Tre grandi punti del BRN per un colloquio di pace nel meridione thailandese

Mentre i capi di stato malese e thailandese si preparano all’incontro a Bangkok per ravvivare il processo di pace fermo nelle province thailandesi della frontiera meridionale scosse dalla violenza, i ribelli malay musulmani si sono mossi per affermare la propria posizione su cosa possa aiutare e cosa no la risoluzione del conflitto separatista, che va avanti da 15 anni con oltre 7000 morti e che pone minacce continue di innescare una radicalizzazione jihadista.

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Photo: Anthony Davis

I portavoce del noto Fronte Rivoluzionario Nazionale Malay Patani, BRN, poco avvezzo a rilasciare dichiarazioni pubbliche, in un’intervista ad Atimes, hanno provato a lanciare un tono di riconciliazione sottolineando la propria flessibilità e prontezza per negoziati “sinceri ed autentici” con Bangkok.

Ma il portavoce ufficiale del partito, Abdul Karim Khalid, già apparso in precedenti dichiarazioni su Youtube, ha anche detto che ogni tentativo di riprendere un processo di pace senza considerazione per le proposte del BRN implica che “non ci sarà né pace né sicurezza” nelle province di confine.

L’intervista, che giunge prima del summit del 24 ottobre tra il Primo ministro thailandese Ppayuth e la controparte malese Mahathir Mohammad, è stata fatta per ricordare ad entrambi la centralità del BRN nel conflitto: sin da quando scoppiò la violenza nel 2004, il movimento è sempre stata la forza predominante nelle province a maggioranza musulmana di Pattani, Yala e Narathiwat ed è ritenuto la forza che controlla virtualmente tutta la violenza separatista nella regione.

Allo stesso tempo i rappresentanti del gruppo ribelle hanno sottolineato la propria indipendenza politica, come organizzazione che vuole resistere ai ricatti nascosti, nel momento in cui Kuala Lumpur e Bangkok ridefiniscono le loro nomine per risuscitare un processo di pace che annaspa.

Dopo la conferma della volontà della Malesia di continuare a fare da facilitatore nei colloqui iniziati nel 2013, l’amministrazione di Mahathir ha sostituito il facilitatore Ahmad Zamzamin Hashim, ex ufficiale della sicurezza malese, con Abdul Rahim Noor.

Considerato un duro, Noor è stato capo della polizia nazionale dal 1994 al 1999 ed in precedenza guidò la Polizia Segreta Malese, organizzazione che ha il compito di monitorare gli esiliati malay di Patani in Malesia e di suggerire loro cosa le preferenze di Kuala Lumpur sul conflitto.

A Bangkok il primo ministro Prayuth ha anche cambiato il capo delegazione di pace tailandese ex-generale Aksara Kerdpol dai modi soffici con l’ex generale Udomchai Thammasaroraj.

Il comandante della regione meridionale, ritiratosi nel 2013, Udomchai aveva avuto l’incarico di capo del pannello di consiglieri del governo sull’insorgenza ed è visto come un esperto della regione meridionale.

I quattro anni del periodo di Zamzamin non hanno ottenuto quasi nulla di importante. Incontri intermittenti in Malesia hanno coinvolto il gruppo Thai che colloquiava con una aggregazione di gruppi separatisti conosciuto come MARA Patani. Delle cinque fazioni del MARA Patani molte sono effettivamente scomparse e nessuno ha un seguito armato dentro la Thailandia.

Messi insieme dalle autorità malesi e di stanza in Malesia sotto l’occhio vigile della Polizia Segreta, MARA è stata respinta dal comando del BRN che aveva allo scopo rifiutato di unirsi ai colloqui.

“Elementi di coercizione che notiamo verso le parti nel processo di MARA non sono qualcosa che consideriamo costruttive” ha notato Abdul Karim il quale era affiancato da un traduttore del BRN di nome Kauthar. “Quella è la ragione per cui non siamo coinvolti”.

Da parte sua, il gruppo Thai, sempre attento a non dare legittimità ufficiale ad una organizzazione separatista di qualunque bandiera si era rifiutato di riconoscere formalmente MARA in quanto tale, ed ha insistito che le minute degli incontri si riferissero a Party A, governo thailandese, e Party B il gruppo MARA. Da parte di MARA Patani, la riluttanza thailandese a riconoscere che i propri interlocutori hanno un nome ha creato un profondo rancore.

Per poter minimamente decollare, i colloqui sono andati avanti sulla richiesta thai che, come una misura di costruzione di confidenza, MARA desse le proprie credenziali creando una zona di sicurezza nella regione di confine.

In teoria il piano coinvolgeva un cessate il fuoco inizialmente in una zona pilota, da espandere in altri distretti, dove l’insorgenza sospendeva le attività per un mese. Comunque poiché MARA non controlla forze in campo, e che il BRN, con dimostrato controllo e comando di attacchi ribelli, aveva dato le spalle a tutto processo, il progetto della zona di sicurezza ha sofferto di una lenta morte burocratica.

Nel presentare il proprio percorso differente ai negoziati, i portavoce incontrati da Atimes hanno sottolineato tre grandi punti del BRN che hanno descritto più come un “concetti”, o un quadro comprensivo per i colloqui, che rigide precondizioni.

Il primo punto legato alla supremazia dei due belligeranti in qualunque colloquio, i quali devono anche riconoscere gli interessi di altre parti nella regione.

“Abbiamo bisogno di essere molto chiari, quando parliamo di costruire un processo insieme parliamo del BRN e del governo Thai, le due parti principali del conflitto” dice Abdul Karim. “Il conflitto è tra queste due parti, quindi ovviamente i negoziati sono tra loro”.

“Questo però non significa che le altre parti non siano importanti e che il BRN abbia rigettato il principio di inclusione” ha aggiunto. “La domanda è come includere le altre parti in un modo che sia ragionevole ed efficace. Se non si affronta la questione inclusione in modo ragionevole, si minerà alla fine il processo intero”.

Il secondo punto del BRN è centrato su quello che nel passato si era riferito come “valori e norme internazionali”, il bisogno cioè di coinvolgere la comunità internazionale in un ruolo di mediatore o di osservatore nei colloqui futuri.

Ogni meccanismo di mediazione, come un gruppo di contatto internazionale o gruppo osservatore, per dirla con Kauthar, ha bisogno di essere “imparziale, credibile, autorevole e libero da conflitti di interesse”.

In forte contrasto con la insistenza di sempre di Bangkok che il conflitto resti una questione nazionale, la domanda di coinvolgimento di un’entità internazionale, al di là del ruolo della Malesia che non può dirsi imparziale, costituisce un significativo punto di scontro.

Il terzo punto del BRN ha costituito il filo conduttore di quest’intervista: che usare “la forza e la coercizione” sarebbe controproducente e che il rispetto reciproco è la precondizione per fare dei passi in avanti.

Questo tema ricorrente è sembrato implicare una crescente tristezza per il modo in cui Kuala Lumpur e Bangkok hanno interpretato finora il ruolo di facilitatore, e la preoccupazione reale che sotto il nuovo duro facilitatore malese possa prefigurarsi l’ulteriore pressione direttamente sul BRN.

“Non ci siamo rifiutati di incontrare il facilitatore malese” ha detto Kauthar. “Ma su quale base si tengono questi colloqui? La base che desideriamo è il facilitatore ascolti e tenga in considerazione la posizione del BRN. Abbiamo un chiaro concetto di negoziati che hanno bisogno di essere compresi dal facilitatore malese e dal governo thailandese come altra parte del conflitto”

Fino a che punto, se mai l’avrà, il percorso del BRN per la pace si guadagnerà un ascolto, per non dire un decollo, a Bangkok più in là nella settimana è una questione aperta, si spera.

Il declino significativo del numero di attacchi negli ultimi mesi non suggerisce che il gruppo ribelle voglia usare la forza militare per far presente la propria posizione.

Quello che appare chiaro è che i tentativi di costringere con la forza i ribelli ad un processo che hanno già rigettato sono destinati a ritorcersi contro in modo doloroso, accendendo piuttosto la violenza nel travagliato meridione thailandese.

Anthony Davis, Atimes.com