BIRMANIA: “la palla al piede dell’ASEAN” The Nation del 25 maggio

Il nuovo governo del presidente Birmana Thein Sein potrebbe rappresentare una grande differenza per il futuro della propria nazione e della sua gente se fosse onesto nel portare un cambiamento positivo. Sarebbero sufficienti alcune cose per dimostrare alla comunità internazionale che, nuovo capo a Naypyidaw, non è un burattino nelle mani dell’uomo forte, il generale Than Shwe, e i suoi alleati della vecchia giunta. Un’azione sarebbe affrontare i diriiti umani e la corruzione. Dopo tutto, Thein Sein è stato descritto come un nuovo capo pragmatico capace di introdurre cambiamenti e trasformazioni in una amministrazione tanto odiata.

Simili affermazioni sulla attuale situazione birmana sono state fatte da Tomas Ojea Quintana, inviato speciale ONU per i diritti umani in Birmania, e Vijay Nambiar, un vecchio inviato in Birmania dell’ONU. A Quintana non è stato dato un visto di entrata, mentre a Nambiar era stato permesso agli inizi di maggio di rivedere i possibili progressi che il nuovo governo ha raggiunto o promesso di conseguire: entrambi sono rimasti delusi.

Prima di tutto, nel campo delle violazioni dei diritti umani esse sono continuate incessanti. Quintana osservava correttamente che c’è una militarizzazione sistematica che porta agli abusi lungo la frontiera birmana con la Thailandia. Confisca della terra, lavoro forzato, spostamento interno di popolazioni e violenze sessuali sono molto diffuse. E’ un fatto molto risaputo che l’esercito birmano ha usato lo stupro come un’arma per terrorizzare le minoranze, specialmente nelle aree dominate dagli Shan.

Ancora più importante, il processo di riconciliazione nazionale deve ancora avere un inizio tangibile. C’è stato qualche segno positivo da parte governativa rispetto ad alcuni gruppi di minoranza, quali la prospettiva di un cessate il fuoco con i ribelli dello stato Kayin e il rilascio di prigionieri politici nello stato Shan. Ma devono esserci risultati concreti. A parte questo il quadro complessivo resta negativo.

La scorsa settimana, un membro della segreteria di stato americana Joseph Yun, ha visitato la Birmania, la prima visita di un rappresentante di stato americano dall’insediamento del nuovo governo. Ai giornalisti ha dichiarato che Washington è ben disposta nel costruire legami più forti con la Birmania a condizione che ci siano miglioramenti nei diritti umani, il rilascio dei prigionieri politici e un governo migliore. Per la fase attuale continuano le sanzioni contro la Birmania e continuerà così se non saranno accettate le condizioni già dette.

Aung San Suu Kyi ha invitato gli USA a continuare a mantenere le sanzioni finché non ci sia un sufficiente miglioramento nei diritti umani poiché quelle hanno colpito i capi militari al potere.

Senza dei positivi sviluppi in Birmania, ASEAN non dovrebbe neanche prendere in considerazione la Birmania come presidente dell’ASEAN nel 2014. Il ministro degli esteri indonesiano, marty Natalegawa, deve ancora recarsi a Naypyidaw per verificare la situazione sul campo. Per fortuna, i capi di stato dell’ASEAN hanno soprasseduto alla decisione se dare alla Birmania la presidenza fino a Novembre. Sebbene la presidenza proposta sia tra tre anni, la situazione birmana potrebbe avere ripercussioni tra i gruppi regionali e i suoi partne di dialogo, gli USA. Forum condotti dall’ASEAN, quali East Asia Summit, potrebbe risentirne molto, se Washington rifiutasse di partecipare a causa di mancanza di progresso in Birmania. L’ASEAN non si può permettere questo tipo di confutazione diplomatica.

Sin dalla sua ammissione nell’ASEAN nel 1997, la Birmania l’ha fatta franca per le sue tante brutali atrocità e dubbie misure. Giudicando da questa storia, è dubbio che Naypyidaw affronterà i passi necessari per andare incontro a quanto richiesto dall’ONU e dalla Comunità Internazionale. Solo uno sforzo internazionale ben coordinato può aiuare la Birmania a cambiare per il meglio.