Un anno dall’esodo Rohingya: il rischio della radicalizzazione della diaspora

E’ passato un anno da quando iniziò l’esodo di almeno 720 mila Rohingya dalla Birmania per salvarsi la vita verso un relativa sicurezza in Bangladesh.

Si è scritto molto su questo anniversario di un esodo senza precedenti, molto sulle cause del conflitto con indagini molto buone di Fortify Rights che a luglio scorso chiariva che c’era un piano premeditato dei militari birmani.

Questa settimana una commissione investigativa indipendente dell’ONU ha emesso il suo rapporto in cui ha scoperto l’intento genocida e ha chiesto che i generali birmani siano portati davanti alla Corte Penale Internazionale.

Secondo le stime precauzionali della commissione sono stati uccisi almeno 10 mila Rohingya nelle cosiddette operazioni di pulizia nello stato Rakhine.

Si è scritto di più sulla colpa morale del premio nobel Aung San Suu Kyi per non essere riuscita a fermare la violenza e per aver assolto la pulizia etnica dei militari.

Ancora di più si è scritto sulla immensa sofferenza umana di oltre un milione di rifugiati che vivono nello squallore nei campi di internamento nella morsa del monsone.

Tuttavia manca una qualunque analisi di quello che ha fatto il gruppo insorgente conosciuto come Esercito di solidarietà Rohingya dell’Arakan, ARSA, da quell’attacco scriteriato del 25 agosto 2017 che creò il casus belli per il genocidio.

ARSA ha più volte riaffermato di avere il diritto legittimo all’autodifesa secondo la legge internazionale, e che ha semplicemente provato a proteggere la popolazione Rohingya, a spingere il governo birmano a dare la cittadinanza alla popolazione oltre ai diritti legali completi e alle protezioni. Ha negato legami col terrorismo o di avere un progetto secessionista.

ARSA ha mostrato assolutamente nessuna coscienza della sofferenza che ha causato.

Cosa pensavano i militanti ARSA nell’attaccare la guardia di frontiera ed i posti di sicurezza nel tentativo di catturare le armi?

Avevano già fatto infuriare il comando militare quando uccisero sei poliziotti in un tentativo simile ad ottobre 2016. I militari iniziarono a spostare nella regione truppe abituate alla guerra e equipaggiamento, mentre addestravano gruppi paramilitari civili.

ARSA ha provocato con intenzione un’organizzazione militare con alle spalle 70 anni di tattiche da terra bruciata, in guerra costante con insorgenze di minoranze secessioniste. Il Tatmadaw non ha mai usato una dottrina di controinsorgenza centrata sulle popolazioni che vuole portare le popolazioni dalla propria parte con il buon governo e lo sviluppo.

La commissione dell’ONU trovò la risposta militare “estremamente spropositata rispetto alle minacce della sicurezza”.

Questo non ha avuto influenza sulla popolazione Rohingya che è fatta di contadini poveri, che vivono nella paura dopo ondate di pogrom e attacchi settari. Quasi tutti videro una lotta armata come un rischio enorme.

Ma questa è la profezia che si autoadempie dei gruppi estremisti che si vedono come avanguardie delle loro popolazioni.

Per ricordare l’anniversario ARSA ha emesso un comunicato che condanna “il genocida regime militare” ed ha riaffermato il diritto alla autodifesa dei Rohingya:

“Continueremo la nostra lotta per l’esistenza dei nostri diritti e vivere nelle nostre terre ancestrali e cercare giustizia per le vittime del genocidio commesso dal governo terrorista birmano e i suoi militari genocidi”

Costruire sulla sofferenza umana

Sin da quando i Rohingya sono stati cacciati in Bangladesh ARSA ha fatto nulla per proteggere gli interessi della sua gente. A settembre 2017 ARSA annunciò un cessate il fuoco umanitario di un mese, ma i ribelli non ebbero alcuna capacità di riprendere la lotta.

Il Tatmadaw ha fortificato la frontiera con muri, campi minati e pattuglie armate per impedire l’infiltrazione dell’ARSA. C’è stata pochissima insorgenza contro il regime.

A gennaio 2018 una loro imboscata ferì sei soldati nel Rakhine settentrionale. Fu la prima azione da agosto e non ha avuto seguito.

La prima preoccupazione è stata di consolidare il propri potere nei campi. Ci sono stati omicidi di 21 capi comunità, molti dei quali aperti oppositori dell’ARSA che l’hanno accusata delle soffernze della comunità.

I militanti antiARSA hanno affermato che ad aprile 2018 avevano consegnato 15 militanti ARSA al Bangladesh, cosa che ha portato alle rappresaglie.

L’ARSA, dopo aver eliminato o messo il silenzio all’opposizione, si è dedicata all’indottrinamento e al reclutamento. Mentre può sembrare assurdo unirsi all’ARSA sperando di costringere il Tatmadaw a fare concessioni, nel contesto del maggior capo profughi al mondo, dove esistono la violenza sessuale e le altre minacce, appartenere ad un gruppo militante è una scelta razionale: dà protezione e risorse in più.

Sembra improbabile che potrà prendere piede un’insorgenza armata. Il Bangladesh ha tutti gli incentivi a reprimere la militanza nella speranza di poter negoziare il ritorno dei Rohingya. Le autorità del Bangladesh hanno provato a contrastare l’acquisto di armi ed hanno arrestato capi ARSA per essersi organizzati nei campi.

ARSA ha obiettato al ritorno dei rifugiati. Un accordo di ritorno volontario è stato fatto tra i due paesi a novembre 2017. Per ora sono pochi i rifugiati che vogliono tornare senza protezione legale. ARSA sembra volersi adattare alla lunga durata a costruire sulla sofferenza umana.
Se si eccettuano dei comunicati il comando del ARSA sembra essere entrato nella clandestinità anche rispetto ai brevi video e dichiarazioni audio del passato.

ARSA ed il Terrorismo

La giustificazione del Tatmadaw è sempre stata la lotta al terrorismo. Senza uno straccio di prova hanno collegato direttamente Harakah al-Yaqin (HaY), il vecchio nome dell’ARSA, al terrorismo internazionale affermando che ARSA cerca di stabilire uno stato islamico. Il governo birmano ha dichiarato l’ARSA un’organizzazione terroristica ad ottobre 2017.

Le preoccupazioni birmane si rafforzarono con la dichiarazione di Al Qaeda del settembre 2017 a difesa dei Rohingya, seguita a breve da appelli simili da media dello stato islamico. Nessuno di questi gruppi a fatto nulla a sostegno dei Rohingya.

In un discorso recente a Singapore, Suu Kyi ha scimmiottato il Tatmadaw sostenendo che aver preso di mira ARSA ha reso più sicura la regione dalla minaccia del terrorismo.

“Il pericolo delle attività terroristiche, che fu la causa iniziale degli eventi che hanno portato alla crisi umanitaria nel Rakhine resta tuttoggi reale e presente. Se non si affronta questa sfida della sicurezza resterà il rischio della violenza settaria. E’ una minaccia che potrebbe avere gravi conseguenze non solo per la Birmania ma anche per altri paesi nella regione ed oltre” ha detto Aung San Suu Kyi.

L’ironia è che mentre si protrae il conflitto, la gente sembra più propensa ad intraprendere strade più disperate. Il capo dell’antiterrorismo malese ha posto questa preoccupazione.

“C’è sempre una possibilità che queste popolazioni Rohingya verranno a contatto con l’ideologia jihadista salafita, che alcuni saranno reclutati e rimandati nello stato Rakhine a fare questa cosiddetta guerra dello Jihad.” ha detto Ayob Khan Mydin Pitchay in un simposio internazionale a Kuala Lumpur.

Il pericolo di una diaspora radicalizzata.

ARSA ha negato sempre i legami col terrorismo. Nella dichiarazione di luglio scorso, ha riaffermato che non ha legami con Al Qaeda, al Califfato Islamico o a Lashkar-e-Taiba (LeT). ”

“Non accettiamo il coinvolgimento di questi gruppi nel conflitto dell’Arakan”.

Il gruppo insorgente ha detto che voleva che gli stati intercettassero i militanti che andavano ad unirsi all’ARSA e che voleva cooperassero con gli stati contro il terrorismo.

Mentre c’è una minaccia di una radicalizzazione dei Rohingya nei campi, la maggiore minaccia viene dalla radicalizzazione della diaspora.

La Malesia che ha accettato centomila Rohingya è molto conscia della minaccia. Ha arrestato sia malesi che cittadini di terze parti che volevano andare a combattere nel Rakhine.

Ma se ARSA e governo birmano non si calmeranno, i più fortunati sembrano gli estremisti. La cosa non depone bene per la sicurezza regionale e anche peggio per i Rohingya.

Zachary Abuza, Benarnews