Programmi elettorali in Thailandia ed il conflitto nelle regioni di frontiera

La pace ed il conflitto non sono mai stati parti significative di tutti i programmi elettorali in Thailandia perché una soluzione sostenibile richiede impegno di lungo termine ad una politica che potrebbe rivelarsi politicamente costosa.

La pace duratura richiede una riflessione sia dello stato che della società su se stessi. I politici devono ripensare la politica dell’assimilazione che finora è stata rigettata dalla popolazione malay musulmana delle province meridionali, perché distrugge la loro identità culturale e religiosa.

L’insorgenza armata totale comparve nel profondo meridione negli anni 60, dopo decenni dalla firma del Trattato Anglo-Siamese che definì gli attuali confini politici.

Ci fu una breve calma negli anni 90 ma l’assenza di violenza non voleva dire pace.

Una nuova generazione di militanti cresceva con il Fronte nazionale rivoluzionario, BRN, e questa volta i separatisti non guardarono ai paesi arabi per il sostegno finanziario e l’addestramento, sviluppando invece le proprie risorse a livello di base.

I combattenti del BRN comparvero nel 2001 ed allora il primo ministro Thaksin Shinawatra li respinse definendoli “banditi rapaci”. Questa caratterizzazione cambiò il 4 gennaio del 2004 quando decine di militanti armati assaltarono un battaglione dell’esercito a Narathiwat rubando 350 armi militari.

I governi di dopo si sono cimentati in iniziative di pace senza che nessuno fosse riuscito a portare il BRN, che dà i propri ordini a tutti i combattenti, al tavolo di pace.

In una manifestazione pubblica a Bangkok organizzata da Manesty International, la candidata a PM transgender del Mahachon Party Pauline Ngarmpring ha parlato in termini di rispetto reciproco, coesistenza pacifica e diversità culturale che erano assenti dai discorsi del partito democratico come del Pheu Thai.

Il rappresentante del Future Forward ha accusato i quindici anni di discordia nel meridione thai al modo in cui il governo tratta i propri cittadini. C’è della verità in questo, ma si trascura il fatto che i Malay di Patani si considerano come avere un’identità unica che nega la completa assimilazione.

I partiti che fanno campagna elettorale sono attenti sulla questione perché devono prendere voti sia da elettori musulmani che buddisti.

Future Forward porta avanti la richiesta rischiosa di una riduzione della presenza militare nel Meridione insistendo che la guida dei colloqui di pace debba essere la diplomazia del dare ed avere.

Chi fa promozione di voti nel profondo meridione può guadagnare tanti soldi. Da ombrosi signori della guerra ed influenti figure ai religiosi musulmani e capi comunità, devono avere attributi o profili particolari in comune. Tutto quello di cui hanno tutti bisogno è di connettersi con gli elettori.

Future Forward ha attaccato l’impiego dei cercatori di voti perché parte di un sistema di patronato che loro vogliono eliminare.

Nella campagna elettorale del 2011 quasi tutti i partiti tranne uno promisero di dare alla regione di lingua malay lo status di amministrazione speciale. I democratici non fecero questa promessa e vinsero 11 dei 12 seggi disponibili.

In questa campagna nessuno ripete questa promessa.

Il Pheu Thai promise lo status speciale nel 2011 e vinse le elezioni nazionali, per rinnegare la promessa una volta al governo. Servì solo a convincere il popolo del meridione che le promesse fatte si possono rompere senza alcun costo politico da parte di chi promette.

La ricerca dell’identità culturale

Nonostante le ovvie connotazioni religiose, il conflitto è di natura essenzialmente etnico-nazionalista, sebbene le autorità abbiano spesso provato a far sì che i religiosi musulmani condannassero la violenza sulla base della religione. I religiosi che lo fanno si trovano davanti l’odio dei combattenti. Come pure ci sono capi religiosi che giustificano il BRN nella sua lotta armata contro lo stato.

Il Prachachat, il partito musulmano guidato da Wan Muhammed Noor Matha, uno scaltro politico alleato di Thaksin, mantiene alti sia l’Islam che il multiculturalismo nella sua campagna elettorale. Finora però non c’è stata elaborazione sul contesto o gli intenti.

Né i partiti hanno toccato la questione dello scorso anno del hijab nella scuola elementare di Pattani Auban, quando 20 insegnanti buddisti scioperarono perché le ragazze musulmane andarono in classe indossando i copricapo.

85% degli oltre due milioni di residenti del profondo meridione thai si identifica come Malay Musulmani, non Thai. Gli insegnanti sembrarono desiderare ricordare ai malay di Patani che sono un popolo sconfitto e che devono abbandonare le tradizioni ed identificarsi come cittadini della Thailandia.

Quindi sposare il comune denominatore resta il percorso sicuro per la vittoria elettorale. I politici sanno che la maggior parte degli elettori rispondono alle evocazioni patriottiche della Thailandesità.

Don Pathan, Nationmultimedia