Trattare l’ insorgenza come fenomeno criminale non serve a risolvere il conflitto

Lo scorso martedì un gruppo di militanti separatisti ha ucciso un docente in pensione a Songkla, a cui hanno rubato il suo pickup usato poi per un attacco con bombe su un obiettivo militare.

La polizia lo ha trovato impiccato nel bagno di casa sua nel distretto di Saba Yoi.

In un altro evento del 28 dicembre scorso un gruppo di militanti separatisti è entrato in un ospedale di comunità a Rangae della provincia di Narathiwat, o per usarlo come zona di lancio di un attacco contro un’unità dell’esercito posto di fianco, oppure per ripararsi dalla risposta al fuoco.

Trattare l’ insorgenza come fenomeno criminale serve solo a gettare benzina sul fuoco di un conflitto che nasce da rivendicazioni storiche

Ne è uscito fuori poi un ennesimo dibattito sulla civiltà e sulle regole di ingaggio nel decennale conflitto di cui non si vede la fine.

Chi ha simpatie tra la popolazione malay locale per la lotta dell’insorgenza (anche se non necessariamente d’accordo con le sue tattiche) dice che i militanti si proteggevano dal fuoco dei militari che si trovavano a stretto contatto con un ospedale di comunità a Rangsae.

I militari thailandesi in modo prevedibile hanno colto questo scontro per fare pubbliche relazioni. E’ stata organizzata una piccola protesta pubblica ed hanno accusato l’insorgenza di usare personale e pazienti dell’ospedale come scudi umani.

Un anziano ufficiale militare thailandese a Narathiwat ha dato una lettura differente: i separatisti sono entrati nell’ospedale di proposito, non per usare coloro che l’occupavano come scudo.

“Credo che volessero segnare qualche punto a loro favore” ha detto il militare che da molti anni sta nel meridione thailandese. “Primo, volevano vedere che reazione avrebbe generato dalla parte thailandese. Secondo volevano esaltare il fatto che l’ospedale di comunità e l’unità dell’esercito condividono una stessa struttura di separazione.”

Sistemare unità della sicurezza vicino, dentro a strutture civili come scuole, ospedali e luoghi di culto è da sempre stato un punto dolente tra la gente del posto ed i militari.

I buddisti del posto vogliono essere circondati da militari ad una distanza però tale da non essere presi nel fuoco incrociato.

I Malay di Patani d’altronde vedono la presenza dei militari come una forma intimidazione che è peggiorata dalla cultura dell’impunità nelle file dei militari.

Per molti la presenza costante dei militari è un costante ricordare che la patria storica dei malay è ora territorio occupato.

Le norme internazionali proibiscono che si pongano le basi militari nelle comunità civili e ancor meno vicino a luoghi sensibili come scuole, chiese, templi e strutture sanitarie.

Nel marzo 2016 il distretto di Cho Airong fu sconvolto quando una trentina di militanti occuparono un ospedale usandolo come base per attaccare la base militari posta lì di fianco.

Fu mobilitato un insolito alto numero di militanti che portò ad uno scontro lungo di 30 minuti. Non ci furono morti perché non era lo scopo dell’attacco.

Sembra che l’idea fosse di fare una performance attraverso le tante telecamere di sicurezza dell’ospedale di Cho Airong. L’insorgenza comunica molto attraverso le proprie azioni e a Cho Airong il messaggio delle capacità dei militanti era chiaro e forte.

I militanti pensarono che escludere di per sé gli ospedali e il personale dagli attacchi fosse un modo di legittimare l’uso degli ospedali per lanciare l’attacco. Ma la più forte condanna venne dopo dagli abitanti dei villaggi musulmani che accusarono l’insorgenza di porli insensatamente sulla linea del fuoco.

Le autorità spesso sfruttano attacchi simili per farsi pubblicità. Allo stesso tempo però sanno bene che tali incidenti possono porre sotto la lente di ingrandimento la loro condotta in questa storica regione. E’ naturale che la gente malay si domandi perché un’unità militare, comunque piccola, debba essere posta a fianco di una struttura sanitaria.

Banditi non guerriglia

Nello sforzo di negare al BRN il riconoscimento e la legittimazione che brama, le autorità thai continuano a classificare la violenza del meridione come “disordini” piuttosto che conflitto armato. Secondo molti politici thai gli insorti Malay di Patani non sono nulla se non un branco di criminali.

I militanti del BRN invece insistono di essere molto di più che jone, banditi, termine che le autorità thai usano applicare a chi controlla virtualmente tutti i combattenti nel meridione di lingua malay.

I militanti combattono con una guida lasca senza uno stretto codice di condotta per gli attacchi.

Sono gli operativi a livello di cellula che scelgono l’obiettivo e come portare avanti l’attacco e tali operativi non sempre pensano alle regole di ingaggio, alle norme internazionali o ai principi umanitari.

Gli ultimi attacchi fanno parte di un attuale salto di violenza con molte bombe poste a fine dicembre iniziato con la bomba ad una scultura iconica sulla spiaggia di Songkla, Samila Beach.

Questa punta di attacchi è la risposta agli sforzi della Thailandia e del facilitatore malese di fare pressione sui capi del BRN per farli sedere al tavolo del negoziato ed incontrare il nuovo capo negoziatore thai generale Udomchai per le iniziative di pace nel meridione.

BRN non è pronto a trattare

Fonti del BRN dicono che i loro capi non sono ancora pronti a parlare ed hanno altre priorità, come far migliorare la comprensione delle norme internazionali nell’intera organizzazione.

Udomchai avrebbe dovuto incontrare i capi del BRN Abdulloh Waemanor e Deng Awaeji il 24 novembre in Malesia, ma i due si rifiutarono e si sono nascosti in Malesia.

Una fonte thailandese ha detto che i due capi avevano deciso il 5 dicembre di dimettersi dal consiglio di comando del BRN “per salvare il movimento”

“Se si siedono al tavolo con Udomchai, sarà come incontro personale” ha detto la fonte Thailandese. Ma un’altra fonte dei servizi segreti militari ha detto che le dicerie sulle dimissioni dei due era solo una tattica del BRN per spiazzare i Thailandesi.

Artef Sokho, un militante di Patani, gruppo di azione politica che promuove il diritto alla autodeterminazione per la regione, dice:

“L’idea che le figure di rango del BRN si dimettano o lasciano l’organizzazione per salvare il movimento non è balzana. E’ stata fatta prima”

Diversamente dagli altri movimenti di Patani il BRN non è guidato da una particolare persona ma da un consiglio segreto di anziani con forti credenziali religiose. Il processo di decisione non è guidato da una persona ma sono fatte collettivamente.

Perciò Abdulloh e Deng possono essere facilmente essere messi da parte dal BRN se dovessero cambiare idea per qualunque ragione e sedersi al tavolo del negoziato.

E’ il destino che capitò a Sukri Hari, figura conosciuta e rispettata del profondo meridione thai che nel 2014 si unì ai negoziati con MARA Patani, che controlla pochissimo l’insorgenza sul campo, ma è pure l’unico gruppo con cui Bangkok parla.

Don Pathan, Nationmultimedia