Thitu, l’isola del brusco risveglio di Duterte dal sogno cinese

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A metà mandato della sua presidenza, Rodrigo Duterte si è risvegliato bruscamente dal sogno del mare cinese meridionale.

Nei tre mesi passati un’armata di imbarcazioni paramilitari cinesi si è precipitata attorno all’isola di Thitu, occupata dalle Filippine segnando una drammatica crescita nelle dispute in mare tra i due paesi.

In risposta il presidente Filippino ha detto ai suoi militari di “prepararsi a missioni suicida” mentre il suo festoso ministro degli esteri Teddy Locsin ha dichiarato di “non aver alcuna paura della guerra” mettendo in guardia di una terza guerra mondiale se la Cina si fosse annessa le isole reclamate dalle Filippine.

L’insolito linguaggio duro del governo filippino è giunto nel rigetto generale quando un crescente numero di persone mettevano in dubbio la politica estera di amicizia con Pechino di Duterte.

Se è lasciata irrisolta questa crisi potrebbe mettere in pericolo lo sforzo di un anno d Duterte di sviluppare un’amicizia strategica con la Cina. E con le elezioni intermedie di maggio il presidente filippino ha altre buone ragioni per evitare imbarazzi diplomatici e mantenere lontana la crisi.

L’assedio continuo attorno all’isola di Thitu potrebbe servire come un’opportunità per Duterte per rivedere una errata acquiescenza verso la Cina. Dovrebbe chiarire a Pechino che ulteriori entrate illegali avranno delle ripercussioni compreso il rafforzamento delle relazioni di difesa USA Filippine. Manila potrebbe ritornare sulla sua decisione di non far pesare la decisione dell’Arbitrato del 2016 de L’Aia che rigettava molte rivendicazioni cinesi nel Mare Cinese Meridionale.

Altrimenti il presidente Filippino rischia dei contraccolpi e di incoraggiare la Cina ad estendere le proprie rivendicazioni nelle acque contese a danno di piccoli stati come le Filippine.

Duterte da sempre persegue legami amichevoli con la Cina descrivendo la potenza asiatica come amica e partner particolarmente nello sviluppo delle infrastrutture e commercio.

Scaricò gli USA esprimendo il proprio amore per la guida cinese ed il suo bisogno della loro protezione. Per la delizia di Pechino, si è rifiutato più volte di portare l’arbitrato internazionale del 2016 nei consessi internazionali.

Nel frattempo bloccò gli sforzi americani di disporre propri armamenti nelle basi filippine secondo il trattato bilaterale del 2014 EDCA firmato dal suo predecessore, ostacolando così i preparativi d Washington per eventuali contingenze nel mare cinese meridionale.

Invece di domare l’appetito territoriale cinese l’acquiescenza strategica di Duterte sembra aver rafforzato la spinta di dominio in mare di Pechino.

La Cina ha accelerato i suoi progetti di reclamo, ha militarizzato l’area con l’impiego di sistemi missilistici e strutture elettroniche di disturbo; e più di recente ha inondato le isole tenute dalle Filippine la sua milizia armata.

Da gennaio sono stati visti 657 navi cinesi che potrebbero appartenere alle forze della milizia di mare dell’Esercito di Liberazione Popolare, secondo i militari filippini. Almeno 275 imbarcazioni con tutto l’equipaggiamento elettronico moderno e forse personale armato sono state coinvolte nell’assedio dell’isola di Thitu.

Le Filippine hanno occupato questa caratteristica di terra, la seconda maggiore formazione naturale da metà anni 70 quando cominciò a costruire una delle prime moderne piste aeree.

Insieme ad altre sette caratteristiche di terra nelle Spratlys, Thitu è considerata dalla costituzione filippina come territorio nazionale. Negli scorsi cinque anni la Cina ha trasformato la vicina Subi Reef, che le Filippine reclamano, in un’isola totale completa di moderne strutture militari.

Ci sono paure nelle Filippine che la Cina sta consolidando la sua presa su tutte le caratteristiche di terra nell’area contesa.

L’armata cinese a Thitu vuole monitorare e impedire gli sforzi per migliorare le strutture sull’isola e l’accesso alla vicina barra di Sandy Cay che i pescatori filippini usano come rifugio.

Ad umiliare ancor di più Manila le forze delle milizie cinesi sono state viste attorno all’isola di Kota da decenni sotto giurisdizione filippina. Dopo aver negato la loro presenza, i rappresentanti cinesi hanno poi insistito che le navi paramilitari hanno il diritto di stare lì perché le Spratly appartengono alla Cina. Pechino sembra giustificare l’assedio dicendo che devono prevenire gli USA di usare le strutture filippine nell’area.

Di risposta migliaia di Filippini di tutto lo spettro politico si sono uniti alle proteste anticinesi che descrivono gli incidenti come una “mezza invasione”. Sono forti i sentimenti anticinesi e recenti indagini mostrano che solo due su dieci filippini hanno opinioni favorevoli sulle intenzioni cinesi. Ciò ha dato un’apertura fondamentale all’opposizione e critici del governo di manifestare di fronte all’opinione pubblica contro le politiche di Duterte.

Lo scorso mese due critici noti come l’ex ministro degli esteri Del Rosario e Conchita Carpio Morales, denunciarono alla Corte Penale Internazionale il governo cinese, accusando il presidente Xi Jinping di crimini contro l’umanità impedendo ai pescatori filippini di accedere alla Zona economica esclusiva delle Filippine.

Ministri del governo rafforzano il loro linguaggio mentre il portavoce di Duterte Panelo che attacca “l’assalto” alla sovranità filippina e lamenta: “Pensavamo di essere amici. Come dice il presidente gli amici non fanno certe cose”

La crisi dell’isola di Thitu deve incoraggiare Duterte a riconsiderare la sua politica di acquiescenza strategica in favore di presenza diplomatica maggore come pure di accrescimento della deterrenza militare contro la Cina.

Come ha già detto il governo, ha la possibilità di portare la questione all’assemblea generale e al consiglio di sicurezza dell’ ONU, e di ricordare al mondo della decisione arbitrale del 2016. Senza la pressione globale la Cina continuerà nel suo attuale corso.

Duterte può anche invertire il suo approccio precedente e permettere agli USA di posizionare i propri armamenti nelle basi filippine fondamentali come le basi Bautista e Basa vicino al Mare Cinese Meridionale. L’amministrazione Trump ha accresciuto gli sforzi di controllare le ambizioni marittime cinesi con una robusta Libertà delle Operazioni di Navigazione, ha espanso l’assistenza militare agli alleati fondamentali e l’impiego di equipaggiamenti militari sofisticati.

Recupera forza l’alleanza USA Filippine. Nella visita di febbraio a Manila, il segretario di stato Pompeo chiarì per la prima volta che gli USA avrebbero dato assistenza alle Filippine se le sue navi e militari si fossero trovate sotto attacco nel Mare Cinese Meridionale.

Agli inizi di aprile gli USA hanno impiegato la nave di assalto anfibia avanzata USS Wasp portando anche 10 aerei stealth F35B nelle esercitazioni annuali Balikatan nel mare cinese meridionale.

Mentre Duterte si prepara alla quarta visita cinese in tre anni a fine aprile, è fondamentale che chiarisca quali sono le linee rosse di Manila, se non vuole rischiare non solo di minare gli interessi nazionali filippini, ma il suo capitale politico nelle elezioni di medio termine che potrebbero determinare li altri tre anni della sua presidenza.

E’ tempo che basi la sua politica sulla Cina su dei fatti e non su dei bei desideri.

Richard Heydarian, NAR