Il caso di Baiq Nuril Maknun, da vittima di molestie sessuali a condannata

Quando Baiq Nuril Maknun registrò una conversazione telefonica con il suo ex principale per proteggersi dalle sue non volute avance sessuali, non avrebbe mai potuto immaginare che quel gesto le avrebbe poi spalancato le porte del carcere.

La corte suprema ha comunque condannato Nuril, insegnante indonesiana di Mataram sull’isola di Lomok, di aver diffamato Muslim, il suo preside di scuola e presunto molestatore, dopo che una registrazione di una telefonata lussuriosa fu diffusa in pubblico. Un suo collega Imam Mudawin ascoltò la telefonata ed usò un file audio per protestare contro il capo di istituto all’Agenzia dell’Istruzione di Mataram.

La corte ha condannato Nuril a sei mesi di carcere ed ad una multa di 30 mila euro per “aver violato la decenza”, registrando e diffondendo la telefonata, secondo l’articolo 27 della legge dell’Informazione e transazioni elettroniche, capovolgendo il verdetto precedente di una corte inferiore che la definì non colpevole.

“La sentenza della corte distrettuale di Mataram ha dichiarato che non sono colpevole. Sono davvero una vittima di molestie sessuali, e questo non è giusto” dice Nuril in un video pubblicato da Safenet.

Amnesty International Indonesia in una dichiarazione pubblica ha detto che telefonate non ricercate, esplicite sessualmente e abusive, come quella denunciata da Nuril verso Muslim, costituiscono una forma di molestia sessuale.

“E’ una farsa che mentre la vittima di un presunto abuso è stata condannata per aver registrato la chiamata, non sia stato fatto poco o nulla dalle autorità per indagare quelle che sono delle credibili denunce” ha detto Usman Hamid, direttore esecutivo di Amnesty International Indonesia.

Il caso di Nuril ha anche attratto l’attenzione pubblica ed è partita una campagna per raccogliere i fondi per poterle dare i soldi per pagare la multa.

La sua disavventura cominciò mentre lavorava come docente a contratto in una scuola superiore pubblica a Mataram nel 2012, quando cominciò a ricevere telefonate frequenti da Muslim che era allora il capo dell’istituto.

Nuril registrò una delle telefonate in cui il suo molestatore le descriveva in dettaglio le sue esperienze sessuali con un’altra donna, e fece dei commenti espliciti per provare che non era coinvolta con il capo di istituto, visto che già circolavano delle voci.

Sebbene Nuril non volesse fare una protesta ufficiale un suo collega si impossessò della registrazione che poi divenne virale sui media sociali. Questo portò Muslim a denunciarla per diffamazione nel 2015 alla polizia di West Nusa Tenggara.

Il processo iniziò nel 2017 e Nuril fu detenuta per due mesi prima che il tribunale non sospese la sua detenzione per le proteste generali.

La corte distrettuale non la ritenne colpevole e l’accusa portò il problema alla corte suprema con la sentenza controversa di qualche settimana fa.

L’Istituto della Riforma del Diritto Penale, ICJR, ha affermato che la sentenza della corte suprema non era appropriata in quanto non è stata Nuril a diffondere il video e che la registrazione aveva il solo scopo di difendere se stessa e di impedire che altre potessero cadere vittima di Muslim.

Questo caso pone anche l’accento sulla legge stessa, la Legge ITE che fu emanata nel 2008, per cui sono 380 persone che sono state arrestate da allora ed il 90% per diffamazione e discorsi di odio.

La legge secondo molti è considerata molto soggetta alle interpretazioni personali ed ha comportato l’arresto di persone che esprimevano solo la loro opinione.

“La sua vaga definizione di diffamazione, blasfemia e come in questo caso di condividere informazioni che violano la decenza sono state usate sempre in altri modi abusivi per tappare la libertà di espressione” ha detto Usman di Amnesty International Indonesia.

Per Maidina Rahmawati di ICJR la sentenza potrebbe essere usata per impedire ad altre vittime di denunciare futuri abusi.

“Questo caso è solo un esempio di come la legge. Che è troppo vaga, possa essere usata contro donne vulnerabili che provavano solo a proteggere se stesse”.

“Il processo di Nuril Baiq Maknun genererà ancor più paura in molte donne indonesiane che sono diventate vittime di molestie sessuali denunciare quello che hanno dovuto subire perché hanno paura che saranno condannate come lo è stata Nuril. E’ un cattivo esempio per la protezione delle vittime di molestie e violenze sessuali” ha dichiarato SAFEnet al JakartaPost.

Come ha detto il suo avvocato, che farà ricorso al verdetto: “Lei è la vittima e vuole giustizia”.

Una via alternativa è l’appello alla grazia per Nuril al presidente Joko Widodo, sostenuto anche da ICJR.

“Presidente, chiedo solo giustizia perché io sono la vittima. E’ colpa mia se ho provato a difendermi con i miei mezzi?” ha detto Baiq Nuril Maknun in un video postato su SAFEnet.

La Komnas Perempuan, commissione sulla violenza contro le donne, ha detto che nel 2016 ci sono stati oltre 259 mila casi di violenza contro le donne. Quasi 3500 sono molestie sessuali domestiche ed altri 2300 sui luoghi di lavoro o in comunità. E’ un numero che probabilmente è sottodimensionato e moltissimi casi non raggiungono mai l’aula di un tribunale perché spesso le vittime restano traumatizzate o deluse dal sistema stesso che li accusa.

Secondo un’indagine governativa del 2017, un terzo delle donne indonesiane hanno vissuto violenze fisiche o sessuali, ma il governo indonesiano tende a considerare la violenza di natura sessuale come una norma.

Si deve ricordare che il paese musulmano più popoloso al mondo chiede alle donne che si arruolano nelle forze di sicurezza non solo la buona salute ma anche se hanno avute precedenti relazioni sessuali. Da decenni si fa in Indonesia il test di verginità per le aspiranti poliziotte.