probabile scenario. E’ la sola provincia dove molti aspetti della Sharia, ma non tutti, sono legge, e si applicano a musulmani e non musulmani. L’agenzia che applica la Sharia, Wilayatul Hizbah, entra in case e ristoranti, alla ricerca di alcol, uomini non sposati e donne in prossimità sospetta ed i poveri, ed i suoi membri hanno commesso stupri multipli. L’atmosfera rigida della pietà obbligatoria ad Aceh incoraggia il vigilantismo; folle vanno in giro nei quartieri picchiando chi viola le leggi e consegnandoli alle corti islamiche per la fustigazione mentre i giornali locali esaltano l’intero processo.

Tutto questo serve ad integrare i cittadini comuni in quello che sono le reti di sorveglianza religiosa. E’ questa atmosfera che molti politici lontani da Aceh cercano di emulare. Poiché questa oppressione è definita islamica, molti dei musulmani sunniti hanno paura di votare in modo differente.

Mentre Aceh è il futuro possibile piuttosto che Raqqa, l’ultima è una possibilità da non escludere in altre parti dell’arcipelago. La trasformazione in un arma politica dell’Islam sunnita porta ad una corsa alle armi ecclesiastiche tra vari avversari che aprono di più la porta alla cospirazione, alla persecuzione al percorso millenario verso il paradiso. Ne potrebbero soffrire nel medio termine le minoranze religiose e laiche, mentre un più vasto elettorato sunnita che si sente obbligato a votare per la pietà islamica ed un’opaca cultura della corruzione contro il buon governo.

I radicali continueranno la loro bizzarra guerra di bande contro la polizia; probabilmente cresceranno attacchi come bombe suicide. Alcuni jihadisti sopravviveranno al collasso dello Califfato Islamico e torneranno a casa con l’abilità e l’esperienza per condurre attacchi complessi di vasta scala. Le unità di polizie antiterroristiche del Densus 88 ne uccideranno prima o poila maggioranza come hanno fatto con Noordin Top e la generazione precedente di Jemmah Islamiyah che fecero gli attacchi del 2002 e 2005 a Bali.

Ma questi terroristi sono generalmente separati da un fondamentalismo prevalente i cui partecipanti tirano una linea di confine tra se stessi e le bombe suicide. I ciarlatani indonesiani di questa contraddizione l’hanno ereditata dall’Islam Whabita che fu proclamato nello spettro politico indonesiano sunnita come un modello di tolleranza durante la visit di Re Salman in Indonesia a maggio 2017.

Il 20% degli studenti che sostengono un califfato è cosa preoccupante, specialmente chi sostiene il jihad per raggiungerlo. Queste indagine sono state fatte nelle scuole elitarie; non si può fare a meno di paragonare queste attitudini alle credenze che portò giovani dell’elite delle ricche famiglie del Bangladesh a commettere gli attacchi del luglio 2016 contro il ristorante di Dhaka, dove morirono 22 ostaggi e due poliziotti.

Nel frattempo nell’oriente cristiano dell’Indonesia, i cristiani si domandano qual’è la loro posizione in un paese che appare sempre più Islamico. La svolta contro il laicismo nell’occidente del paese può servire a rafforzare i deboli movimenti separatisti nella parte orientale, e potrebbe condurre a conflitti violenti settari lungo la linea di faglia nelle Sulawesi Centrali, Maluku e Maluku Utara, dove la violenza settaria fiorì per anni dopo la caduta di Suharto.

Anche Papua è pronta a tali conflitti; l’incendio del 2015 di una moschea a Tolikara portò al grido di raggiungere verso l’area per difendere i loro correligionari presenti lì.

In questi posti le milizie estremiste, sia musulmane che cristiane, possono crescere velocemente in un suolo fertilizzato prima dalla retorica e poi dal sangue.

Bobby Anderson, The Lowy Institute