La fiera per gli investimenti dello stato Rakhine non può cancellare il genocidio dei Rohingya

Antichi templi, spiagge idilliache, mari pescosi e terreni agricoli a perdita d’occhio. E’ il quadro idilliaco e di profitto che il governo birmano ha dipinto ai potenziali investitori nel turbolento stato Rakhine.

Il governo ha provato ad attirare folle di potenziali investitori dal Giappone e Corea del Sud che erano presenti alla Fiera per gli Investimenti dello stato Rakhine a Thandwe con descrizioni di un intatto potenziale di investimenti.

Quello che i potenziali investitori non hanno sentito è un qualunque cenno della popolazione di minoranza etnica dei Rohingya Musulmani. Né hanno sentito dell’orgia brutale della violenza di stato che prese di mira la popolazione Rohingya ad agosto 2017, uccidendo migliaia di persone e spinse 720 mila Rohingya a fuggire in Bangladesh dove restano fino ad oggi.

Questa omissione non era un errore. Secondo Aung Naing Oo, direttore generale della Direzione degli Investimenti e Amministrazione Aziendale, questo silenzio sulla catastrofe umanitaria inflitta sui Rohingya nel Rakhine e la singolare incapacità del governo birmano di fare passi significativi verso la ricerca della responsabilità riflettono la posizione del governo secondo cui “investimento non è politico”.

In altri punti della fiera, il ministro birmano per gli investimenti e le relazioni economiche estere, Thaung Tun, ha provato a negare decenni di abusi sistematici documentati contro le minoranze etniche del paese sostenendo la visione che la diversità etnica sia un potenziale enorme della Birmania per gli investitori.

Questa propaganda governativa sfrontata ed opportunista è sia sinistra che disonesta. Riflette il ruolo della Fiera per gli Investimenti dello Stato Rakhine all’interno di una campagna governativa più vasta per provare a nascondere i crimini mostruosi fatti nel Rakhine con una patina di normalità solita.

Lo stratagemma chiaro del governo è che se si fa finta di non sentire per parecchio tempo il rimprovero internazionale del massacro dei Rohingya e della crisi umanitaria nel Bangladesh, l’interesse degli investitori nelle risorse dello stato Rakhine inevitabilmente aiuterà a bloccare le richieste di ricerca di responsabilità.

Infatti, mentre la Birmania tirava fuori il tappeto rosso agli investitori nel Rakhine, ha proibito alle organizzazioni internazionali di cercare di indagare la strage del 2017 chiudendo l’accesso all’area. Il caso più grande è che il governo ha bloccato l’Inviato Speciale dell’ONU in Birmania, Yanghee Lee, che ha il compito di valutare la situazione dei diritti umani in Birmania.

Nel 2017, il governo pose restrizioni alla missione ufficiale di accertamento dei fatti guidata da Lee la quale parlò di “un affronto all’indipendenza del mio mandato come Inviato Speciale”. Quel dicembre il governo annunciò che le negavano l’accesso al paese, compreso lo stato Rakhine.

A giugno dello scorso anno, il governo annunciò la creazione di una “commissione indipendente di inchiesta” per indagare altre accuse di abusi di diritti umani nello stato Rakhine.

Se si considerano gli scorsi sforzi limitati sulla giustizia e la responsabilità, ci sono basi ragionevoli di preoccuparsi se queste indagini saranno portate avanti in modo efficace o secondo standard internazionali credibili.

Questi sforzi si incastrano con azioni del governo birmano e della sicurezza di cancellare i siti di massacri di massa dei Rohingya nel Rakhine. Nei due anni passato le immagini satellitari hanno rivelato che i luoghi dei villaggi Rohingya nel Rakhine sono stati “appianati e raschiati da Bulldozer”. In quello che appare come una forma chiara di eliminazione post-conflitto di resti fisici lasciatisi dietro dai Rohingya morti o fuggiti, questi villaggi sono stati sostituiti da strutture per le forze di sicurezza come anche di nuove case per i residenti buddisti di altre aree.

I potenziali investitori che hanno partecipato a questa fiera dello stato Rakhine non devono farsi illusioni della brutta storia recente dello stato Rakhine e degli orrori che i militari birmani hanno inflitto sulla popolazione Rohingya.

Gli investigatori nominati all’ONU conclusero lo scorso agosto che la violenza di stato della Birmania contro i Rohingya costituirono il più grave dei crimini contro i civili secondo la legge internazionale compreso il genocidio.

Gli investigatori di PHR, Medici per i Diritti Umani, negli scorsi due anni hanno dato un volto a quella dichiarazione dell’ONU e dato obiettività scientifica nel rifiutare i ripetuti dinieghi del governo.

Nel 2018 PHR intervistò i capi villaggio dei 604 villaggi nello stato Rakhine che ospitano oltre 916 mila persone. I risultati, accoppiati ad interviste profonde e indagini medico legali dei sopravvissuti, indicano un percorso sistematico e diffuso di violenza mirata con l’uso di stupri ed omicidi di donne, uomini e bambini.

La fiera per gli investimenti dello stato Rakhine riflette la disperazione del governo birmano di cambiare il racconto del ruolo ben documentato delle forze di sicurezza negli omicidi ad obiettivo dei Rohingya e del loro viaggio difficile di salvezza in Bangladesh. E’ un tentativo cinico ufficiale di parare le richieste di responsabilità internazionale con la prospettiva di profitti economici.

I governi e gli investitori stranieri devono negare questo chiaro sforzo di copertura da parte del governo birmano e chiarire che le normali relazioni diplomatiche ed economiche si imperniano sul rispetto dei diritti umani e sull’assicurare la responsabilità nel Rakhine, non nell’impedirla.

Phelim Kine, Asiatimes.com