Quadro complessivo della sicurezza nel Sudestasiatico per il 2018

Il quadro complessivo della sicurezza nel Sudestasiatico è stato di gran lunga più stabile del tumultuoso 2017, quando ISIS prese il controllo per cinque mesi della città filippina di Marawi.

Mentre ci sono stati attacchi e tentati attacchi in tutta la regione, la maggior parte sono stati meno letali e meno professionali, e nessun gruppo è emerso all’attenzione.

Ironicamente i due attacchi più significativi del 2018 riflettono la paura crescente dall’interno delle fila del jihad. La bomba suicida a Surabaya di maggio, che ha coinvolto due intere famiglie indonesiane, come anche l’insolita bomba suicida di un combattente straniero a Basilan nelle Filippine, potrebbero essere stati tentativi di spingere gli altri all’azione. Riflettono i dibattiti interni e la frustrazione per la perdita del momento e dell’impegno verso la causa jihadista.

E l’impatto della perdita di più del 90% di territorio in Siria ed Iraq per ISIS potrebbe avere delle implicazioni per il sudestasiatico quando la regione adotta un modello di jihad globale. Benché ISIS abbia dichiarato la creazione di un Wilayat dell’Asia Orientale, ISEA, non c’è alcuna prova che questa dichiarazione abbia spinto un flusso di combattenti stranieri o di risorse verso la regione.

Le paure di una presenza centrale ed unificata del ISIS nel sudestasiatico sono eccessive. Quello a cui ci si riferisce come Stato Islamico dell’Asia Orientale ISEA resta una costellazione lasca di piccoli gruppi e cellule divise da geografica, competenza e personalità.

Filippine

La situazione della sicurezza delle Filippine resta cattiva e minaccia la pace e lo sviluppo dentro il paese con implicazioni regionali della sicurezza

Da un lato va avanti il processo di pace col MILF dopo l’approvazione del congresso filippino con tre anni e mezzo di ritardo della legge di applicazione a metà del 2018.

Vanno avanti i preparativi per il plebiscito di gennaio 2019 per l’inclusione nella regione autonoma musulmana nel meridione. Se tutto va secondo i piani sarà costituito per la metà del 2019 un governo autonomo con un nuovo sistema politico.

Questo è importante perché il MILF controlla parti importanti a Mindanao ed è il loro l’onere di negare un santuario ai militanti e combattenti stranieri. Devono provare a se stessi di essere attori responsabili.

Ed il MILF affronterà la sfida di acquistare sufficiente sostegno dai rivali del MNLF che considera questo accordo in contrasto col loro accordo del 1996 col governo.

Ma il processo di pace non è una panacea.

Ci sono state varie bombe a Mindanao centrale a metà 2018 da parte del BIFF che ruppe col MILF dieci anni fa. Oltre a questo c’è la realtà dell’inadeguatezza dei finanziamenti per i programmi di smobilitazione, disarmo e riabilitazione dei combattenti del MILF.

Il meridione filippino è pieno di giovani armati e con pochissime prospettive di lavoro. I gruppi vicini al ISIS come i fratelli Maute reclutano molto tra le file del MILF.

E loro beneficiano dalla lenta ricostruzione scesa dall’alto di Marawi, una questione che continua ad alienare la popolazione locale, che in parte è ancora dislocata internamente dopo la battaglia tra militanti e militari a Marawi.

A metà del 2018 c’è stata una serie di scontri tra forze del governo e quello che resta dei Maute. Ci sono chiari segnali che il gruppo si sta ricostruendo sfruttando le problematiche della popolazione.

Le Filippine restano il solo posto nella regione dove ISIS controlla uno spazio fisico e ciò sarà ancora un’attrazione per i combattenti stranieri che portano qualche esperienza tecnica e, più importante nel contesto filippino, divisioni di parte e rivalità tra i gruppi.

Il gruppo di Abu Sayaff ha continuato con i suoi rapimenti estorsivi colpendo per lo più filippini che tendono a pagare il riscatto rapidamente.

Il 2018 però ha visto una rinascita delle operazioni marittime di Abu Sayaff col rapimento di quattro pescatori indonesiani ed un malese in due attacchi, mentre una ciurma di un terzo vascello malese è riuscito a respingere l’attacco.

Il pattugliamento tripartito in mare tra Malesia, Indonesia e Filippine, iniziato nel 2017 dopo un’ondata di rapimenti nel 2016, ha avuto un impatto immediato con effetto deterrente. Eppure i militanti si sentono così fiduciosi da attaccare navi.

Nel frattempo crescono anche gli scontri con la guerriglia del NPA che fanno disperdere le forze di sicurezza filippine.

A dicembre il congresso ha approvato la terza estensione della legge marziale a Mindanao che ha fatto arrabbiare la popolazione locale e permette ai militari filippini di agire con maggiore impunità.

Indonesia

L’Indonesia ha vissuto vari attacchi nel 2018 per lo più non professionali condotti da lupi solitari ispirati dalla propaganda ISIS.

Questo ha incluso un attacco con bomba ad una stazione di polizia di Makassar ed un attacco di uno studente con machete ad una chiesa di Yogyakarta che ha fatto sei feriti. Un gruppo di otto militanti armati di coltelli ha ucciso un poliziotto a Pekenbaru e quattro sono stati uccisi. A maggio un poliziotto ha arrestato due uomini a Palenbang per possesso di materiale esplosivo. A dicembre la polizia ha arrestato due militanti a Yogyakarta che avevano intenzione di attaccare delle chiese a Natale.

Anche quest’anno ci sono state due rivolte separate nelle prigioni che hanno coinvolto detenuti per terrorismo nel quartier generale della polizia Brimob. Vari sospettati sono stati uccisi o arrestati mentre si stavano unendo alle rivolte.

Ma gli attacchi più famosi furno una serie di bombe suicide a Surabaya a maggio con due famiglie coinvolte. Una famiglia di sei persone, con quattro bambini da 9 a 18 anni, ha fatto tre attacchi suicidi su tre chiese uccidendo una dozzina di persone e ferendone tanti altri.

E’ stato il primo attentato suicida di donne nella regione. Un’altra famiglia si diresse a far detonare la loro bomba ad un complesso di case della polizia. La bomba scoppiò anticipatamente uccidendo i genitori ed il figlio, mentre la figlia sopravvisse.

Dopo qeste bombe a Surabaya fu approvata in tutta fretta la controversa legge antiterrorismo che languiva nel parlamento da due anni. Questa rende criminale l’adesione a gruppi terroristici all’estero e aumenta le sentenze di carcere per crimini legati al terrorismo.

Ma ha vari articoli dibattuti come la possibilità di togliere la cittadinanza, la detenzione preventiva ed ha assegnato ai militari del TNI un ruolo formale contro il terrorismo.

Il parlamento ha assegnato i finanziamenti per la forza antiterrorismo di elite della polizia, Densus 88, accrescendone la forza a 1300 uomini con 34 posizioni nell’arcipelago.

Le nuove autorità e risorse hanno portato ad un aumento degli arresti nella seconda metà del 2018 con oltre 200 persone arrestate dopo gli attacchi di Surabaya.

A luglio un tribunale ha messo al bando Jamaah Ansharut Daulah (JAD) che da ombrello per le cellule del ISIS è diventato un’organizzazione terroristica in proprio. Un altro tribunale ha condannato a morte il suo capo spirituale, Abdurrahman Aman.

Il paese continua a dover affrontare varie sfide antiterroristiche come il dover affrontare oltre 600 indonesiani che andarono in Iraq e Siria, oltre alla riforma del codice penale.

Sono stati rilasciati nel 2018 una sessantina di sospetti terroristi mentre altri 140 saranno rilasciati nel 2019. Nel frattemo i militanti di Al Qaeda che segnarono il regno del terrore all’inizio del 2000, si tengono calmi rafforzando le loro fila.

Malesia

L’antiterrorismo malese ha sempre molto da fare. Al contrario del Jemaah Islamiyah che non ha mai preso di mira la Malesia, i gruppi ISIS hanno provato ripetutamente a fare gesti violenti. Ma la vera linea è stata in Sabah, Malesia Orientale che resta uno dei punti di entrata per i militanti stranieri che entrano ed escono dalle Filippine.

La maggioranza delle celle che la polizia ha distrutto nel 2018 erano poco sofisticate attente a colpire le minoranze cristiane ed induiste. La sola eccezione è stata una cellula di cinque persone sciite arrestate ad agosto che pianificavano di attaccare l’ArabiaSaudita dallo Yemen.

Da febbraio 2013 la sezione antiterroristica della polizia ha arrestato 425 sospettati compreso 44 donne. Di questi 314 erano malesi, mentre gli altri erano stranieri con 30 filippini, 35 indonesiani, 8 iracheni, 5 del Bangladesh e 4 dello Yemen. Il governo ha detto di aver bloccato 18 attacchi terroristici. Sono 50 i malesi che restano in Siria.

Nonostante lo stretto budget ereditato dalla coalizione del Pakatan Harapan dopo la sorprendente vittoria elettorale di maggio, il governo ha promesso di rendere la sicurezza di Sabah una priorità.

La Malesia ha accresciuto le risorse per l’ESSCOM, interagenzia per Sabah orientale, oltre a dare risorse all’agenzia della sicurezza marittima, MMEA, la quale ha accresciuto i pattugliamenti nel mare di Sulu fermando sospetti militanti che avrebbero pianificato rapimenti a Sabah.

Il governo del Pakatan Harapan non ha ancora chiarito cosa fare con alcune leggi controverse come la legge dei reati della sicurezza del 2012 e la legge di prevenzione del terrorismo del 2015.

Thailandia

Inizia il suo quindicesimo anno l’insorgenza malay musulmana delle province meridionali thailandesi che ha visto però un netto declino.

Il basso livello di insorgenza, con meno di cento morti e 150 feriti nel 2018, è ad un livello che il governo può attribuire alla criminalità comune.

Il tipo di violenza, una diminuzione nelle bombe più indiscriminate e omicidi più precisi, dice che la violenza è ora molto calcolata in risposta alle azioni del governo.

Mentre un simile declino è positivo, rende minime le pressioni sul governo a fare concessioni importanti, nonostante continui il paravento di colloqui con il gruppo MARA Patani. Il principale gruppo dell’insorgenza BRN continua a non partecipare nonostante le pressioni dei governi malese e thai.

Ci sono preoccupazioni che i militanti più giovani del meridione siano frustrati con la stasi attuale. Il 2018 ha visto due thailandesi con legami ai gruppi del profondo meridione arrestati in Malesia in congiunzione con cellule terroristiche tra cui una cellula ISIS di Johor.

Crisi Rohingya

Dopo aver fatto varie attacchi, che portarono alla feroce rappresaglia delle forze di sicurezza birmane che a loro volta causò un esodo di 700 mila Rohingya verso il Bangladesh, il gruppo ARSA Esercito di solidarietà Rohingya del Arakan, è stato per lo più dormiente, incapace o non volente di prendersi la responsabilità per le immense sofferenze che ha causato.

Le forze di sicurezza birmane hanno tenuto vari negoziati con la controparte malese per il rimpatrio di rifugiati Rohingya ma, senza una protezione legale e la cittadinanza, non ci sono stati spostamenti.

Oltre centomila Rohingya restati in Birmania vivono in ciò che possono essere descritti solo come campi di concentramento mentre i pogrom del governo continuano.

Nonostante le preoccupazioni sul terrorismo, le varie dichiarazioni delle organizzazioni transnazionali jihadiste di vendetta sul governo birmano sono state solo un parlare per parlare.

Restano pochissime possibilità di risoluzione della crisi umanitaria.

La questione Rohingya resta una questione seria all’interno del ASEAN, e il governo birmano può affidarsi a sostenitori fondamentali per dare la copertura diplomatica e il sostegno finanziario di cui ha bisogno per contrastare lo scandalo internazionale come le accuse di genocidio da parte dell’ONU.

Zachary Abuza, Benarnews