Mindanao non sarà la prossima Siria del ISIS nonostante i combattenti stranieri

Si sentono forti i campanelli di allarme in tutto il Sudestasiatico amplificati da un’autobomba suicida e dagli scontri in corso: Mindanao sembra a rischio di diventare la prossima Siria.

Mentre i gruppi musulmani locali si riorganizzano dopo l’assedio di Marawi dello scorso anno ed arrivano i combattenti stranieri associati al ISIS si associano al caos esistente, gli esperti di terrorismo indicano nella seconda isola maggiore delle Filippine l’epicentro di una minaccia del nuovo jihad alla stabilità della regione ed oltre.

La realtà è tediosamente più prosaica. Mindanao resterà perennemente dedita alla violenza dell’insorgenza senza per questo diventare la prossima Siria, o come focolare della rivolta islamica regionale oppure come casa ad un contingente significativo di combattenti stranieri che fuggono al collasso del califfato del medio oriente.

Ci sono buone ragioni per chi pianifica la sicurezza della regione a monitorare da vicino gli eventi sull’isola e sulla regione adiacente del Mare di Sulu: indipendentemente dalle denunce forti dei media, la seconda regione del ISIS non è detto che sia una di loro.

Un ostacolo fondamentale al risorgere dell’ISIS è la difficoltà che i combattenti stranieri incontrano nel raggiungere le Filippine meridionali nell’ambiente della sicurezza del dopo Marawi. Sembra che la maggioranza abbia usato la via della “porta sul retro” passando per Sabah nella Malesia orientale ed attraversando le isole di Sulu per raggiungere Mindanao.

Mentre un tempo erano per tradizione zone porose, queste aree di confine in mare sono ora relativamente pattugliate, particolarmente dalla parte di Sabah, ed è anche obiettivo del pattugliamento congiunto in mare.

E’ profondamente diverso dal confine di terra della Siria con la Turchia o con la Giordania, attraverso cui migliaia di stranieri entusiasti, in maggioranza arabi, si unirono al Jihad in Siria tra il 2012 ed il 2015.

Dopo un anno dalla fine della capitale ISIS Raqqa e la battaglia di Marawi, quasi un centinaio di combattenti stranieri sembra abbiano raggiunto la regione di Sulu Mindanao, secondo le autorità filippine.

Se questo numero è sufficiente per definire una “invasione” come la si trova in vari articoli dei media è una questione di semantica. Di certo, però, non costituisce una forza militarmente decisiva e meno ancora un nucleo di unità tutte fatte di stranieri viste di recente in Siria ed in Afghanistan alla fine degli anni 80 e 90.

Un altro limite fondamentale su ogni nuovo jihad nelle Filippine è una mancanza chiara di organizzazione militare o politica. Per i combattenti stranieri che arrivano, non esiste un equivalente di Raqqah o Peshawar, la cittadina di frontiera del Pakistan che fece da centro organizzativo per il Jihad afgano. Isolati dalla lingua, dalla cultura, dal terreno, gli stranieri si ritrovano ad operare in piccoli appezzamenti di giungla a pezzi dove nascondersi.

I loro padroni di casa si coalizzano lungo fedeltà tribali e di clan che dividono i Tausug e i Yakan dell’arcipelago di Sulu dalla Maguindanao della parte meridionale dell’isola e da Maranao dell’area del lago di Lanao.

Mentre le fazioni militanti potrebbero essere contenti di dare il benvenuto agli stranieri come uno status simbolico panislamico o come fattore moltiplicatore della forza tattica, non possono trasmettere le energie e le abilità dei combattenti stranieri in una direzione coesiva o strategica.

Resta ancora da capire se il marocchino che ha accettato di farsi saltare in aria ad un posto di blocco a Basilan sia stato condotto da fervore ideologico o frustrazione suicida.

Terza cosa, rispetto al tempo o allo spazio per pianificare azioni esterne, non c’è prova che ISIS centrale in Siria stia coscientemente mandando i combattenti stranieri nelle Filippine meridionali per perseguire degli obiettivi maggiori o che li sostenga finanziariamente. Mentre i gruppi locali hanno giurato fedeltà all’emiro Abu Bakr al-Baghdadi, IS deve ancora formalmente riconoscere la regione come una delle sue “province”.

Infine le operazioni attuali delle Forze Armate Filippine dopo Marawi hanno posto i gruppi dell’insorgenza sulla difensiva.

Anche se costò tantissime perdite all’insorgenza, la battaglia di Marawi sottolineò l’infelice e storica debolezza dei militari filippini, non ultimo in termini di intelligence e di operazioni in ambiente urbano. Ma ha anche spinto un’infusione significativa di aiuto e consigli dagli stati del ASEAN e dalla Australia che si sono spinti a mitigare i limiti e a mantenere il momento militare.

Nei prossimi anni, Mindanao sarà ancora afflitta dall’insorgenza cronica delle campagne e da occasionali bombe nelle aree urbane. Si conformerà alla tendenza stabilita negli anni 70 e 80. I turisti del jihad che arrivarono per prima negli anni 90 dal Pakistan, Medio Oriente e Malesia difficilmente miglioreranno la situazione. In modo simile però non trasformeranno Mindanao in un bastione del ISIS nel Sudestasiatico.

Anthony Davis, Bangkokpost, Opinion