Esuli politici thailandesi in Laos: la loro scomparsa prima del 24 marzo

La sera presto del dodici dicembre dello scorso anno, Surachai sedeva nel folto della giungla laotiana a godersi un dolce di riso con un giardiniere. Per due anni questo fu il posto dove l’esule politico più attivo, Surachai Danwattananusorn, aveva vissuto, nascondendosi alle autorità thailandesi con una taglia da 300 mila euro sulla testa.

Alla età di 78 anni era ancora un fervente militante anche quando fu tra i tanti militanti repubblicani ed antimilitaristi thailandesi che fuggirono in Laos dopo il golpe militare del maggio 2014.

Negli anni 70 ed 80 aveva guidato la guerriglia dei comunisti thailandesi ed ora era il più noto dei dissidenti. Fu un prigioniero politico fino al 1996 e dopo divenne uno dei capi del movimento delle magliette rosse, prima di essere incarcerato per lesa maestà, una legge molto dura che porta a sentenze lunghe per impedire ogni critica della monarchia. Alla fine ebbe il perdono e fu liberato nel 2013. Con il golpe dell’anno dopo, che pose fine alla democrazia in Thailandia, Surachai fu indicato come un nemico dello stato e fuggì in Laos, dove rimase nascosto spostandosi per evitare di essere rintracciato e sopravvivendo con le donazioni dei sostenitori.

“Surachai viveva per la politica e credeva nel sacrificare tutto in quello che credeva, persino la vita” dice un suo amico e prigioniero politico Somyot Pruksakasemsuk.

Ogni martedì Surachai trasmetteva dei video sul suo canale di Youtube dal suo nascondiglio laotiano per le sue migliaia di amici, video che il regime militare considerava pericolosissimi, pieni di sentimenti antimonarchici e contro i militari in cui spesso invitava a prendere le armi ed abbattere la giunta.

In tali video apparivano anche i due suoi amici in esilio, Chatcharn Buppawan, conosciuto come Puchana e Kraidej Luelert, Kasalong.

Quella sera del dodici dicembre, dopo aver mangiato, Surachai si diresse verso la sua casa di legno verso le cinque della sera e fu l’ultima volta che qualcuno lo vide. Qualche ora dopo, nel mezzo della notte, lesse un messaggio sul telefono sebbene non avesse risposto.

La mattina seguente Surachai, Puchana e Kasalong erano scomparsi senza lasciare traccia.

Tredici giorni dopo ad alcune centinaia di chilometri di distanza, in un villaggio thai sul Mekong, che divide il Laos dalla Thailandia, il pescatore Denchai Sornsai andò sulla riva a controllare le reti.

Impigliata nelle reti c’era un massa grande, in un sacco di riso e legato con funi. Non era dell’immondizia gettata nel fiume come dovette pensare Denchai a prima vista. Era un corpo umano in decomposizione, il primo di due corpi che era finito sulla costa thai del Mekong nella provincia di Nakhom Phanom, a fine dicembre.

Le indagini del DNA a gennaio confermarono che i corpi erano quelli dei dissidenti Puchana e Kasalong. Le loro morti erano tanto brutali quanto deliberate. I corpi erano stati svuotati e riempiti di cemento, le ossa rotte e le mani ammanettate e legate con una fune alla gola, ai fianchi e alle ginocchia e avvolti in tanti sacchi spessi. Mentre si devono ancora rilasciare i risultati dell’autopsia ufficiale alle famiglie, e il tempo trascorso dei loro corpi mutilati hanno degradato e reso difficile capire le cause della morte, un dottore ha detto al figlio di Kasalong, Montri, che non c’erano segni di lotta, di ferite e strangolamento sui corpi. Forse sono stati drogati prima di essere uccisi.

Eppure, mentre tutto dice che i tre uomini sono stati rapiti dai loro nascondigli laotiani, con le finestre lasciate aperte, i loro averi intatti, le medicine di Surachai ancora sul tavolo, l’auto che condividevano ancora lì, il corpo di Surachai ancora manca.

“Non sorprende che siano stati uccisi” ha detto Kuekkong Bupphawan, figlio di Puchana, del padre e dei suoi compagni. “Erano tutti molto aggressivi nella critica al governo e al re. Secondo me, è un messaggio di minaccia, prima delle elezioni e dell’incoronazione, a tutte le magliette rosse, ai critici della monarchia e dei militari, e dire loro che non c’è posto per loro in Thailandia”.

Questa serie transfrontaliera di morti lungo il Mekong espone i pericoli a cui sono esposti gli esuli repubblicani e contrari alla giunta che si nascondono nel Laos. Non è sfuggito agli esuli politici thailandesi in Laos rimasti il momento della loro morte, poco prima delle prime elezioni dopo otto anni del 24 marzo e l’incoronazione del nuovo re a maggio.

La giunta, i cui cinque anni di governo non eletto sono stati definiti di governo autoritario e di oppressione dei critici, spera ancora di restare al potere attraverso la creazione di un partito politico vicino ai militari ed ha proposto come capo del futuro governo il capo del governo militare, il generale Prayuth. Con la nuova costituzione thailandese, disegnata e approvata dalla giunta, così sbilanciata a favore dei militari, è improbabile che il potere sarà ceduto così facilmente dopo le elezioni.

I militari hanno negato le proprie possibili colpe nel caso che è gestito da uno degli ufficiali più anziani della polizia.

“Questo gruppo di persone vive al di fuori della nostra area di responsabilità, non avremmo potuto fare nulla” disse a gennaio ai giornalisti il generale Tharakorn Thamwinthorn che comanda la seconda regione militare.

Surachai, Puchama e Kasalong non sono i primi esuli a scomparire misteriosamente. A giugno 2016 scomparve senza lasciare traccia Ittipon Sukpaen, known as DJ Sunho, accusato di lesa maestà che si nascondeva nella periferia di Vientiane da dove continuava a trasmettere i suoi video antimonarchici.

Nel 2017 fu rapito dalla sua casa a Vientiane il conduttore di una radio libera antimmonarchica Wuthipong Kachathamakul, Ko Tee. In precedenza in Thailandia un suo amico era stato arrestato in Thailandia e sarebbe stato accusato di avere armi illegali insieme alla famiglia, se non avesse rivelato il nascondiglio in Laos.

Un’altra esule antimonarchica in Laos Yammy Faiyen ha detto:

“Sono certo che l’ordine veniva dalla Thailandia ed eseguito con l’aiuto del Laos. Non ho dubbi che il governo thai ci dà la caccia uno ad uno. Ho tantissima paura che noi siamo i prossimi”.

Yammi si sposta di continuo per evitare di essere presa.

La moglie di Surachai, Pranee, accusa chi agisce per conto della giunta per il rapimento e il possibile assassinio del marito e degli altri compagni e lo ha denunciato alla polizia doi Nakhon Phanom.

“Surachai sapeva che i militari gli davano la caccia e npn aveva altri nemici se non il governo militare” ha detto Pranee. “Sono molto triste per Surachai perché non ha mai fatto nulla, la pensava solo in modo differente dal governo. E’ stato troppo crudele quello che gli hanno fatto.”

Sospetto e disinformazione hanno avvolto la scoperta dei corpi di Puchana e Kasalong.

Nella chiara assenza del corpo di Surachai, si diceva tra sostenitori e la stampa che erano comparsi tre cadaveri e che uno quello presunto di Surachai, era stato fatto scomparire misteriosamente dalla polizia per evitare di infiammare gli ardenti sostenitori in Thailandia.

Le interviste con i pescatori però, l’unità della marina che tirò il corpo, la polizia locale ed il capo villaggio di Ba Tha Champa, come anche le immagini analizzate dei corpi visti dal Observer, indicano che non è così. Si afferma che il primo corpo che arrivò a riva il 26 dicembre era stato lasciato nel fiume legato dal capo villaggio, mai denunciato alla polizia e poi slegato per compiacenza piuttosto che cospirazione, finendo il 29 dicembre per riapparire 40 chilometri dopo, con una fune ancora attaccata. Per ora il corpo di Surachai resta un pezzo assente di un puzzle provocatorio.

Tuttavia quello che è evidente è che nei mesi e nei giorni precedenti la loro scomparsa, Surachai, Puchana e Kasalong credevano di essere in pericolo.

“Parlai a Surachai il 10 novembre e gli dissi che volevo andare a trovarlo, ma lui disse che non era il momento giusto perché credevano di essere stati osservati e poteva essere pericoloso. Non era certo che fosse al sicuro” disse l’amico Somyot. Il 12 dicembre Kuekkong parlò al padre per l’ultima volta, quando Puchana lo chiamò per dirgli che si sarebbero nascosti per qualche giorno, dopo essere stati messi in guardia da un poliziotto laotiano che li aiutava.

Tutt’altro che porto sicuro, il Laos ha quasi la stessa pericolosità della Thailandia stessa per gli esuli politici thailandesi. In una visita a Bangkok di aprile 2018 il generale Souvone Leuangbounmy, capo di stato maggiore dell’esercito laotiano, promise al governo thailandese che le sue truppe sarebbero state di aiuto a rintracciare gli esuli politici thailandesi in Laos.

Quel fatidico giorno del 13 dicembre in cui scomparvero i tre esuli politici thailandesi il primo ministro Thailandese generale Prayuth giunse in Laos per un incontro bilaterale, dove chiese assistenza nel riprendere gli esuli della lesa maestà.

Benché sia stata solo una circostanza, ha solo alimentato la paranoia degli esuli e dei loro familiari che il governo militare sia legato alle morti e alle scomparse.

Yammy è una di quelli che sfuggì alla cattura da quando scappò in Laos nel 2016, ma non sa quanto tempo ancora durerà. Lei fa parte di una band musicale provocatoria Faiyen di sei persone che produce canzoni contro la lesa maestà e che vive in esilio.

Dopo la scomparsa di Surachai si sono spostati di nuovo entrando nella clandestinità.

“Mi sono stati mostrati i mandati non ufficiali con i nomi che il governo thai vuole trovare” dice Yammy. “Ko Tee era il primo ed è scomparso. Ora ci sono tre gruppi rimasti in Laos a cui il governo dà la caccia: il gruppo di Surachai, Zio Sanam Luang e Faiyen. Nessuno sa dove sia Sanam Luang, tutti sappiamo che il gruppo di Surachai è stato assassinato ed ora è rimasto solo Faiyen”

Il giorno 11 dicembre Faiyen ricevette lo stesso avviso del gruppo di Surachai, da un ufficiale di polizia che aiuta gli esuli laotiani, dicendo loro di nascondersi mentre Prayuth visita il paese.

“Abbiamo amicizie con alcune persone influenti in Thailandia che hanno ordinato a questo poliziotto di aiutarci. Comunichiamo con loro solo per telefono, non vengono mai dove viviamo. Ci darà avvisi e ci informerà quando ufficiali thai cercano nell’area”

Lei contattava regolarmente Surachai e dopo l’avviso, avevano pensato di andarsene per pochi giorni, ma la sera del 12 dicembre Yammy non riuscì a contattare Surachai o Kasalong. Quando apprese dei corpi ritrovati sul Mekong due settimane dopo, scoppiò a piangere.

“Tutte le nostre paure si erano avverate”

Nonostante tutto, nei mesi prima della scomparsa Surachai non aveva del tutto abbandonato la speranza di tornare in Thailandia. Secondo Pranee e Yammy, credeva davvero che alle elezioni di marzo o all’incoronazione a maggio gli avrebbero offerto un modo per tornare, un perdono del re oppure il ritorno della democrazia.

“Surachai ci credeva davvero che dopo le elezioni saremmo ritornati in Thailandia” ha detto Yammy. “Prima di scomparire mi disse, Yammu preparati per tornare a casa subito. Non dissi nulla. Non volevo distruggere la speranza nel suo futuro. Ma ora sappiamo quanto si sbagliasse”.

Hannah Ellis Petersen, TheGuardian