Svolta autoritaria indonesiana ed elezioni presidenziali

pena capitale i primi tre mesi

La politica indonesiana del 2018 è stata dominata da un grande fattore, quello di dover manovrare e posizionarsi rispetto alle prossime elezioni di aprile 2019, quando l’Indonesia terrà le sue quinte elezioni nazionali dall’inizio della transizione democratica nel 1998.

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Il presidente Joko Widodo cercherà la rielezione come anche migliaia di membri della legislatura nazionale, provinciale e di distretto.

Per gran parte del 2018, gli osservatori politici hanno osservato gli sviluppi di ciò che poi ha portato alla registrazione dei candidati presidenziali e vice presidenziali ad agosto, come anche cosa fa presagire un turno di elezioni locali per la prossima competizione.

Joko Widodo attualmente è il candidato favorito. Ha dalla sua parte una coalizione di partiti nazionale molto forti, è avanti nei sondaggi pre-elettorali e l’economia va avanti abbastanza bene. Ma il suo opponente, l’ex generale populista ed autoritario Prawobo Subianto, nelle scorse elezioni finì alle spalle per una manciata di voti. Le elezioni non sono ancora assicurate per la coalizione di governo.

Sotto la superficie della storia elettorale, continuano a rimodellare la politica indonesiana due tendenze più profonde.

La prima tendenza è rappresentata dalla crescente islamizzazione della vita pubblica e dalla polarizzazione sociale conseguente tra pluralisti e Islamisti.

La seconda tendenza è una deriva lenta ma percettibile verso misure autoritarie tale da rischiare di mettere a rischio quello che di democratico ha conquistato il paese.

Entrambi gli sviluppo si unirono il 2 dicembre 2018 quando centinaia di migliaia di persone, per lo più vestite di bianco, hanno partecipato ad una manifestazione di massa islamico ed incontro di preghiera a Giacarta. La manifestazione si è tenuta per commemorare una manifestazione persino più grande di due anni prima che portò all’arresto dell’allora governatore di Giacarta Basuki (Ahok) Tjahaja Purnama con l’accusa di blasfemia. Questa manifestazione non è che l’ultima di una serie di manifestazione di forza dei gruppi islamici negli ultimi anni.

La coalizione islamica che ha organizzato la manifestazione include molti dei gruppi più estremi ed intolleranti indonesiani ed è una forza importante al seguito di Prawobo. Lui ha parlato alla manifestazione alla presenza dei capi dei principali partiti che sostengono la sua candidatura.

Sin dalla cacciata di Ahok dal governo cittadino di Giacarta una delle grandi preoccupazioni di Jokowi e dei suoi principali sostenitori è stato di contrastare la minaccia di questa coalizione, che mette insieme il potere sociale islamico con gli attori politici della elite, con una strategia fatta di due momenti.

Con una prima strategia, Jokowi prova a mettersi in comunicazione con le forze politiche islamiche per neutralizzare la minaccia che pongono alle possibilità di una rielezione, e per contrastare dicerie e falsità diffuse nei media sociali secondo cui Jokowi sarebbe un comunista, un cristiano o cinese se non tutti e tre messi insieme.

In particolare mostra molta attenzione all’organizzazione di massa tradizionalista islamica Nahdlatul Ulama. Questa strategia giustifica in parte la sua scelta di agosto del proprio vice presidente nella persona dell’ulama tradizionalista Maruf Amin.

Ma la nomina di Maruf mostra anche i pericoli della cooptazione nella crescente polarizzazione sociale. Negli scorsi 15 anni, Maruf fu una delle voci principali che promuoveva un’interpretazione conservatrice, illiberale dell’Islam nella vita pubblica indonesiana. La sua nomina a vicepresidente ha scontentato molti sostenitori pluralisti di Jokowi e fa poco per accrescere le sue possibilità di rielezione.

Con la seconda strategia, il governo si sta rivolgendo a misure autoritarie per accrescere il suo sostegno e controllare l’opposizione. Queste misure includono il rafforzamento di leggi che mettano al bando organizzazioni sociali e mettano fuori legge l’organizzazione Hizb ut-Tahrir. Essendo un movimento che aspira alla creazione di un califfato islamico universale, Hizb ut-Tahrir è vulnerabile alle accuse di essere antinazionale, nonostante che sia né più né meno radicale di altri gruppi islamici della coalizione di Prawobo.

Nel frattempo la polizia sta ostacolando le attività di alcuni gruppi di opposizione ed i capi del governo, Jokowi compreso, hanno fatto capire che sono disponibili ad accrescere il ritorno dei militari in aspetti della vita politica e sociale. Questa strategia è stata definita Combattere l’illiberalismo con l’illiberalismo.

Si dibatte come sia meglio interpretare la svolta autoritaria indonesiana. Parte del dibattito gira attorno alla profondità ed estensione di questa regressione. Per molti aspetti il paese resta una democrazia multipartito vigorosa. Non ci sono stati ancora colpi fatali alla democrazia indonesiana.

Un altro aspetto del dibattito riguarda le forze che spingono per questa trasformazione, se sono esigenze politiche del momento o processi più profondi di cambiamento sociale e politico.

Sebbene questa deriva sia un processo lento, è costante e la sua direzione è indiscutibile.

Questa è la ragione per cui le elezioni del 2019 assumono un significato aggiunto.

L’Indonesia si trova davanti al dover scegliere tra un candidato apertamente uomo forte, un Bolsonaro Indonesiano, ed uno al potere il cui impegno democratico sembra fragile.

Le onde della recessione democratica globale si infrangono ora sulle spiagge indonesiane.

Edward Aspinall EAF